BORTONE SERENA.
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A te vicino cos dolce.
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2024. Mondadori Libri. MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Quell'estate compresi che l'amore non aveva limiti, e imparai che era materia pericolosa. Non ho mai amato nessuno quanto Vittoria amava Paolo. E forse nemmeno quanto Paolo amava la mia migliore amica, pur ingannandola.
Alcune storie sono universali, altre sono legate inesorabilmente al momento in cui esistono. Questa storia nasce alla fine degli anni Ottanta, quando Internet non c'era e le informazioni transitavano solo attraverso le chiacchiere o i libri. Quando, per capire come funzionava la sessualit, ci si fidava di un'amica che si proclamava pi esperta, o di un giornaletto pornografico.
Serena e Vittoria sono inseparabili, condividono tutto dall'infanzia: versioni di greco e discoteche, fughe in motorino dal liceo prestigioso del quartiere Trieste di Roma e brividi di libert vissuti durante i tanto attesi soggiorni studio a Londra. Per entrambe, l'amicizia reciproca  salvezza e supporto rispetto al senso di inadeguatezza verso una societ soffocante. Vittoria appare la pi sicura e reattiva, Serena la pi analitica e cerebrale.
Un'estate nella vita di Vittoria compare Paolo, si innamorano, ma sar Serena che avr il compito difficile di scoprire la verit su di lui, in una contrapposizione tra vittime e carnefici che scardiner ogni certezza. Tra complicit, tradimenti, colpi di scena e traumi, A te vicino cos dolce  un romanzo tenero e avvincente, ma anche doloroso e pieno di coraggio, su quanto siamo disposti a farci ingannare dall'amore.
Serena Bortone racconta con una prosa graffiante e fresca una stagione della vita in cui i sentimenti sembrano prevalere su tutto, trascinandoci in un vortice oscillante tra illusione e bruschi ritorni alla realt. E ci consegna il ritratto di una generazione che scopre di non essere mai stata cos libera come le hanno fatto credere.
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L'autrice.
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Serena Bortone (8 settembre 1970)  giornalista, autrice e conduttrice televisiva. Questo  il suo primo romanzo.
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Nota dell'Autrice.
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Questo romanzo  stato ispirato da una storia che ho vissuto.
I nomi di alcuni protagonisti sono stati cambiati per la loro riservatezza.
Sono veri i fatti mentre tutto il resto, perfino le condizioni meteorologiche,  frutto di invenzione e chiunque si dovesse identificare lo fa per eccesso di fantasia.
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Dedica.
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A mia mamma Anna Maria, perch senza di te non sarei quella che sono, e quella che sono, finalmente, comincia a piacermi abbastanza.
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A te vicino cos dolce.
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I sonniferi.
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Un giorno tornai da scuola e tentai il suicidio. Avevo quindici anni.
Quella volta mia madre aveva scaraventato per terra tutto il contenuto del mio armadio perch non avevo rifatto il letto. La mia stanza era quasi sempre in disordine, perch io detestavo rassettare: una insopportabile perdita di tempo e una vessazione lesiva della mia libert. Dover passare ore a riappendere i vestiti mi sembr una punizione ingiusta ed estenuante. La mia testa si riemp del volume dei panni dispersi per terra, e improvvisamente fu la vita a sembrarmi una punizione estenuante.
Osservavo con rabbia la massa informe dei miei vestiti mentre udivo il volume del televisore crescere altissimo. Mia madre alzava il volume del televisore quando doveva litigare con mio padre. Li odiavo quando facevano cos. Fu allora che decisi di togliermi la vita.
Mi tappai le orecchie scuotendo la testa e ripensando ai pianti o a quando ero scappata di casa, lasciando biglietti struggenti nei quali riversavo la mia sofferenza. Non ero amata, non ero compresa. Ero trasparente. Un gesto eclatante mi avrebbe restituito dignit. Tirai un calcio ai vestiti. Andai in bagno e aprii l'armadietto delle medicine. Trovai il Tavor. Un ansiolitico. Anche Marilyn Monroe si era suicidata con i sonniferi. Aprii il flacone e inghiottii le pastiglie contenute nel tubetto. Fu un'operazione lunga e faticosa, perch non avevo un bicchiere e bevevo direttamente dal rubinetto l'acqua necessaria a mandarle gi. Poi sollevai lo sguardo e finalmente mi specchiai, contemplando l'espressione di sfida e la sensazione di potere che mi arrivava da quel che avevo appena fatto.
Mi sentivo un'eroina tragica e avevo bisogno di comunicare quell'atto di ribellione a qualcuno, altrimenti sarebbe stato inutile averlo compiuto. Telefonai a Vittoria. Mi rispose il fratello Luciano, sgarbato come sempre, ma non mi importava. Vittoria venne al telefono masticando.
Cosa c', ci siamo appena lasciate... Che mi devi dire, ancora?
Ho inghiottito tutti i sonniferi di mia madre.
Sei matta? E perch?
Cos capiranno che non li sopporto pi. Cos mia madre la smette di rompere.
Chiusi il telefono velocemente perch dalla cucina mi stavano chiamando per il pranzo. L'ultima cosa che ricordo di quella mattina  la mia immagine seduta a tavola, davanti alla pasta al pomodoro. Poi la testa cadde gi, nel piatto, e il mio sorrisetto di sfida affond nel sugo rosso.
Mi svegliai mentre camminavo sostenuta dal medico di famiglia. Sentii la sua voce fintamente premurosa che mormorava sarcastiche parole di incoraggiamento, alternate con melliflui rimproveri.
Signorina Serena, lo sa che se non fossimo intervenuti in tempo... e bastavano pochi minuti di ritardo, l'avremmo dovuta portare in ospedale a fare una lavanda gastrica!
Vittoria era seduta sul divano e rideva. Mia madre mi guardava severa. Mi avevano fatto vomitare e a quanto pareva ero fuori pericolo.
Quando il medico, un omino panciuto che mi era sempre stato antipatico, se ne and, lanciandomi dall'uscio della pesante porta blindata un ultimo sguardo di riprovazione, mia madre mi inform della somma che aveva dovuto spendere per la visita. Per realizzare quell'avventato tentativo di suicidio avevo scelto proprio il giorno dello sciopero dei medici. Il dottor Faustini si era fatto dare centomila lire, senza neanche rilasciare la ricevuta.
Mi accasciai sul divano di velluto blu, accanto a Vittoria. I fregi della carta da parati mi apparvero deformati, quasi mostruosi. Erano dei fiori circolari, di un colore verdino, simili a delle bocche spalancate. Vittoria si avvicin al mio orecchio, scostando i capelli ricci, resi crespi dalla permanente.
Puzzi di vomito disse.
Eravamo sole nel salotto e non volevo che mia madre mi sentisse. Era in bagno che puliva le mie tracce. Sentivo l'acqua scendere copiosa e il rumore dello straccio sul pavimento. Non avevo visto mio padre, sicuramente era andato via dopo pranzo. Annusai l'aria.
Lo so, lo sento anch'io. Quanto ho vomitato?
Sono le sei. Vomiti dalle due. Quattro ore di fila.
Che schifo.
Schifosissimo. Lo sai che ti ho salvato la vita?
Si scost per guardarmi negli occhi. Occhi neri, definiti dall'eye-liner, che sgranava di continuo per colpire chi la ascoltava.
Ti ho salvato la vita, non lo dimenticare mai.
Le strinsi la mano, cos forte che Vittoria cacci un urlo e poi torn a ridere, abbassando lo sguardo. Alla radio la voce morbida di Gazebo cantava I like Chopin.
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Un anno dopo, aprile 1986.
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Andavamo a scuola insieme con un Ciao blu della Piaggio. Vittoria passava a prendere me o io lei, a turno. Dieci minuti di strade ordinate, eleganti, spesso alberate, quartiere Trieste Pinciano, tra palazzine umbertine e condomini costruiti negli anni Cinquanta. Abitavo in uno stabile moderno, cruccio di mia madre, che a malincuore aveva dovuto cedere alle pressioni del marito. Mio padre, il coniuge pi facoltoso, al momento dell'acquisto della dimora familiare si era imposto, forte del potere del portafogli, pretendendo una casa di nuova costruzione. Mia madre non si era mai rassegnata a quella che giudicava un'onta: non possedere un appartamento dai soffitti alti. N la presenza nella nostra casa di balconi, inesistenti nei palazzi antichi, compensava il suo senso di inferiorit nei confronti di chi, come la mamma di Vittoria, abitava nei palazzi umbertini, affrescati sui tetti delle facciate. Era uno dei rari casi in cui non era riuscita a vincere su mio padre ed era pronta a rinfacciarlo in ogni discussione familiare.
Vittoria invece invidiava me, a causa delle terrazze, e utilizzava il mio privilegio come arma di umiliazione verso i genitori. Mi costringete a vivere rinchiusa e reclusa, peggio della Monaca di Monza accusava. Quando veniva a studiare a casa mia, ai primi caldi, spingeva fuori me e la mia poltrona sul balcone. Prendere il sole era il riscatto dall'oppressione dei compiti scolastici. Tirava fuori entusiasta lo specchio di cartone e l'olio di cocco e in quei pomeriggi fintamente laboriosi mi sentivo importante, perch stavo rendendo felice la mia amica.
Le amicizie erano ci che pi contava nel mio universo, conquista e compensazione. Esistevo perch avevo amici e, in particolare, esistevo perch avevo una migliore amica, Vittoria. Erano le relazioni a regalarmi l'individualit, perch erano solo mie, frutto di attenzione e socievolezza. Tutto il resto era elargito dalla famiglia, come le carte costituzionali octroyes che studiavo a scuola, concesse da quei sovrani assoluti che erano i nostri genitori.
Mia madre e la madre di Vittoria erano diventate buone conoscenti, un'intimit raggiunta all'uscita della nostra scuola elementare gestita dalle suore. Avevano condiviso la rigorosa necessit di preservare noi figlie femmine dal turbinio selvaggio di droghe, promiscuit, occupazioni, scioperi e altri pericoli non meglio precisati che ritenevano affliggessero le scuole pubbliche della capitale.
E cos ci eravamo ritrovate, alle medie e poi al liceo classico, in uno dei pi prestigiosi istituti cattolici di Roma. Le lezioni iniziavano alle otto, ma Vittoria insisteva per arrivare con un po' di anticipo, per sbirciare l'ingresso dei ragazzi dell'ultimo anno di liceo. Avanzavano spavaldi, imbottiti e gonfi come dopati supereroi in piumini colorati o in giubbotti in pelle dalle spalle vistose e ampie. Io restavo in cortile solo quando mi sentivo vestita bene, dunque quasi mai. Indossavo quasi sempre jeans e pantaloni di velluto a costine, ma quando volevo sentirmi ammirata mi infilavo una casta gonna a pieghe blu, che per sul motorino si sollevava al vento lasciando intravedere le cosce. Se un automobilista malizioso commentava, rispondevo ostentando sdegno.
Vittoria era quella precisa, alla guida, io la sbadata. Mi riprendeva sempre.
Attenta, attenta, c' una buca!
Ieri ne ho presa una mentre ero dietro a Giorgia, lo sai che mi ha detto: Questa buca mi ha sverginato.
Raffinata.
Vittoria aveva delle tesi, teoriche e tutte personali, sul sesso. Una volta, in quarta ginnasio, aveva insegnato a un ragazzo delle medie come dare un bacio in bocca. Allarga le labbra, gli aveva detto, posale sopra quelle di lei, metti i nasi di lato e poi gira la lingua. Si era anche offerta di fornirgli una dimostrazione pratica, perch lui era un ragazzino delicato, molto dolce, che le faceva tenerezza. Ma alla fine lui si era tirato indietro imbarazzato e non si era concluso nulla.
Pensa se potessimo avere anche noi John come tutore ci dicevamo sognando all'unisono.
John era il protagonista di 9 settimane e , uno splendido Mickey Rourke, ricchissimo e perverso. Ci eravamo precipitate al cinema il primo giorno di uscita del film, fiere di aver superato i quattordici anni necessari all'ingresso, sole. Di fronte a immagini scabrose, avevamo pensato, i maschi potevano diventare molesti. Per ci eravamo agghindate come per una festa, Vittoria aveva legato i capelli neri con un fiocco rosso scuro, scoprendo il suo bel viso ovale, mentre io, dopo aver cotonato i ricci, avevo messo su dei collant ricamati sotto la gonna corta. Il film non ci aveva deluse n turbate. Ero uscita anelando un uomo che mi bendasse, facendomi assaggiare tutti i cibi del mondo.
Tu pensi sempre a mangiare! mi prese in giro Vittoria.
Ma che c'entra, non capisci? Non  per il cibo,  per la situazione... sei completamente in balia del tuo uomo. Lui ti nutre, ti accudisce, ti sorprende...
Non capisco perch lei lo lasci. Un'idiota.
Boh, forse quando le porta la prostituta lei si spaventa, comunque anche secondo me non doveva finire cos...
Che una cos intensa esperienza sessuale non potesse durare pi a lungo mi sembr uno spreco. Ero talmente abituata ad avere a che fare con l'infelicit e la repressione che non capivo perch si dovesse rinunciare alla passione.
E quando la fa vestire da uomo? insistetti. Vestirmi da uomo era una mia fantasia, mai realizzata, come del resto tutte le altre fantasie.
Vittoria era basica e diretta: La scena pi arrapante  quando trombano sotto la pioggia!.
Parlavamo sempre di sesso e sempre con un vocabolario esplicito. Lo scrivevamo sui diari, lo evocavamo, come se parlarne lo esorcizzasse, ne svelasse i segreti misterici, facendolo accomodare, senza pericolosi effetti collaterali, nella nostra casta e ripetitiva quotidianit, fatta di lezioni, compiti, letture, Videomusic, discoteca, qualche bacio con la lingua. Pi diventavamo grandi pi la noia si acuiva. Il tragitto verso l'istituto dei preti sembrava accorciarsi, l'arrivo a lezione cadere come una mannaia sulla gioia libera dei giri in motorino. Chiacchierare restava l'unica forma di resistenza umana.
Hai legato bene il motorino? Ieri a Luca lo hanno rubato.
Luca  uno svampito. Lo sanno tutti.
Entrammo in classe con i walkman alle orecchie, sincronizzati, che suonavano Slave to love di Bryan Ferry. Sedevamo in banchi lontani. La professoressa di matematica, che aveva denti sporgenti e parlava sputando, ci aveva separate il primo giorno della ripresa autunnale.
Tu, al primo banco accanto alla finestra aveva imposto indicandomi.
... e tu, Vittoria, vai al quarto della fila centrale.
Era quel genere di minuto sopruso al quale non era possibile ribellarsi, che, come tutte le imposizioni, mi provocava un'acuta infelicit. Non ero mai riuscita ad abituarmi, nonostante le insegnanti sadiche fossero state una costante della vita scolastica.
Alle elementari le suore mi picchiavano sempre, perch ero distratta e indisciplinata, allungavo le gambe quando non dovevo e suggerivo alle interrogazioni. La pi antipatica di tutte si chiamava suor Flavia, occhi piccoli e baffi pronunciati. Quando partiva dalla cattedra, come una furia, per raggiungere il banco di un alunno e schiaffeggiarlo, si toglieva sempre l'anello con la croce, per non associare Ges a un gesto violento e per evitare di lasciare segni sul viso. Una volta, colpendo me, lo aveva posato sul mio banco e poi non lo aveva trovato pi, nonostante lo avesse cercato a lungo, borbottando invettive indecifrabili. L'anello sacro sembrava volatilizzato. Ma durante la ricreazione, rivolgendomi un sorriso di complicit, Vittoria me lo aveva mostrato, infilato nella tasca del suo grembiule blu. Ero stata vendicata e in quel momento avevo capito che lei esprimeva la cattiveria che io reprimevo.
Anche nelle materie scolastiche ci compensavamo. Io amavo storia e letteratura, e raggiungevo voti altissimi con sforzo minimo. Su tutto il resto baravo. Di matematica non capivo nulla. Mi annoiava e non la studiavo mai. Copiavo i compiti da Vittoria, che in quella materia, l'unica, era pi brava di me. Durante le spiegazioni ero altrove, planavo con l'immaginazione fuori dalla finestra sul cortile alberato, dove i ragazzi dell'ultimo anno scendevano a fumare una sigaretta. Ero innamorata di uno di loro, Niccol. Aveva gli occhi verdi, una bella bocca carnosa ed era anche il pi brillante della sua classe. Le sue ex lo descrivevano molto passionale. La consapevolezza di s gli attirava invidia e adulazione. Io, devastata dall'insicurezza, mi accontentavo di intrattenerlo con una noncurante simpatia che, insieme alla terza di reggiseno, erano le mie caratteristiche pi apprezzate dall'universo maschile.
Signore, fa' che oggi scenda cos lo posso vedere... ti prego ti prego ti prego, pensavo e ripetevo tra me e me, puntando lo sguardo sofferente nello sforzo di individuarne il ciuffo biondo e riccio tra gli alberi. Faccio un fioretto, se scende ti prometto che non dico parolacce per tutta la settimana.
L'aula era perfettamente pulita, le mura bianche con una cornice di verde pistacchio a decorare il fondo, in armonia con il linoleum dei pavimenti. La parete spoglia occupata da un sobrio crocefisso di legno. Tutto era asettico e ordinato, molto diverso dalle classi del Numa Pompilio, il vicino liceo classico pubblico pieno di scritte sui muri, dove una volta io e Vittoria ci eravamo avventurate. Un ragazzo spavaldo, con i jeans lunghi, che strusciavano per terra fin quasi sotto la suola delle scarpe, aveva staccato il crocefisso dalla parete e lo aveva chiuso in un cassetto della scrivania dei professori. Al chiodo rimasto inutilizzato aveva appeso un foglio di carta con scritto: Torno subito. Scandalizzate, eravamo scappate via.
Scrissi un biglietto a Vittoria, lo appallottolai e, quando la professoressa di matematica dentona si volt verso la lavagna per scrivere le sue formule algebriche, lo lanciai verso il suo banco.
A ricreazione andiamo a cercare Niccol? Non lo vedo da due giorni. Non vorrei che fosse malato.
Vittoria si gir, facendo il segno dell'ok. La professoressa dentona la vide e la riprese, e Vittoria alz gli occhi al cielo manifestando la propria insofferenza, per nulla intimidita.
Davanti a lei Lucrezia, l'algida, perfetta bionda che veniva a scuola con l'autista e che tre anni prima aveva festeggiato il suo quattordicesimo compleanno al Jackie O, ricoperta di paillettes ricamate e di una milionaria giacca di visone selvaggio, alz la mano per dare la soluzione dell'equazione.
Io non avevo ancora compiuto sedici anni, Vittoria a maggio ne avrebbe avuti diciassette. Ero andata a scuola un anno prima dell'et prevista. La mia intelligenza, sostenevano i miei genitori, mi predestinava a un brillante futuro. Avvertivo il peso delle loro aspettative premere come un macigno soffocante e desideravo solo fuggire su un'isola deserta con il bassista degli Spandau Ballet.
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La signora troppo truccata.
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Era marted, quando il centro estetico della mamma di Vittoria, Emilia Felici, era meno frequentato. Lei era una donna magra e piccola, con il viso schiacciato, simile al cagnolino pechinese che portava sempre in braccio, spesso addobbato con un vezzoso cappottino di maglia celeste. Parlava con un filo di voce e un accento strano, a tratti spagnoleggiante. Vittoria la imitava spesso, con ferocia calcolata. Erano l'opposto, la madre esile e sussurrante, la figlia alta, formosa e dall'eloquio tonante. Pareva incredibile che quel corpo minuto avesse potuto produrre una figlia che superava il metro e settanta e vestiva la taglia quarantasei. Vittoria esibiva le proprie forme con spavalderia che mirava a nascondere il dolore recato dalla propria imperfezione. Per quanto stesse a dieta, non riusciva mai a perdere i chili di troppo, oggetto costante della critica materna. Pi la madre la disapprovava, pi lei mangiava, in un circolo vizioso di sopraffazione, ribellione e autodistruzione, segnato dai buchi della cinta Charro che le stringeva o allargava la vita nei passanti dei Levi's 501. Compravamo insieme le camicie di cotone maschili in un negozio di via delle Carrozze, al centro di Roma. Erano a righine o con fiorellini dal delicato color pastello e i bottoni parevano sempre sul punto di saltare, sopraffatti dal volume imponente del seno. Vittoria poteva rientrare nel prototipo della classica bellezza mediterranea anche per i lunghi, lisci e folti capelli neri, l'opposto dei miei, che erano chiari e fini: un disastro al quale cercavo di rimediare con reiterate permanenti, vagando di parrucchiere in parrucchiere senza riuscire a raggiungere un'accettabile pace estetica.
Entrammo nel centro di bellezza della signora Felici divorando la calda pizza al pomodoro acquistata dal fornaio di fronte al negozio. Il sugo tracim dal ripiego della pasta, sporcando le labbra carnose e colorate di lucido di Vittoria, e atterrandole rovinosamente sul petto. Vittoria si pul con destrezza e controll il trucco nel grande specchio del salone.
Per ho una bella bocca.
S. Se ti vesti di rosso somigli a Kelly LeBrock.
Certo. Uguale.
Dai, non scherzo, un po' le somigli.
Soprattutto il fisico.
La squadrai, partendo dai grandi occhi neri, vanto di un viso regolare e intenso. Scesi fino ai fianchi e alle cosce abbondanti. Vittoria mi stratton il braccio conducendomi in una delle cabine dove si effettuavano i trattamenti. Tutto era rosa: il lettino, la sedia, la carta da parati. Nell'aria si avvertiva, esasperato e soverchiante, un profumo di spray deodorante alla tuberosa appena spruzzato. Sulla mensola accanto al grande specchio a parete svettavano diversi tipi di anticellulite, olio, creme, fanghi. Vittoria fece scivolare i jeans, prese una crema e cominci a strofinarsela sui glutei. Si guardava allo specchio afferrando tocchi di carne.
Ecco, vorrei affettarmi una parte di culo. Si potrebbe fare, no? Affettare direttamente.
Mi spogliai anch'io. Detestavo la mia pancia almeno quanto amavo le mie gambe snelle, orgoglio che esibivo con fierezza.
E io vorrei amputarmi la pancia. Guarda qui.
Tieni, mettici un po' di crema.
Mi riempii il palmo della mano. Puzzava. Per non deluderla mi massaggiai con ardore. La crema pizzicava la pelle dando la sensazione che la scritta sulla confezione, Bruciagrassi, fosse una certezza e non una promessa illusoria.
Bussarono alla porta a soffietto.
Che state facendo l dentro? Dobbiamo entrare, c' una cliente che deve fare un massaggio.
La ragazza del centro estetico era una ventenne mingherlina dotata di una voce melensa e falsamente accogliente.
Se volete dopo posso truccarvi.
Vittoria fece la linguaccia rivolta alla porta e mi bisbigli: Ma chi lo vuole, il trucco di quella cretina. E poi gentile: No, grazie, non abbiamo tempo. Usciamo subito, scusaci. E poi verso di me, con la sua voce bassa, definitiva: Andiamo, dai.
Ma a me piacerebbe farmi truccare, una volta tanto... Non ne approfittiamo mai...
Figurati, non sarebbe comunque un regalo perch quella stracciona di mia madre ti farebbe pagare il conto. Mamma, mi dai le chiavi di casa che le ho dimenticate?
Emilia era impegnata con una cliente, una signora di una decina d'anni pi giovane di lei. Doveva avere circa trentacinque anni. La osservai attentamente perch la settimana prima, in presenza della stessa donna, avevamo origliato il parlottio delle impiegate. Dicevano che fosse l'amante del marito della proprietaria del salone, l'amante del padre di Vittoria. Indossava una pelliccia molto folta, forse una volpe rovesciata, da cui spuntavano una gonna larga e dei Camperos di camoscio. Si tolse il soprabito peloso allungandolo alla ragazza alla cassa, scuotendo i lunghi capelli castani che scesero vaporosi sulle spalline del maglioncino d'angora rosa. Era truccata con precisione e cura. L'azzurro dell'ombretto, invece d'esaltare il chiaro degli occhi, pareva eccessivo.
Sono qui per la piega disse secca, gentile, guardandosi intorno, per poi posare lo sguardo sulla signora Felici, squadrandola, come a valutarne il vestito, i gioielli, il Rolex Daytona acciaio e oro.
Era una cliente abituale. Ogni quattro giorni si faceva fare la piega ai capelli nel negozio della moglie del suo amante.
 lei? bisbigliai a Vittoria.
Cos sembra. Mi domando se mia madre lo sappia.
Probabilmente no... mormorai. Se lo avesse saputo avrebbe reagito, non la vedremmo qui chiacchierare amabilmente di shampoo e balsamo...
Tu sottovaluti mia madre. O forse la sopravvaluti, dipende dai punti di vista.  talmente succube di mio padre che accetterebbe qualsiasi cosa. Anche le corna.
Tuo padre  un bell'uomo... replicai cercando di mitigare la crudezza di quelle parole. Ovviamente questo non giustifica n lui n lei... precisai. Nella mia scala di valori il tradimento era peccato mortale. L'accettazione del tradimento, un'ipocrisia irritante e inammissibile.
E poi non so come mio padre riesca a sopportare quella stronza aggiunse Vittoria, in modo definitivo, alzando leggermente il tono della voce, tanto da farmi temere che la madre potesse aver sentito. Infatti Emilia si volt, con aria interrogativa, un moto di interesse che dur lo spazio di un istante.
Il fatto che Vittoria riservasse alla madre questi e altri epiteti mi turbava. Io non potevo permettermi nemmeno lo spazio della critica, con la mia.
Mamma, questo me lo prendo. Anzi ne prendo due, uno per me e uno per Serena.
Erano due smalti per le unghie, uno rosso fuoco e un altro rosa perlato. Fu allora che Emilia torn presente ed esclam: Vittoria, fermati! Non me li puoi portare via! Mi servono e mi riforniscono solo tra un mese.
Pensai che ancora una volta aveva ragione Vittoria, la madre era un'avara. Mi affrettai a tranquillizzarla, non ero abituata a ricevere favori e non ne volevo.
Ma no, signora, grazie. Non mi servono gli smalti. Io mi mangio le unghie.
Una buona ragione per smettere incalz Vittoria. Prese gli smalti e mi trascin fuori. Da dietro la vetrata del negozio, la signora con il maglioncino d'angora rosa fiss Vittoria e i suoi occhi truccati di blu mi sembrarono pieni di malinconia.
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Le gabbie.
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Il sabato i nostri compagni di classe s'incontravano con quelli del Collegio Sant'Antonio per andare a rubare in centro. Il Collegio era un altro importante liceo cattolico privato e si affacciava su piazza del Popolo. Tra i due istituti, il nostro e il Sant'Antonio, c'era una serpeggiante rivalit e i furtarelli del sabato pomeriggio erano l'occasione per una gara di spavalderia tra i rispettivi allievi.
Noi ci radunavamo davanti al bar all'angolo della scuola. Tutto ruotava attorno a questo luogo sciatto, con le sedie di metallo un po' scrostate, e un proprietario sgarbato che per soddisfare i clienti non aveva bisogno nemmeno dell'educazione, perch il privilegio di essere accanto all'ingresso dell'istituto gli garantiva una rendita di posizione. Il bar era l'epicentro della nostra noia. Era la prova che la dimensione paese si generava anche nel caos della capitale. Come tutti i microcosmi era rassicurante e soffocante, produceva certezza e sviluppava immobilismo. Era la metafora delle nostre prigioni dorate.
Arriv Federico, scaricato a terra dall'auto della madre che, ci inform, stava andando a giocare a bridge. Era figlio di un facoltoso palazzinaro e la sua famiglia, genitori e tre figli, quattro patentati in tutto, possedeva dieci automobili. C'era un'utilitaria per tutti i componenti della famiglia, necessaria per la citt, e poi la jeep per la montagna, la cabrio per il mare, l'auto d'epoca che era assai chic. Federico era tozzo, con la testa quadrata, corpulento. Indossava un cappellino da baseball che sporgeva dalla Volvo materna, subito scherzosamente rubato da Luca, suo migliore amico e suo opposto fisico: delicato e attraente come un efebo di un dipinto preraffaellita. Luca era noto nel gruppo per la frequenza dei suoi rossori. Si colorava di porpora anche solo se qualcuno gli rivolgeva la parola. Federico era la sua sicurezza, anche con le ragazze: il primo le abbordava con smisurata generosit, l'altro le conquistava, almeno nel primo approccio, con sguardi bassi e ambiguit. A me e Vittoria non piacevano: appartenenti alla trasparente categoria dei compagni di classe, in quanto coetanei, venivano evitati. Tutti troppo piccoli, goffi, prevedibili. Tutti tranne Gianfranco.
Scese dall'Honda RD con l'aria d'un pistolero western nei film in bianco e nero che mia madre mi faceva vedere in tv. Le gambe storte erano attraenti per Vittoria e puro ribrezzo per me.
Io e te non litigheremo mai per colpa dei ragazzi le confidai, mentre lei puntava lo sguardo sulla bocca di lui.
Lo trovo terribilmente sexy mormor subito dopo al mio orecchio, con il suo tono di voce basso, che l'eccitazione rendeva ancora pi avvolgente.
Gianfranco biascic scarne parole ai quattro che bivaccavano davanti al bar, accendendosi una Marlboro con lo Zippo. L'odore nauseante del petrolio che emanava da quell'accendino arriv fastidioso fino alle mie narici. Gianfranco richiuse il coperchio con un colpo secco, echeggiando come un richiamo per gli uccelli. Era lo stereotipo umano del bel ragazzo di buona famiglia con flebile tendenza alla trasgressione. Si guard intorno, mappando il territorio.
Vittoria, immobile e tesa, continuava a sussurrarmi nell'orecchio, come un mantra orientale: Ci deve salutare lui... vieni vieni vieni... Ora arriva. Vedrai che arriva e ci saluta. Lo deve fare. Lo sa che lo amo. Deve arrivare e salutarci.
E Gianfranco arriv, caracollando sulle gambe storte. Percorse i pochi passi che ci separavano restituendo lo sguardo a Vittoria, che associ un sorriso all'intensit dei suoi occhioni.
Io feci un passo indietro, per tirarmi fuori da un incontro che non mi comprendeva. Vittoria si sporse verso di lui e lo baci sulle guance. Lui lanci la sigaretta con uno schiocco delle dita e le avvolse la nuca con il braccio.
Che fai?
Era il genere di domanda neutra, suscettibile di risposte diverse. Non esponeva chi la pronunciava. Che fai? era l'approccio del noncurante.
Vittoria poteva comunque giocarsi la sua occasione. Lui pareva interessato a lei, ma purtroppo, come per molti dei maschi che frequentavamo, era un interesse generico, da pesca a strascico. Quanto l'amicizia femminile era solida e inattaccabile, tanto il rapporto con i ragazzi era ambiguo e scivoloso. Andava analizzato, decifrato, e spesso induceva in errore, lasciando aloni di sofferenza. Avevo capito da tempo che, per Gianfranco, Vittoria era solo una delle tante ragazze piacevoli che gli ronzavano intorno. Non avevo il coraggio di dirlo a lei, che continuava a sperare di diventare la prescelta. Assistevo inerte e dispiaciuta al continuo precipitare della mia amica in quella umiliazione senza prospettiva.
Quando lei esit nella risposta, Gianfranco aggiunse: Noi andiamo da Verdetti, tu che fai? Vieni con noi?.
Il potere maschile transitava anche attraverso arruolamenti in operazioni di branco, che coinvolgevano noi ragazze in modalit ancillare. Vittoria poteva accettare o rifiutare. Accett.
Verdetti era la pi antica cartoleria della citt. Ci trovavi gli enormi pennarelli a inchiostro indelebile, fosforescenti o argentati. Si chiamavano UniPosca. Per colorare la punta dovevi agitarli, c'era qualcosa dentro che tintinnava allegro e forse anche per questo per me erano diventati degli acquisti feticcio. I pi belli erano di tinta fucsia fluo. Con il loro tratto sgargiante avevo decorato il mio zaino Invicta, suscitando la riprovazione materna. Gli scaffali di Verdetti esibivano accattivanti diari colorati, penne stilografiche con inchiostro viola, gommine profumate. Gli astucci firmati che potevi utilizzare anche per metterci il trucco. Le calcolatrici con i tasti grossi e quelle digitali. I convertitori della moneta, per quando viaggiavi all'estero. Verdetti era un luogo di delizie inutili e voluttuarie a disposizione di chi avesse avuto il coraggio di approfittarne. Perch da Verdetti non si andava per comprare.
Certo che veniamo si affrett a garantirsi Vittoria, coinvolgendo me nella spedizione. Parlava sporgendo il volume del suo busto verso di lui, come in un'offerta rituale. Quella postura mi irrit, ancor pi perch Gianfranco non la not.
Allora si parte, seguiteci.
Io non avevo nessuna intenzione di andare a rubare.
Va' dissi a Vittoria. Io torno a casa. Ero offesa: l'uno non mi aveva invitata e l'altra non mi aveva consultata. Tu vuoi andare perch ti piace Gianfranco.
Dai, magari c' qualcuno di carino nel gruppo del Sant'Antonio...
Li conosco, non ce n' uno decente. Il pi carino  pieno di brufoli.  una fatica inutile. E poi io non sono capace di rubare.
Dai... facciamo che ci aspetti fuori... non mi puoi lasciare da sola... e poi viene anche Luca.
Ma cosa mi importa di Luca!
Pensavo ti piacesse... un pochino... occhi azzurri...
Ma no,  un imbranato. Ora  anche senza motorino, se l' fatto rubare e i suoi non glielo hanno ancora ricomprato...
Alla fine fu Federico a convincermi. Io non sapevo dire di no.
Dai, Serena, vieni con noi. Andiamo a vedere un po' di fauna. Il sabato si aprono le gabbie!
Lo spietato classismo contenuto in quella frase mi agghiacci. La fauna era il modo pi gentile con il quale si indicavano gli abitanti delle periferie che nel pomeriggio del week-end si addensavano nel centro storico della capitale.
Non conoscevo nessuno che abitasse fuori dai confini di Roma Centronord delimitati da Trieste Parioli Prati Flaminio Centro storico. Qualcuno, la cui famiglia possedeva una villa a Casal Palocco o a Monte Sacro, poteva essere incluso nella cerchia agiata del nostro istituto. L'eccezione veniva accettata con la stessa rassegnazione infastidita con la quale si tollera un foruncolo sul naso. Ogni classe ne aveva uno, massimo due. Alle medie era arrivato Arturo Vittoni, un ragazzo basso e mingherlino che le sopracciglia nere e convergenti rendevano ancora pi distonico rispetto allo splendore dei compagni di classe. Sapevamo che era povero. Non poverissimo, perch altrimenti non avrebbe avuto la possibilit di frequentare la nostra scuola. Ma sufficientemente privo dei mezzi adeguati a garantirgli l'abbigliamento consono ai nostri standard. Arturo vestiva di marrone e beige. Possedeva dei pantaloni di velluto a costine e un maglioncino di lana rasata che alternava con indumenti simili di sfumature differenti. Era figlio unico e si narrava che la mamma, donna sola, abbandonata dal marito, facesse grossi sacrifici per mantenerlo agli studi nel nostro liceo.
Un giorno Arturo arriv in classe con un invito per noi. Avrebbe festeggiato il compleanno il sabato seguente e ci voleva a casa sua. Ringraziammo con il garbo educato che ci avevano insegnato i genitori. Ma nessuno di noi si present.
Immaginai la scena: casa modesta, palloncini colorati a decorare le pareti, forse anche il semaforo a luci intermittenti che si usava per scandire il ritmo della musica da discoteca. Una torta di panna con quattordici candeline. E lo scandire delle ore che sentenzia la crudele latitanza di noi privilegiati. Il tramonto, che oscura pietoso un pomeriggio che doveva essere di festa. Nessuno di noi si scus, n lui ci disse nulla. Il peso della vergogna, che in un mondo giusto avrebbe dovuto riversarsi su di noi, i suoi carnefici, nell'universo dell'istituto plan tutto sulle sue esili spalle. Il luned seguente il festeggiato torn in classe con la schiena ancora pi piegata, lo sguardo reso basso dall'imbarazzo. Quel fine settimana non aveva studiato e, quando il professore di latino lo interrog, fece scena muta.
Cos quel sabato di qualche anno dopo, l'immagine di Arturo Vittoni mi torn alla mente, mentre, salendo sul motorino di Vittoria, seguivo la scia degli oppressori. Avevo scelto di stare dalla parte dei pi forti e stavo cominciando a capire che era la parte sbagliata.
Lasciai entrare i saccheggiatori da Verdetti, mi sedetti al tavolino di un bar mangiando un gelato e osservando. I ragazzi di periferia erano vestiti quasi come noi e in quel quasi si esplicitava la nostra feroce distanza. I loro abiti non erano di marca, ma grossolane imitazioni. I coccodrilli sulle maglie Lacoste erano pi spessi, le ali degli aquilotti di Armani troppo sottili. Le scarpe non erano Timberland. I piumini non erano Ciesse. Le ragazze di borgata che sfilavano per il centro erano troppo truccate e i loro jeans troppo attillati sui fianchi. Incredibilmente, ero meglio io.
Vittoria e gli altri tornarono mezz'ora dopo. Gianfranco camminava noncurante di Vittoria, dandole le spalle e chiacchierando e ridendo con Federico. Lei aveva uno sguardo annoiato e colpevole, per nulla complice dell'eccitazione dei maschi. Mi regalarono un UniPosca e un astuccio di Naj Oleari, che accettai senza ringraziare, rimuginando sul tempo perduto, che non ci sarebbe mai stato restituito.
Pi tardi, nel lasciarmi sotto casa, Vittoria ferm il motorino e scese dal sellino.
Io amo Gianfranco, nonostante lui si comporti sempre da stronzo. Mi piace da morire, ma anche oggi non sono riuscita a capire cosa vuole da me. Prima mi inviti, poi nemmeno mi consideri...
 l'ennesimo coglione sentenziai io. Soprattutto,  un montato. Lo vedi come cammina? Si sente Nick Kamen nello spot dei Levi's, ma  solo un ragazzotto che cammina dondolando e secondo me  ancora vergine.
Imitai la camminata di Gianfranco e Vittoria scoppi a ridere, ritrov la sua risata bassa e coinvolgente. Nick era uno dei nostri oggetti del desiderio. Nello spot dei Levi's 501 entrava in una lavanderia automatica e, sotto lo sguardo concupiscente delle donne presenti, si toglieva maglietta e jeans, li infilava nella lavatrice, restando a torso nudo con indosso solo i boxer bianchi, mentre risuonava la musica di Marvin Gaye. Nick Kamen era sintesi perfetta di umana bellezza e disinvoltura. Cominciammo a canticchiare la canzone della pubblicit mugolando di desiderio. Vittoria mi interruppe, diventando seria: uno dei suoi consueti cambi di umore repentini.
Meno male che ci sei tu. Ho te e questa  la cosa pi importante. Questo mi basta. Giura che non ci lasceremo mai, che saremo sempre amiche, che non smetteremo mai di volerci bene.
Non era la prima volta che Vittoria mi riservava questo tipo di dichiarazione. Sapere che esisteva al mondo almeno un essere umano per il quale io ero importante mi commuoveva. Sentii il cuore allargarsi e la pelle delle mie braccia fu percorsa da un brivido.
Ma certo che saremo sempre amiche. Da sempre e per sempre. Te lo giuro!
Alzai la mano, per mimare la cosa pi simile a un giuramento sacro. Poi la abbracciai, cos stretta da farle male. Volevo trasmetterle quello che non sempre riuscivo a dire. Che lei era l'unica persona al mondo di cui non temevo il giudizio, l'unica da cui mi sentissi accolta. La sola con cui ero davvero me stessa.
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Tanto vale vivere.
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Paolo non conosceva nessuno a cui giurare eterna amicizia, ma in fondo non ne soffriva. Sarebbe stato peraltro difficile sentirne la mancanza, visto che non aveva mai provato quel tipo di relazione, non ne possedeva l'alfabeto. Negli ultimi anni della sua vita aveva conosciuto dei ragazzi che gli avevano regalato la loro complicit, soprattutto in discoteca. Ma il rapporto si era limitato a uno scambio di esperienze, a consigli pratici. Eppure Paolo aveva ventun anni e la sua adolescenza era stata talmente carica di vissuto da poter riempire duecento edizioni di Cio, il settimanale per ragazzine che talvolta, anni prima, aveva comprato. Ci si trovava interrogativi ingenui come: Se bacio il mio ragazzo resto incinta?. Leggerli conteneva la dolcezza del confronto con l'umana navet, con chi non aveva problemi pi seri. Beate loro pensava, ma Paolo non era cattivo e non invidiava le sue coetanee. Paolo sapeva di essere altro da loro.
C'era stato un tempo quando anche Paolo, quindicenne, aveva sentito l'impulso di chiedere aiuto al settimanale raccontando la sua storia. Scrivere una lettera. Aveva fatto una prova, una pagina di foglio protocollo a righe vergata a mano, in un morbido corsivo, che aveva poi nascosto dentro la fodera del vocabolario di latino. Un sabato, rientrando a casa dalla scuola, il vocabolario si era scompaginato e la lettera era caduta a terra, suo padre l'aveva raccolta e l'aveva letta. Non era stato un pomeriggio facile, rideva Paolo ripensandoci e accarezzandosi la nuca come per compensare le botte paterne ricevute in testa quel lontano pomeriggio. Ora che aveva capito, dato un nome alle sue difficolt, aveva preso l'abitudine di ironizzare sulle sue peripezie. Era un dialogo allegro ma solitario. Non aveva ancora trovato qualcuno che lo capisse fino in fondo, da cui essere accolto. Non si fidava e ancora si nascondeva, ma quel giorno, scendendo dalla chiesa di Ponte Milvio verso il Tevere, guard il fiume illuminato da un sole potente come quello della creazione di Michelangelo. Si sent convinto che quel qualcuno, o meglio ancora, qualcuna, sarebbe arrivata presto. Il fiume scorreva invitante, sarebbe bastato scavalcare il muretto per buttarsi gi e sparire per sempre. Ma Paolo, nonostante una lunga attitudine all'autolesionismo, non aveva mai avuto davvero il coraggio di ammazzarsi e forse neanche la voglia. Tanto valeva vivere.
Sedette su una panchina e apr il quotidiano che aveva appena comprato. 30 aprile 1986: non era pi il tempo dei giornaletti, Paolo era e si sentiva un uomo adulto. Come ovunque nel mondo, voleva trovare notizie della nube radioattiva che arrivava da Chernobyl. Paura in tutta Europa, titolava il giornale. Avrei fatto meglio a restare in Brasile, pens Paolo e concluse che, dopo tutti i drammi vissuti e le lotte vinte, sarebbe stato davvero uno scherzo crudele del destino morire per colpa di un incidente nucleare nella lontana Unione Sovietica. Forse anche per questo pens subito all'immediato futuro, a organizzare le vacanze estive. La mamma possedeva una casa all'Argentario e una ad Anzio. Di tornare in Toscana non aveva nessuna voglia, l c'erano troppi testimoni. Anzio lo annoiava. Incamminandosi verso casa s'imbatt in un'agenzia di viaggi che reclamizzava l'affitto di villette a schiera in Abruzzo, sull'Adriatico. Entr e la bionda signora che sedeva dietro il bancone gli sorrise spalancando depliant ospitali come le braccia di un amico. Paolo si fece subito conquistare e prenot per agosto. Usc dall'agenzia fischiettando come il personaggio di un film anni Cinquanta. Da quando, bambino, aveva visto in tv Poveri ma belli, il seno prosperoso di Marisa Allasio era entrato prepotente nel suo immaginario. Era finalmente pronto a trasformare l'immaginazione in realt.
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La noia.
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Nelle nostre camerette fotocopia, entrambe foderate di poster, trascorrevamo insieme il tempo obbligato dello studio. Sulla carta da parati color arancio della mia stanza, le puntine da disegno fermavano alla parete le fotografie degli Wham!, alternate ai post-it dove appuntavo aforismi ed epigrammi greci che imparavo a scuola. George Michael sorrideva in camicia bianca, lo amavo e ne conoscevo a memoria canzoni e biografia. Mi aveva conquistato il suo percorso di riscatto, il racconto delle umiliazioni subite a scuola, figlio di un emigrante greco. Come lo capivo e come mi sarebbe piaciuto consolarlo! Vittoria, forse per non entrare in competizione, aveva scelto Andrew Ridgeley, l'inutile partner.  cos dolce... ripeteva. Efebici e delicati erano anche i due fratelli Kemp, bassista e chitarrista degli Spandau Ballet: arrivavano da Islington, ai tempi un quartiere popolare di Londra, e quel particolare li rendeva pi affascinanti ai nostri occhi di rampolle agiate. Simon Le Bon e il saxofonista degli Spandau Ballet, un altro biondo, spesso ritratto in canottiera, ammiccavano sexy, confortando il nostro risveglio.
Le nostre stanzette erano fortezze, purtroppo espugnabili. Il fratello maggiore di Vittoria, Luciano, irrompeva senza nemmeno bussare, con il consueto sorriso di superiorit maschile. Quel pomeriggio fece capolino per una comunicazione.
Mi sono dimenticato di dirti che qualche giorno fa ha telefonato un certo Gianfranco.
Quando?
Non mi ricordo... mica sono il tuo segretario.
Lo so che ha telefonato, me lo ha detto ieri. Come so che sei uno stronzo. La prossima volta che qualcuno telefona per te mi comporto anch'io cos. Te lo dico tre giorni dopo...
Assistere a quelle scene era spiacevole, anche se io ero abituata alla violenza verbale, quella tra i miei genitori. Non capivo per come si potesse non andare d'accordo con un fratello. Io ero figlia unica e avevo spesso pensato a quanto sarei stata pi felice con qualcuno accanto. Ma Luciano continu a inveire, fugando le mie illusioni sulla complicit del rapporto fraterno.
Sentila, fa l'offesa... Rise con una tonalit collerica, poi prosegu imitando in falsetto la voce della sorella: Non mi hai detto che ha chiamato Gianfranco... Chiss chi  questo Gianfranco... un frocetto, come questi quattro frocetti appesi al muro... gli unici uomini che vi abbiano mai guardato!.
Chiuse la porta inseguito dalle parolacce di Vittoria. Luciano non aveva alcun motivo di sentirsi migliore di noi. Non faceva che bighellonare la maggior parte del tempo; studiava ingegneria senza affannarsi troppo e con risultati mediocri. Destinato all'impresa di ristrutturazioni di propriet del padre, il futuro non lo impensieriva.
Ero stata tentata, alle volte, di reagire alla sua prepotenza. Ma la mia educazione familiare mi impediva di dare sfogo alla rabbia, soprattutto quando si era ospiti in casa d'altri.
Mio fratello  un idiota, mio padre pensa solo alla figa, mia madre  cornuta... Parlava di spalle, guardando l'unico muro spoglio, accanto alla scrivania. Poi si gir sorridendo: Per ci sei tu... che sei la mia meravigliosa amica, anche se ti mangi le unghie come una deficiente.
Alle cinque del pomeriggio terminammo la versione di greco. Fuori era ancora giorno. Potevamo restare a casa a guardare Videomusic, in attesa che passasse il nuovo video dei Duran Duran. O potevamo uscire. Tirai fuori dalla tasca dello zaino i due biglietti per l'Akropolis che mi avevano regalato all'uscita della scuola. Vittoria ammicc energica, indicando la porta.
L'Akropolis era la discoteca dei Parioli dove andavamo tutti, per incontrare chi gi conoscevamo o chi rientrava nei nostri standard sociali.
Molti stazionavano all'ingresso, seduti sul motorino, fumando una sigaretta, osservando lo spettacolo. Anche quello era un modo per trascorrere il pomeriggio.
Il buttafuori, senza dir nulla, senza nemmeno degnarci del suo sguardo liquido, che riservava dritto alla folla davanti a s, apr il cordoncino che consentiva l'accesso. Ci accolse una densa nube di fumo di sigarette. La musica era altissima gi nel corridoio dell'entrata, non si poteva conversare se non urlando, ma noi non avevamo bisogno di parlare.
La pista era tonda, sovrastata da un secondo piano aperto, da dove, affacciati dalla ringhiera, si poteva osservare chi ballava. Dalla consolle il dj, delizioso brunetto riccioluto in T-shirt bianca, sovrastava la folla, consapevole della propria superiorit antropologica. Mise un mix di Like a virgin. Tutte le ragazze ballarono imitando le movenze di Madonna, e io e Vittoria sbirciammo se qualcuno ci stesse notando, cosa che auspicavamo e che purtroppo si realizz. Si avvicinarono tre sconosciuti piuttosto insignificanti, sorridendo, con in mano una sigaretta e una birra.
Parl per primo un moro con il naso curvo sulla bocca e quando sorrise notai un dente scheggiato. L'altro moretto, basso, raggiungeva la mia altezza solo grazie a un ciuffo voluminoso e mostrava una grottesca spavalderia da giocatore di basket americano. Il roscio guardava per terra, le gote paonazze come un semaforo.
Al banco delle consumazioni c'era una gran folla e il tipo basso cominci a dirmi delle cose che non ascoltai. Al polso aveva dei braccialetti brasiliani molto logori e forse anche un po' sporchi. Presi una Coca-Cola con un goccio di rum e la discoteca mi sembr pi bella. Il roscio era sparito e io, trascinata dalla mia amica, mi ritrovai malvolentieri seduta con loro su flosci divanetti rossi. Vittoria stava palesemente flirtando con il ragazzo dal dente scheggiato e, quando cominciarono a pomiciare, il moretto con il ciuffo mi mise una mano sulla coscia. Mi scansai di scatto.
Cos'hai? fece lui. Sei timida?
In quel momento, solo in quel momento, mi resi conto che stava per baciarmi e che io non avevo la minima intenzione di ricambiare. Mi alzai, urtando il polpaccio contro il tavolino di vetro.
No, senti, forse non ci siamo capiti...
Il moretto basso mi guard incredulo.
Ma io... be', pensavo proprio che ci saresti stata.
Il tono della sua voce era diventato villano. Era delusissimo. Aprii la bocca ma non riuscii a emettere suono. Avrei voluto replicare con decisione alla supponenza delle sue parole. Chi si credeva d'essere per dare per scontato che io lo volessi baciare? Ma ero troppo timorosa e lui era riuscito a farmi sentire in colpa. Pensai addirittura che avesse ragione, che gli avevo dato troppo spago per tirarmi indietro in quel modo repentino. Accanto a noi Vittoria e dente scheggiato stavano impastando lingue e corpi. Nel guardarli la rabbia del moretto si dipan in uno sguardo d'odio. Potevo solo andarmene e lo feci, senza dire nulla.
Quando uscii nel piazzale, all'aperto, il sole era tramontato e cominciava a rinfrescare. Mi accesi una sigaretta, appoggiandomi a un motorino. Il polpaccio mi bruciava. Scacciai tutti i pensieri: il moretto, Niccol, le famiglie, il liceo. Mi concentrai sull'unica prospettiva positiva: il tempo scorreva veloce ed eravamo gi arrivati a venerd 8 maggio. La scuola sarebbe finita in un mese e le vacanze si stavano per spalancare: portatrici di imprevisti, novit, forse anche di amore.
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Giugno.
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La mia famiglia percorreva la via Pontina diretta a Sabaudia ogni fine settimana, partendo il venerd sera per rientrare domenica dopo pranzo. Un rituale che si concludeva solo a inizio stagione estiva, quando venivo depositata alla casa al mare per la consueta permanenza vacanziera. Conoscevo a memoria quella lunga strada a tratti alberata e spesso intasata dal traffico. Dalla Mercedes blu di mio padre che odorava di sigaretta e Arbre Magique al profumo di pino, il mondo sembrava composto e solido, anche se era fatto di Fiat Uno dalla vernice scrostata e da camion merci guidati da energumeni maleducati.
La radio era sintonizzata sulle notizie perch mio padre detestava la musica. I miei genitori parlavano raramente tra di loro. Del loro rapporto ignoravo tutto.
E ora il nostro approfondimento sulla nube tossica di Chernobyl. Come sapete, il presidente Gorbaciov ha annunciato che il peggio  passato, ma che  ancora presto per pronunciare la parola fine. Cercheremo di capire quali davvero potrebbero essere le conseguenze per la nostra salute. Intanto il ministro della Difesa Spadolini ha espresso la sua contrariet ai referendum sul nucleare per il quale si stanno raccogliendo le firme...
Ma se dovevamo morire di cancro, a che serviva studiare, comportarsi bene, preservarsi per l'amore eterno? Quando avevo otto anni mi ero interrogata sul perch della mia esistenza. Che ci facevo su questa terra? E perch il mio corpo e la mia testa erano fatti cos, perch ero figlia dei miei genitori e non di una afroamericana? Posta di fronte a tali interrogativi, mia madre aveva ritenuto pi consono abdicare al ruolo di demiurga, che svolgeva in tutto ci che mi riguardava. Mi aveva portata da colei che rivestiva un superiore ruolo sociale e morale: la pingue direttrice della scuola elementare, suor Benedetta. La quale con benevola accondiscendenza mi aveva spiegato che tutto era deciso da Dio, che ci aveva creato insieme a tutto l'universo, che eravamo caduti nel peccato originale, e infine che dovevamo comportarci bene per conquistare il Paradiso. Ben lungi dal rassicurarmi, quel colloquio mi aveva irritata. Mano nella mano con mia mamma, nel breve tragitto che separava la scuola da casa, sperimentavo la prima messa in discussione dell'onniscienza genitoriale.
Cos, nel percorso noto e prevedibile che mi avrebbe portata a Sabaudia, annegavo domande, che non avrebbero mai prodotto risposte, ascoltando nel walkman Kiss di Prince. You don't have to be rich, to be my girl... mi sembrava la bellissima dichiarazione d'amore che non avevo ancora ricevuto.
Ogni inizio estate, quando venivo tradotta al mare, sognavo che sarebbe stata la volta buona, la stagione della svolta.
Miramare era il nome del lido dove la mia famiglia aveva l'ombrellone, la spiaggia pi larga di Sabaudia, sotto le dune. Arrivai a inizio giugno e, con lo sguardo ansioso, cercai qualcuno che potesse riconoscermi, salvandomi cos dal costante sentimento di trasparenza e dissoluzione. Chi ero io, che non valevo per nessuno se non per la mia amica Vittoria, nella moltitudine di bambini, ragazze, nonne, secchielli, sdraio, castelli di sabbia?
Sdraiata sul lettino accanto a mia nonna, che ospitavamo tutte le estati e che si trascinava al mare cercando di manifestare il suo affetto nel modo pi efficace che conosceva, cio facendomi mangiare, tentavo di scacciare l'angoscia. Leggevo i racconti di Ballo di famiglia di David Leavitt: alle prese con quella moltitudine di infelicit mi sentivo meno sola. Chiudevo gli occhi e pregavo che un giorno arrivasse l'amore a sorprendermi con un bacio e a farmi finalmente sentire una ragazza felice.
Cos quando due giorni dopo il mio arrivo mi sentii dire un Ciao. Sei Serena, vero? da una voce bassa, quasi roca, che sembrava annunciare un miracolo, o un laico evento pieno di mistero, istintivamente pensai che fosse il segno del destino che stavo aspettando. Giorgio aveva diciannove anni, studiava economia e giocava a tennis. Era il nostro vicino di villetta, una casa a due piani con un piccolo giardino, quadrata, come tante altre, in centro a Sabaudia.
Mi invit ad assistere a una partita di tennis. Era vestito di bianco. Le vene del braccio si gonfiavano sul muscolo abbronzato. Io non capivo nulla di racchette e regole sportive, ma alla fine compresi che aveva vinto. La notte lo sognai.
Giugno fu il mese di Giorgio. Mi veniva a prendere spesso per andare a mangiare la pizza, a bere, oppure ai concertini di piazza. Una volta cercammo di andare al cinema ma all'Arena programmavano Yuppies, un film di Carlo Vanzina. Giorgio mi disse che non gli interessava e quel rifiuto lo fece salire nella mia personale scala di considerazione intellettuale. La sera dopo vedemmo insieme Witness e io pensai che Giorgio fosse pi sexy di Harrison Ford. La scena del ballo sulle note di Sam Cooke mi produsse un contagio di eccitazione. Il problema ero io, che a paragone della protagonista femminile scomparivo.
Giorgio guidava l'Y10 della madre e spesso mi portava fino al Monte Circeo. Percorrevamo veloci le salite tortuose costeggiate di ville a strapiombo sul mare.
Lo sai cosa  successo in una di queste ville, vero? Credo siano passati una decina d'anni. Mia madre conosceva il padre del proprietario della villa. Io non capisco cosa possa passare per la testa di certa gente. Violentare due ragazze, ucciderle... Dovrebbero murarli vivi in carcere.
Pensa alla ragazza sopravvissuta. Come potr andare avanti?
Io penso a quella poveretta che  morta.
Tutte le sere Giorgio mi raccontava di s e delle sue ambizioni: voleva sviluppare progetti per delle cooperazioni nei Paesi del Terzo Mondo.
Voglio essere utile agli altri. I soldi non mi interessano. Questo Fabrizia non lo capiva, sai?
E chi  Fabrizia?
La mia ex ragazza. Siamo stati insieme due anni, ma con lei non c' mai stata una vera sintonia. Era una ragazzina. Con te  diverso. Tu sei intelligente.
Abbassavo lo sguardo e non capivo perch non provasse a baciarmi.
Sulla spiaggia giocava a racchettoni. Lo sentivo ansimare fin dalla mia fila di ombrelloni. Accanto a me la nonna tirava fuori i pomodori con il riso dalla borsa frigo.
Mangia.
Non mi vanno, sono unti, ingrassano.
Un pomeriggio Giorgio mi telefon.
Serena, ti debbo parlare. Io non sono stato sincero con te.
Ero stesa sul letto dei miei genitori. La luce del pomeriggio filtrava attraverso le serrande quasi del tutto abbassate per temperare l'afa. Quando mia madre mi aveva chiamata perch rispondessi al telefono, avevo salito le scale di corsa, stringendo Ballo di famiglia come fosse un sostegno fisico. L'apparecchio grigio con la rotella per fare i numeri mi pesava sulla pancia. Sentii che mi avrebbe soffocato, ma non lo spostai. La voce di Giorgio era bassa, calda. Pronunciava il mio nome con un sibilo di tentazione. Lo sentivo respirare pesantemente, come se soffiasse nella cornetta.
Tu sei diventata la mia migliore amica, con te parlo benissimo, non vorrei mai separarmi da te. Ma da parte mia c' anche un po' di attrazione fisica. Un po' tanta.
Il giorno dopo Giorgio spar. Quando andai a cercarlo a casa la madre, affacciata al balcone, grid che era andato a Roma perch doveva sbrigare delle pratiche universitarie. Torn una settimana dopo. Lo vidi da lontano, in spiaggia, ma non ci salutammo. Era in compagnia di una ragazza mora, alta, molto sportiva e molto abbronzata e la baciava con passione. Tornai a casa tremando dalla rabbia. Piansi tutta la notte e quando la mattina dopo mi alzai, le labbra e gli occhi erano gonfi come se mi avessero picchiata. Mentre mi guardavo allo specchio promisi solennemente che mai, mai pi avrei versato lacrime per un uomo.
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Roma, 2023.
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Non ho mantenuto la promessa.
Ma mi  tornata spesso in mente, quando lacrime versate a causa di una passione infelice o di un amore che non riuscivo a ricambiare rigavano la mia faccia, facendo sciogliere il mascara.
In un noioso pomeriggio domenicale ho cercato su Google il nome e cognome di Giorgio. Lungi dall'essere partito per l'estero per aiutare i meno fortunati, era diventato amministratore delegato di una consociata pubblica. L'anno prima era stato arrestato. Inchiesta su un giro di mazzette per alcuni appalti. Lui si professava vittima di un complotto. Non ho mai gioito delle sofferenze altrui, ma quella notizia mi ha strappato un sorriso.
Non era la prima volta che indagavo su Internet la sorte dei protagonisti di quella stagione della mia vita. Non mi interessavano i colleghi di universit, n i vicini di casa del mio primo appartamento. Era solo di loro che volevo avere notizie. Sapere che esistevano, in qualche parte del vasto mondo, riconnetteva tasselli della mia identit. Trovarli e riconoscere che erano vissuti senza di me conteneva una impercettibile tristezza, ma del resto anche io ero riuscita a vivere senza di loro.
Ho cercato Vittoria, ma ancora una volta non ho trovato nulla, come se la mia amica fosse diventata cenere dispersa nel mare. Ho cercato Paolo. Speravo di trovare almeno una foto, un ricordo, un indirizzo. Era lui la persona pi importante di tutte, lui la ragione della mia ossessione. Ho trovato solo degli omonimi. Vedere il suo nome accanto a volti sconosciuti mi ha turbato, come se costoro gli stessero sottraendo l'identit che invece io volevo raccontare.
Alcune storie sono universali, altre sono legate inesorabilmente al momento in cui esistono. La nostra storia  legata agli anni Ottanta, quando Internet non esisteva che nella mente degli dei, quando le informazioni transitavano solo attraverso le chiacchiere o i libri. Quando, per capire come funzionava la sessualit, ci si fidava di un'amica che si proclamava pi esperta, o di un giornaletto pornografico rinvenuto nei cantieri di un palazzo.
La nostra storia oggi non potrebbe esistere. La conoscenza ci avrebbe aiutate a gestire l'imprevisto pi importante della nostra vita con maggiore lucidit? Vittoria sarebbe stata una figlia condiscendente al volere dei genitori, se avesse avuto modo di sapere la verit?
E che tipo di persona sarebbe stato Paolo, se solo avesse avuto la possibilit di realizzarsi senza infingimenti? Sarebbe ugualmente stato lui il nostro tramite verso l'autoaffermazione, o avremmo cercato altrove la via di fuga per la libert?
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Live Aid e altre imprese.
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La sposa aveva i capelli rossi e lo sposo era un principe. Londra era in festa.
Era il 23 luglio 1986 e tra la folla che salutava il passaggio della carrozza a quattro cavalli con a bordo i reali consorti c'eravamo anche io e Vittoria.
Serena, va' avanti, fatti largo, io non vedo nulla.
Sono bloccata da una stronza sudata alta due metri, con l'ascella pelosa appiccicata al mio naso. Che faccio, la ammazzo? Amplificavo la volgarit del mio italiano con perfidia soddisfatta: nessuno, oltre la mia amica, avrebbe compreso ci che dicevo.
Ammazzarla no, per puoi darle una gomitata.
Smettila, vieni qui accanto a me, si vede tutto abbastanza bene. Le feci spazio con il braccio, spingendo un ragazzino verso la mamma. E poi...
Poi cosa? si irrit Vittoria. Era accaldata e insofferente.
Sinceramente, ma cosa ci importa di questi due in carrozza? Lei  una miracolata pure un po' burina, lui un arrapato.
Ma sei stata tu a convincermi! Io sarei rimasta volentieri al college a studiare.
Tu? A studiare...? Non dire sciocchezze.
Vittoria aveva ragione, ero stata io a trascinarla in quell'inferno festoso. Volevo presenziare agli eventi. Dato che non riuscivo a rendere straordinaria la mia vita, partecipavo all'eccezionalit delle vite altrui. Quando pass il cocchio scoperto con a bordo Sarah Ferguson, appena diventata moglie del principe Andrea, provai un brivido di eccitazione. Dur poco: mi sentii subito sciocca, volgare come la cicciona di fronte a me che agitando la bandierina della Union Jack emanava l'afrore sgradevole della traspirazione ascellare.
Scattai pi foto che potei, come a dare un senso alla mia presenza in quell'agglomerato plebeo.
Era la seconda estate consecutiva in cui trascorrevamo il mese di luglio a Londra. Le nostre mamme ci spedivano in Inghilterra con il compito di perfezionare l'idioma di sua maest britannica. Oggigiorno se non conosci bene le lingue, e in particolare l'inglese, non troverai mai lavoro si ripetevano tra loro, fiere di svolgere con lungimiranza il compito di educatrici. Mandarci a studiare all'estero era anche un atto di fiducia, lo slancio verso la nostra emancipazione. Sarebbe stato pertanto corretto da parte nostra corrispondere al prototipo di ragazze assennate che le nostre mamme avevano scelto per noi.
Ma il mese di studio a Londra divenne per noi la cosa pi sfrenata ed eccitante mai vissuta nella nostra breve esistenza. Eravamo finalmente sole, libere, senza genitori, professori, preti, suore o maschi cretini.
A Londra prendeva forma tutto il nostro immaginario: era come vivere dentro Videomusic. Andavamo a King's Road per trovare edizioni limitate dei vinili dei nostri idoli musicali e avvistare le creste colorate degli ultimi punk. Entravamo nei grandi magazzini, luccicanti e costosi, per provare i trucchi e spruzzarci i profumi, fino a quando qualche commessa si accorgeva di noi, severa come l'emanazione di un controllore scolastico. Ci incantavamo di fronte alle cabine telefoniche rosse, agli autobus a due piani, a tutta la paccottiglia tradizionalista dell'impero britannico, agli uomini con la bombetta e la ventiquattrore che sedevano in metropolitana accanto ai colorati sikh indiani. La variet ed ecletticit di quello che ci circondava rendeva il conformismo romano da cui stavamo fuggendo ancora pi gretto e incolore. Neri, asiatici, sudamericani: Londra era popolata di esseri umani mai visti nella mia vita e quell'incontro di pluralit mi piaceva.
La sera planavamo in discoteca, utilizzando la metropolitana anche di notte, sprezzanti dei moniti sulla prudenza impartiti dai genitori. Il locale preferito si trovava sulla linea blu, fermata prima di Piccadilly, e si chiamava Hippodrome. La sagoma di due cavalli imbizzarriti legati a un calesse troneggiava in cima al grande palazzo di inizio secolo, sembrava spiccare il volo e portare lontano chi entrava nel locale.
Londra celebrava il nostro riscatto dal grigiore. L mettevamo in pratica il motto latino studiato nella scuola dei preti: audaces fortuna iuvat, la fortuna aiuta gli audaci.
Comunque ogni anno siamo in prima fila... ribadii a Vittoria mentre compravamo da un venditore ambulante delle orribili tazze celebrative del matrimonio di Sarah e Andrea. Non ci facciamo mancare nulla, pensa solo all'anno scorso cosa abbiamo combinato...
Live Aid. Il giorno pi bello della mia vita aggiunse Vittoria completando la mia frase.
Sospirai evocando con il pensiero il bacino mobile di George Michael che avevo contemplato l'estate precedente, mentre cantava Don't let the sun go down on me in duetto con Elton John durante quello che sarebbe diventato l'evento globale pi seguito della Storia: il Live Aid, appunto. Con ardimento pari alla nostra incoscienza, il 13 luglio 1985 eravamo riuscite a entrare al Wembley Stadium, con un biglietto acquistato pochi minuti dopo l'inizio del concerto.
 stato il mio capolavoro, ammettilo ricordai a Vittoria, mentre riponevo le tazze reali nello zaino e la spingevo verso la fermata della metropolitana.
Il NOSTRO capolavoro.
Chi ha condotto la trattativa? Io! Chi ha avuto l'idea di portarci dietro mezzo college per farci fare lo sconto comitiva? Io!
Va bene, hai ragione. Ti ricordi lo sconforto davanti ai chioschi dei bagarini a Leicester Square?
Due disperate: gli ultimi biglietti li vendevano a cifre assurde... inaccessibili. Ma noi...
Non ci siamo arrese. Ci siamo dette subito: proviamo davanti ai cancelli dello stadio, il giorno del concerto.
Quel pomeriggio avevamo radunato una decina di studenti del college e li avevamo posizionati, come una guarnigione d'assalto, all'esterno del Wembley Stadium. Sotto le torri bianche dello stadio avvistammo un giovane capellone, che sventolava uno spesso mazzetto di biglietti. Io mi ci avventai avvolgente come una sirena intorno alla nave di Ulisse. Sentivo prepotente di obbedire al destino di Roma antica: conquistare i barbari. Lui era brutto e mal vestito, e io ero diretta discendente di Giulio Cesare, o meglio di quell'imperatore Claudio che quasi duemila anni prima aveva conquistato la Britannia. Erede della superiorit latina, lo feci capitolare subito dopo l'inizio dell'evento. Pagammo i biglietti solo diciotto sterline a testa ed entrammo esaltate dal trionfo, mentre Sade intonava Smooth Operator.
Qualche ora dopo io e Vittoria, facendoci largo con cortesia e sfacciataggine, ci trovavamo sotto il palco. Faceva caldo e gli addetti al servizio d'ordine ci annaffiavano con delle pompe d'acqua. Suonarono gli U2 e la folla si mosse vorticosa, ondeggiante come un pitone. Bagnate e travolte, ci tenevamo per mano, felici anche nel disagio, consapevoli che il rito collettivo non ammetteva cedimenti. Arrivarono i Queen. Per la nostra generazione, che idolatrava Spandau Ballet e Duran Duran, i Queen erano una formazione pop vetusta, priva di rilevanza estetica. Ma quando, sul palco del Live Aid, Freddy Mercury in canotta bianca inton la sequenza di vocalizzi, restammo folgorate. Cantavamo in coro, libere e stonate, abbandonate a quella potenza spettacolare.
 un genio! Energia pura.
Incredibile, mai ascoltato niente di simile!
Serena, tienimi stretta, mi viene da piangere per l'emozione.
Vittoria, ti rendi conto dove siamo?
Era ormai buio quando David Bowie cant Heroes con la bellezza ambigua di un angelo decaduto. Salii sulle spalle di un ragazzo, mi pareva di volare. Non avevo nemmeno quindici anni e stavo vivendo qualcosa che sarebbe stato ricordato per sempre. Elton John chiam sul palco George Michael: indossava un giubbino di pelle sopra una maglietta bianca, semplicissima. I jeans gli fasciavano il fondoschiena pieno. Aveva gli occhiali da sole e una voce morbida. Mi eccit. Don't let the sun go down on me: non conoscevo le parole, ma lo avrei voluto steso sul mio corpo, insieme al sole che evocava.
Posso anche morire domani mi disse Vittoria mentre sul finale tutti in coro intonammo Do they know it's Christmas. Continuammo a cantare, insieme a decine di migliaia di persone, incamminandoci verso la metropolitana. Un incredibile coro, forse il pi grande coro in movimento della storia dei concerti.
Un anno dopo, quelle note erano conservate nelle nostre orecchie: il ronzio che rammentava la possibilit di essere felici.
Al liceo, studiando Orazio, avevo riflettuto sull'ansia esistenziale del poeta, che riconoscevo nella mia. L'autore del Carpe diem, in una epistola, scriveva: Non vivo n bene n con gioia. E non perch la grandine ha rovinato la vigna, e la calura ha morso l'oliveto... ma perch il mio corpo ha l'animo malato. A Roma desidero Tivoli, a Tivoli rimpiango Roma.
Non era quindi il balcone materno di quartiere Trieste affacciato sul placido e ipocrita scorrere della vita borghese a condannarmi alla noia. Non era la sabbia appiccicosa e rovente di Sabaudia che faceva soffrire la pianta dei miei piedi, a causarmi dolore anche all'attaccatura dei capelli, saldando fastidio fisico a irritazione emotiva. Il poeta latino aveva ragione, non erano i luoghi a determinare la felicit. Eppure io, in quella prima estate inglese, scoprii che almeno in un posto potevo essere felice, e quel posto era Londra.
Il pacchetto studio nella capitale consisteva in lezioni mattutine in un college al centro della citt, con altri studenti provenienti da tutta Europa, e nel soggiorno in case abitate da locali. Erano modeste villette di periferia, abitate da famiglie provate dai rigori thatcheriani, che accoglievano i rampolli europei con disprezzo misto a invidia sociale.
Nell'estate del 1986 io e Vittoria alloggiavamo in una stanzetta all'ultimo piano di un villino dell'est di Londra, sulla linea blu della metropolitana. C'era moquette ovunque, persino in bagno.
So, you want to see the Royal Wedding...! It seems so ridiculous to me... ci aveva apostrofate una sera, a tavola, la nostra trentenne padrona di casa. Ci scrutava da sotto la frangetta con occhi piccoli e vivaci, aveva i capelli corti e cotonati come quelli del batterista degli Spandau Ballet.
Simpatica mi aveva detto Vittoria poco dopo il nostro primo incontro. Cattiva, ma simpatica.
L'inglese parlava di politica ed esprimeva giudizi lapidari e sferzanti: la Thatcher era autoritaria e ignorante, Lady Diana una stupida. Il marito era insegnante come lei e la guardava con ammirazione. Si definivano entrambi repubblicani e anarchici.
Quando tornammo a casa con la tazza celebrativa degli sposi reali, ci premurammo di nasconderla in valigia.
Se la vede ci caccia di casa avvert Vittoria, ridendo.
Il sabato successivo, uscendo dall'Hippodrome, dimostrammo a noi stesse e forse, inconsciamente, anche ai padroni di casa, che noi eravamo pi anarchiche di loro.
La giovane coppia di insegnanti era partita per il fine settimana. Nella casa vuota, a nostra disposizione, ci preparammo a uscire in compagnia di una diciottenne concittadina conosciuta al college. Si chiamava Daniela, viveva a Roma Sud e vantava la lista dei suoi amanti con la stessa naturalezza con la quale noi leggevamo l'elenco delle materie di lezione a scuola. Ascoltarla era sconvolgente ed esaltante.
Volete che vi insegni come si fa un pompino? ci disse mentre, in cucina, stavamo preparando il caff. Il sole si apprestava al tramonto e una luce rosa tagliava il viso tondo di Daniela, la sua bocca carnosa e invitante. Pensai che volesse ringraziarci dell'ospitalit elargendoci istruzioni che in quel momento mi sembrarono sacrileghe, ma che un giorno, forse, potevano persino rivelarsi utili. Tacqui, Vittoria invece annu e Daniela afferr una banana a supporto empirico della sua conferenza. Era sfacciata e solare, sembrava non temere nulla. In quel pomeriggio di intimit ci confess il suo solo cruccio: aveva una mammella molto pi grande dell'altra. Alz la maglietta e si sfil il reggiseno.
Ci scambiammo i vestiti, azione di coronamento alle confidenze della sera. Io presi in prestito dalla diciottenne una maglietta aderente con delle vistose paillettes rosse, qualcosa che a Roma non avrei mai avuto il coraggio di indossare nemmeno per attraversare il pianerottolo. Daniela aveva messo una mia minigonna. Vittoria le aveva rubato il cerchietto per i capelli.
All'uscita della discoteca acconsentimmo a parlare con due ragazzotti con i Camperos a punta. Avevano i capelli lunghi come John Taylor dei Duran Duran.
Sono due coatti dissi a Vittoria e lei conferm ridendo. Ma Daniela era gi avvinghiata a uno di loro. Salimmo nella loro auto. Ci accompagnarono a casa. Entrarono con noi e i loro Camperos si allungarono arroganti sul tavolo basso del salone degli insegnanti anarchici. Io restavo rigida, seduta nella poltrona pi distante dal divano che li ospitava. I due erano vestiti troppo male per poter suscitare in me alcuna attrazione, eppure, quando salii le scale per andare a dormire, nel salutare le neocoppie avvertii impercettibile una flebile punta di rimpianto.
La mattina dopo seppi che Daniela li aveva resi felici entrambi, mentre Vittoria, dopo qualche innocente bacio, aveva salutato la comitiva e mi aveva raggiunta a letto. Ci svegliammo vive e intatte, consapevoli del pericolo a cui eravamo appena scampate. I due avrebbero potuto essere stupratori, ladri, persino assassini. Eravamo state fortunate.
Come nella parabola del dottor Jekyll e mister Hyde, io e Vittoria scoprivamo l'ebrezza vorticosa dell'indipendenza, il brivido caldo della vitalit che si spinge sul baratro della spericolatezza.
Mancavano due giorni al rientro a Roma. Ormai prive di assennatezza, all'uscita dall'Hippodrome mancammo l'ultima corsa della metropolitana. Ci sentimmo attraversate da un fremito che ci portava ad alzare sempre pi l'asticella della sfida alla sorte. Le ragazze giudiziose che le mamme italiane mandavano a studiare in Inghilterra sarebbero rientrate a casa con un taxi. Ma noi, a Londra, non eravamo pi quelle ragazze. Decidemmo di andare a dormire a Hyde Park. Fui io a proporlo a Vittoria, come fosse la scelta pi logica possibile. Ma lei non oppose alcuna resistenza, n insinu dubbi. Due adolescenti buttate sul prato del pi vasto parco pubblico londinese, vestite da sera: io indossavo un abito di seta leggera, Vittoria una gonna nera stretta e una camicia di voille trasparente. Entrambe calzavamo tacchi a spillo. Ci svegliammo all'alba, con il fastidioso rumore del tosaerba nelle orecchie e il profumo dell'erba tagliata, fresca di rugiada, nelle narici.
Caracollando sui tacchi mentre rientravamo a lezione nel college, Vittoria, strizzando l'occhio, mi disse:  un segno del destino, insieme siamo invincibili.
...
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...
Il fidanzato.
...
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...
Finch Vittoria si fidanz.
Ci eravamo separate per trascorrere il resto delle vacanze nelle case al mare dei nostri genitori. Come d'abitudine, ci riunivamo per l'ultima settimana di sole agostano prima dell'inizio della scuola. Vittoria arrivava a Sabaudia dall'Abruzzo, l la famiglia aveva la dimora estiva e io ero stata spesso ospite.
Era quasi mezzogiorno quando la andai a prendere alla stazione di Priverno. Il binario era assolato. Sull'unica panchina sedeva un signore ossuto e malvestito che conoscevo bene. Beveva birra a qualsiasi ora del giorno e normalmente mi insolentiva con epiteti volgari. Mentre aspettavo Vittoria lo guardai fugacemente. La sua indifferenza, invece di tranquillizzarmi, mi infastid. Mi sentivo davvero trasparente.
Vittoria scese dal treno sbracciandosi in modo scomposto, correndomi incontro con foga. La sacca da viaggio, rigonfia di vestiti, sbatteva sul fianco largo che si agitava nella corsa.
Mi abbracci tenendomi stretta pi del necessario. Quando mi liberai dalla sua presa la guardai distintamente in volto. Aveva scalato i capelli, che ora erano corti alle tempie, alti sulla fronte e lunghi fino alle spalle. Gli occhi neri erano truccati con precisione quasi professionale e sulla bella bocca carnosa un rossetto rosa acceso spiccava sulla pelle scurissima, quasi mulatta. Ma la cosa che mi colp di pi era lo sguardo: conteneva una luce raggiante mai vista in dieci anni di frequentazione quotidiana.
Mi prese sottobraccio e mentre ci incamminavamo mi disse: Ti devo raccontare una novit!.
Cosa?
Mi sono fidanzata!
E lui chi ? domandai subito, ovviamente.
Non essere cos precipitosa come al tuo solito. Sono felice. Poi ti racconto con calma. Intanto dimmi di te.
Non avevo nulla da raccontare, se non che talvolta al bar del paese incrociavo Giorgio e la sua ragazza e facevo finta di non conoscerli.
Ci incamminammo verso la fermata della corriera che ci avrebbe portate alla casa dei miei genitori, a Sabaudia. Non staccavo gli occhi dal viso di Vittoria e nel suo sorriso leggevo eccitazione e ansia. Pensai che i due sentimenti raramente potessero separarsi. In fondo io mi tenevo lontano dall'amore anche per evitare l'angoscia legata alla possibile inaffidabilit dell'oggetto amato.
L'agitazione della mia amica innamorata mi contagi. La incalzai, petulante, con raffiche di domande. Vittoria era altrove, nel suo mondo romantico, e l'unico modo che avevo per riappropriarmi di lei era la conoscenza. Dovevo sapere, come sempre, tutto.
Dai, dimmelo...
Che cosa?
Chi  il tuo fidanzato?
Uffa quanto sei noiosa! Mi guard ridendo, come una bambina consapevole di una marachella che sa di poter contare sul perdono della mamma.
Quello che posso raccontarti ora  che non mi sono mai sentita cos bene con qualcuno. Lui sembra capirmi in tutto, sembra quasi che indovini i miei pensieri.
Ma com'? Carino?
Se non era carino era tutto inutile, pensai. Non aveva senso mettersi insieme a qualcuno se non era corrispondente ai nostri canoni estetici, che erano abbastanza banali: alto, magro, bei lineamenti.
Vittoria si raddrizz sulla poltrona del pullman e la sua espressione divenne seria, come se parlare del suo ragazzo imponesse un'aura di rispetto anche nella postura.
Il viso secondo me  molto carino. Ha gli occhi verdi e i lineamenti perfetti. O almeno, a me sembrano perfetti.
Se la descrizione partiva cos voleva dire che il corpo non era attraente e che il viso non era poi granch. Meglio un bel viso o un bel corpo? eravamo abituate a chiederci, nei nostri test adolescenziali. Leggevamo sulle riviste per ragazze le lettere di quelle che si innamoravano dei brutti e le reputavamo delle sciocche o delle bugiarde. Era la prima volta che nel descrivere un ragazzo Vittoria non attribuiva importanza all'aspetto fisico. Pensai che fosse un segno di ingresso nell'et adulta, nella maturit amorosa.
E di corpo com'?
Non  tanto alto. Anzi  piuttosto basso, tanto che quando usciamo insieme non mi posso mettere i tacchi altrimenti sono pi alta di lui. E ho capito che a lui un po' scoccia.
Basso, quindi. La mia migliore amica, dall'alto del suo metro e settanta, aveva scelto un ragazzo basso.
Prosegu. Sopra  magro, sul petto insomma. Ha solo i fianchi un po' larghi. Un culotto cicciotto, insomma. Le maniglie dell'amore, le chiamo io.
Basso e grassotto, ecco come doveva essere quel ragazzo.
Dalla descrizione, non mi piaceva. Le chiacchiere sulla sua capacit di comprensione e su come fosse importante parlare con lui non mi convincevano.
Dove vi siete conosciuti? indagai.
A Giulianova, al lido. Ero al bar mangiando un gelato e lui ha attaccato a parlare con una scusa.
Ovviamente mangiavi, ahaha.
Le battute sull'essere sovrappeso erano parte integrante della nostra relazione amicale. Eravamo grasse da sempre. Ovviamente la definizione di grasso era sovradimensionata, ma ci sentivamo di appartenere a una categoria svantaggiata, forse addirittura oppressa, quella delle non magre.
Che fanno le ciccione alle feste? rideva Vittoria agguantando la ciotola delle patatine fritte. Si siedono e mangiano.
Consapevoli della nostra unicit, che non precludeva peraltro l'attrazione dei maschi e una seppur scombinata vita sentimentale, consideravamo i riferimenti al cibo una sorta di codice solo nostro.
Guardai Vittoria. L'amore non l'aveva fatta dimagrire. Forse era troppo presto, pensai. Lei replic: Infatti io mangiavo come una sprocedata, al mio solito... ero in bikini e ciabatte, lui invece persino al lido era vestito in maglietta e pantaloncini, sembrava un lord inglese. Si veste benissimo....
Quindi lo hai folgorato nonostante le trippe!
Esatto! Con lui mi sento libera di essere me stessa. Paolo non mi giudica. Si chiama Paolo, a proposito.  pi grande di noi. Ha ventun anni.
Scendemmo dal pullman nel deserto postprandiale della piazza e ci incamminammo cercando invano spiragli d'ombra per difenderci dalla calura. Il sole sembrava scottare anche l'anima.
Segno zodiacale?
Acquario. Una testa libera,  simpaticissimo... ha vissuto all'estero,  tornato quest'anno a Giulianova dopo tanto tempo e ha conquistato tutti.
Ma poi come vi siete messi insieme?
Mi ha baciato la sera dopo. C'era una festa in una villa sul lungomare... una casa incredibile, un apparato di luci tipo discoteca, il semaforo e una palla rotante, amplificatori da urlo... tutto allestito in giardino. Ovviamente anche un dj professionista bono come il pane... E non sai quanto balla bene Paolo!
Ecco, lo sapevo che l'unico anno che non vengo a Giulianova per stare con i miei genitori e nonni e farli contenti... tu passi l'estate pi figa della tua vita.
Non mi pare che tu ti sia mai annoiata durante le villeggiature al mare a casa mia... A proposito, ti saluta Lello.
Raffaello detto Lello era stato il primo amore della mia breve esistenza. Un ragazzo bello e focoso a cui avevo concesso il privilegio di baciarmi con la lingua. Era l'estate del 1983, io non avevo ancora tredici anni e scoprivo che le mie gambe lunghe e il mio seno avevano un potenziale attrattivo verso l'altro sesso.
Ah... com' diventato Lello?
Sempre carino. Scopava tutto il giorno con una bionda di Monza.
Sai che novit. Scopare  l'unica cosa che sappia fare, credo... Ma stai divagando... siamo arrivate a casa e ancora non mi hai raccontato come ti sei messa insieme con il cicciotto...
Non chiamarlo cos! mi ammon. Compresi che la mancata perfezione del suo nuovo fidanzato la rassicurava. Prosegu il racconto: Me lo hanno presentato alla festa e abbiamo cominciato a ballare insieme. Poi improvvisamente non l'ho visto pi. Ovviamente non ci ho dato peso: si balla con tanti e lui non mi aveva fatto una grande impressione. Avevo soltanto notato che si muoveva molto bene, con grande ritmo... infatti poi mi ha raccontato che ha fatto il ballerino....
Il ballerino?! Insomma, lui esce dal salone sulle punte e...
Sei una stronza! rise Vittoria.
Mi dici cosa  successo?
Dopo una ventina di minuti  tornato. Aveva in mano una rosa rossa a gambo lungo, evidentemente era andato dal fioraio del lungomare.
Non ci credo...
Ha attraversato il salone ed  arrivato da me, porgendomi quella rosa. Sorrideva, dolcissimo... poi mi ha preso la mano e mi ha portata fuori in giardino...
Scoppiai a ridere, sgranando gli occhi: Ma  nauseante, sembra una scena del Tempo delle mele! Quando lui le mette le cuffie e le fa ascoltare Reality.
Dreams are my reality... cominciai a cantare e Vittoria mi segu. Eravamo entrambe molto stonate, ma a nessuno importava, nelle strade deserte di Sabaudia, tra i negozi chiusi che esponevano lettini gonfiabili e salvagenti. Il tempo era sospeso, come al cinema, come nella sequenza dell'aspirante fidanzato che entra nel giardino della festa, in mezzo alla confusione dei balli pop, con una rosa in mano, e conquista la ragazza che ha scelto.
Mi ha stesa... andiamo in spiaggia e mi bacia. Sai che lui bacia al contrario?
In che senso al contrario?
Mette lui la bocca dentro la mia. Al contrario! Vittoria mim l'apertura labiale, come quella volta che aveva insegnato al ragazzino delle medie come si baciava.
In genere siamo noi femmine a mettere la bocca dentro quella del maschio, lui mi ha detto che era abituato al contrario. Buffo, no?
...
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...
Autunno.
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...
Paolo guidava una Maserati. Mi era stato fatto notare da Vittoria, come segno di distinzione economica e sociale. Si chiama Paolo e ha la Maserati biturbo.
Ignoravo cosa fosse un biturbo. Un motore particolarmente veloce? Scattante? Moderno? La Maserati mi rimandava a un maschile archetipico e leggendario, anni Cinquanta. Fotografie in bianco e nero di maschi in completi monopetto e pantaloni con le pinces, profumo di tabacco e dopobarba, sorriso rassicurante. Un uomo con una Maserati non poteva essere cattivo. Ed era sicuramente ricco.
Paolo era orfano di padre, morto quando lui aveva diciassette anni. Nel raccontarlo la voce di Vittoria si velava di malinconia.
Non conoscevamo molti orfani, e le rare volte in cui ci eravamo imbattute in uno di loro, lo avevamo osservato con la delicatezza che si deve a chi ha sofferto. Proteggere un orfano, restituirgli l'amore da cui era stato ingiustamente e prematuramente privato era una sfida degna delle anime migliori.
Il fidanzato della mia migliore amica aveva una sorella maggiore che viveva in Svizzera. Lavorava nell'azienda farmaceutica di famiglia e sebbene vantasse l'indipendenza economica, abitava ancora con la mamma in un grande e moderno appartamento nel quartiere Fleming. Aveva smesso di studiare economia, perch tanto, diceva Vittoria, non gli serviva la laurea, avendo gi un lavoro redditizio.
Non sapevo molto altro di lui dato che, a inizio ottobre, Vittoria non me lo aveva ancora presentato.
Mi sento come se mi avessero regalato una porcellana fragile mi confid un pomeriggio rientrando da scuola. Ho paura che si possa rompere. Sono talmente felice che credo di vivere in un incantesimo. Come se mi avessero fatta entrare in un video degli Spandau Ballet.
Dopo la prima settimana di scuola, Vittoria rinunci a tornare con me a casa. Arrivava sempre la Maserati biturbo, Vittoria mi salutava e correva all'angolo della strada dove lui la aspettava.
Rientrando a casa da sola, un po' avvilita, mi convincevo che il suo comportamento era normale e che a me toccava solo condividere la sua gioia, lasciandola libera. Lo cantava anche Sting: If you love somebody, set them free. Il pomeriggio studiavo Cartesio e saldavo la mia identit al Cogito ergo sum. Pensavo, quindi esistevo. Ma pi pensavo pi mi accorgevo, come al solito, che i miei pensieri si aggrovigliavano come la carta argentata per avvolgere le pietanze.
Mi era capitato spesso, su incarico materno, di dover recuperare l'inizio del viluppo dei rotoli di pellicola o di carta argentata. Non ero una ragazza paziente e non riuscivo mai a portarlo a termine. Pi tentavo di trovare l'inizio del rotolo, in modo da non frantumare la pellicola in inizi scombinati, pi mi innervosivo. Contro mia madre, che aveva riposto fiducia in una mia presunta ma in verit inesistente manualit. E contro me stessa, che mi rivelavo inadeguata anche per compiti cos banali. La mia testa funzionava allo stesso modo. Perch Vittoria non mi presentava Paolo? Il dubbio che non le servissi pi mi devastava, mettendo in discussione tutti gli anni trascorsi insieme, le confidenze, i pianti, le gioie, le follie.
Un giorno mentre stava sistemando lo zaino prima dell'uscita da scuola, le cadde per terra una foto. Incuriosita mi chinai a raccoglierla e chiesi: Chi ?.
Vittoria, sorridendo imbarazzata, forse consapevole della sua omertosa assenza di dettagli sul fidanzato, rispose frenetica:  Paolo! Ma non te l'ho mai fatta vedere la sua foto? Ma davvero? Eccolo, qui  a casa sua. La foto l'ho scattata io.
L'orfano che guidava la Maserati biturbo era ritratto fino a met gamba, con il corpo preso di profilo, in piedi, accanto a un tavolo antico con intorno delle sedie foderate di velluto. Il viso invece era rivolto all'obiettivo, che degli occhi verdi fissavano con intensit. Ci lessi una spavalderia ostentata, rafforzata dal labbro inferiore, atteggiato a una smorfia, sporgente. Non sorrideva. Il viso era tondeggiante e i lineamenti regolari. Indossava dei jeans chiari e una T-shirt bianca, semplicissima. Le spalle erano piuttosto calate: lo si sarebbe potuto definire un ragazzo leggermente pingue.
Carino le dissi porgendole la foto, che lei si affrett a riposizionare nel diario.
Me lo devi far conoscere le dissi, perentoria. La sua ritrosia mi aveva stufato. State insieme da due mesi e io non l'ho mai visto! Lo ha incontrato persino mia madre. Mia madre deve sapere con chi stai e io no?  un'assurdit!
La presentazione tra mia madre e il fidanzato della mia migliore amica era avvenuta due giorni prima e la mia genitrice me l'aveva raccontata a pranzo con dovizia di particolari.
E cos la tua migliore amica si  fidanzata... Un giovane piccolino, non proprio bellissimo... ma mi sembra perbene. Guida un macchinone...
Una Maserati biturbo avevo confermato, irritatissima.
Aveva incontrato Paolo davanti al salone di bellezza della signora Felici, dove il giovane, al volante della sua biturbo, aveva depositato la mia amica. Paolo, ragazzo educato, era sceso dall'auto per salutare Emilia, che era in compagnia di mia mamma. Dopo aver decantato le lodi della cortesia del ragazzo, mia madre mi aveva chiesto con malizia: Ma vi sentite ancora con Vittoria? Non ti vedo pi stare ore al telefono... non che sia una cattiva notizia... almeno scende il costo della bolletta.
L'insinuazione fu per me un'onta umiliante. Risposi che ero sempre in ottimi rapporti con Vittoria, ma il sospetto mi fer. Un'altra notazione aggrav il mio malessere.
Sai, la mamma di Vittoria  molto contenta di questo rapporto. Dice che la figlia  diventata pi docile... meno maleducata... Lui l'ha rimessa in riga!
Non potevo credere che un maschio qualunque l'avesse ammansita. Dovevo vedere Paolo e Vittoria, insieme. Dovevo capire cosa stesse succedendo: il comportamento sfuggente della mia migliore amica mi destabilizzava.
Devo conoscere Paolo. Decidi tu quando.
Non ero solita fare richieste, perch ero abituata a risolvere da sola sia le fragilit che i problemi pratici. Vittoria rimase colpita e il sabato successivo mi accontent.
Era una giornata cos mite d'ottobre, che sembrava rubata all'estate. Uscimmo insieme da scuola, all'una, leggere e ilari per la fine della settimana di lezioni. Sbucando dal cancello alto e nero della scuola vidi in lontananza la Maserati biturbo grigio metallizzato di Paolo. Continuando a passeggiare con me, senza guardarmi negli occhi, distrattamente, come fosse una sua iniziativa, come se non fossi stata io a insistere, Vittoria mi chiese: Vieni a prendere un gelato con me e Paolo? Ti va?.
Non ho avvisato mia madre balbettai.
Tua madre? Ma che ti frega di tua madre... Dai, andiamo, le telefoni dal bar concluse portandosi avanti e trascinandomi per l'avambraccio.
Paolo era in controluce e ci incit a salire in fretta con voce squillante e determinata. Gli strinsi la mano di sfuggita e sul sedile posteriore mi posizionai all'estrema destra dell'auto, in modo da poterlo osservare, almeno di profilo. Poi mi spostai verso il centro della macchina ed esaminai gli occhi, racchiusi nello specchietto retrovisore.
Era un giovane uomo dallo sguardo vispo e dal sorriso ampio. Come avevo notato dalla foto, Paolo aveva un grazioso viso regolare, leggermente tondo, il naso dritto e sottile, la bocca ben disegnata e carnosa. Gli occhi color verde scuro, quasi marrone, brillavano sulla carnagione ancora abbronzata, probabilmente frutto dell'aiutino di una lampada a raggi UVA.
Guidando con scioltezza al limite dell'incauto e senza consultarci sulla destinazione, ci port al bar delle Muse, un chioschetto posto al centro di un parco nel cuore dei Parioli.
Parcheggi con disinvoltura accanto a un cassonetto, tralasciando di cercare un parcheggio regolare. Scese dalla Maserati scattando subito verso Vittoria, che per era gi fuori dall'auto, senza aspettare che lui aprisse lo sportello. Allora le accarezz le spalle e porse la mano per aiutarmi a uscire. Notai la gentilezza e glielo dissi. Furono le prime parole che gli rivolgevo.
Camminammo nel verde per qualche minuto. Paolo teneva per mano Vittoria e continuava a raccontare con allegria aneddoti riguardanti persone e situazioni che non conoscevo. Vittoria, con un tacco di pochi centimetri, era pi alta di lui. Sorrideva in quel suo modo tipico, sornione, con la bocca morbida che si storceva quasi in una smorfia.
Faceva caldo e gli studenti radunatisi al bar si spogliavano delle felpe indossate la mattina, quando l'umidit e la foschia ubbidivano alla consuetudine meteorologica. Io e Vittoria eravamo casualmente vestite uguali, con la gonna a pieghe e un maglione spesso, intrecciato. Io ero molto a disagio e forse anche Vittoria. Le calze velate pizzicavano sotto il fresco lana e il maglione mi faceva sudare.
Paolo ci fece accomodare al tavolino, nel parco. Si sedette e chiam il cameriere schiarendo con un colpetto di tosse la voce pimpante.
Direi che un bitter per tutti e tre va bene, no?
Vittoria dopo avermi presentato era rimasta in silenzio. Annu. Io feci lo stesso, sorridendo e aggiungendo parole di circostanza, inutili. Paolo si disse molto contento di conoscermi, aveva tanto sentito parlare di me dalla fidanzata ed era contento di costatare che ero una bella e simpatica ragazza.
Se il mio amore ti ha scelto come migliore amica un motivo ci deve essere, vero, tesoro? disse allungando il braccio sulle spalle di Vittoria e stringendola a s. La mole di lei lo sovrastava e rendeva disarmonico il gesto di lui. Era anche un po' imbarazzata, come se quelle smancerie non le appartenessero. In compenso affondava i suoi occhi neri nel viso e nel corpo di lui, come una mistica del medioevo di fronte al crocefisso.
Paolo si guardava intorno come un etologo nella savana. E ogni tanto commentava l'abbigliamento dei ragazzi. Trovava un soprannome per tutti. Era divertente.
Toglietevi quel maglionaccio da suore, no? Fa caldo. Come fate a resistere? Poi aggiunse: Ah, ora ho capito! Vi si vede la pancetta... la pancetta dell'amore mio!.
Strizz l'addome di Vittoria che si divincol. Per un attimo pensai che lo avrebbe insultato e invece lei scoppi a ridere mentre borbottava vezzosa: Piantala!.
Allora Paolo si rivolse a me e inizi una lunga sfilza di domande. Volle sapere se avevo fratelli, se ero fidanzata, se anch'io detestavo la professoressa di matematica e simpatizzavo con quella di storia. Qual era il mio cantante preferito e quale il video musicale che mi piaceva di pi. Disse che aveva girato il mondo e quindi mi interrog sui viaggi che avevo fatto io, chiedendomi quale fosse la citt che avevo amato di pi. Gli risposi Londra e lui concord, poi rapidamente e senza nessun collegamento pass alla cucina: se sapevo cucinare - lui era bravissimo, mi disse - e se avevo un piatto prediletto. Quando gli dissi che impazzivo per la cotoletta alla milanese, replic che era la sua specialit e che ci avrebbe presto invitate a mangiarla a casa sua.
La sua attenzione mi lusingava. Vittoria ci ascoltava senza intervenire. Era tranquilla e mi sembr soddisfatta della nostra intesa.
Lanciata nell'orbita della nuova amicizia gli chiesi anche io qualcosina.
E tu di cosa ti occupi esattamente?
Paolo mi guard con l'aria di chi sa cose che non tutti possono comprendere.
Finanza. Numeri, cose noiose. Sospir e schioccando le dita chiam il cameriere. Il conto! esclam.
Poi stese le braccia davanti a s e apr le mani minute. Le guard, roteandole, e non smise per almeno cinque minuti. Guardava e riguardava le sue mani, continuando a chiacchierare amabilmente. Fino a quando, su un piattino d'argento, arriv piegato il fogliettino bianco che lui prese senza aprire, estraendo contemporaneamente un portafogli firmato dalla tasca interna della giacca sportiva.
Paolo aveva mani piccole e aggraziate. Era stato con quelle mani che una settimana prima, in occasione dell'anniversario di due mesi di fidanzamento, aveva infilato all'anulare sinistro di Vittoria una veretta di platino costellata di brillanti.
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I regali.
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Quando telefonai a mia madre per dirle che non sarei rientrata per pranzo, erano quasi le tre del pomeriggio. Lei mi rispose urlando rimproveri. La lasciai sfogare ma reputai che tornare a casa con quella tempesta in atto non sarebbe stato saggio.
Vittoria, vengo da te, mia madre sta sclerando.
Certo, amore mio, ci accompagna Paolo!
Quanto era gratificante avere un cavalier servente dotato di mezzo di trasporto a quattro ruote! Improvvisamente al bar delle Muse mi sentii anch'io una principessina, perch esisteva qualcuno che si prendeva cura di me. Da quel giorno di ottobre potevo contare, oltre che sulla mia migliore amica, anche sul suo fidanzato.
Nel cortile del palazzo umbertino in cui abitava la famiglia Felici risuon il tintinnio delle nostre risate, come un campanello dei cartoni animati, fresco, instancabile. Eravamo sole, io e lei, come ai bei tempi. Entrammo nella casa vuota e ci stendemmo sul divano di velluto a elle, abbandonando le dcollet sulla moquette marrone chiaro. Vittoria accese Videomusic, c'era Boy George che cantava una vecchia canzone, Karma Chameleon. In sovraimpressione c'era scritto Speciale Culture Club. Vittoria pos il telecomando sul divano e disse: Ti  piaciuto Paolo?.
Molto.  un ragazzo intelligente. Simpatico. Affettuoso.
 molto intelligente disse rimarcando il molto. Per questo mi piace. Non  bello...
Eravamo cresciute nell'egemonia dell'estetica. Frequentare qualcuno di poco attraente non era ammissibile. Pensai che Paolo non mi sarebbe mai potuto piacere fisicamente, ma ammirai la maturit di Vittoria che lo aveva scelto per le sue doti umane e non esteriori.
Va be' dai, non  nemmeno brutto dissi.
S, insomma, non posso dire di averlo notato per il suo fisico, ecco. Ma  cos acuto, cos capace di andare al nocciolo delle cose. Anche perch ha sofferto tanto.
La morte del padre?
Non solo la morte, ma la malattia. Il tumore al cervello  stato devastante. Paolo era un adolescente, la sorella pi grande si era gi sposata e viveva in Svizzera. Lui e la madre rimasero soli ad assisterlo. Pensa cosa vuol dire vedere tuo padre che non  pi presente, che non ti riconosce, che ti guarda e non riesce a parlare...
Non conoscevo il dolore della malattia e della morte. La vita mi sembrava gi abbastanza complessa e faticosa per immaginare cosa volesse significare soffrire per un male fisico. Cambiai argomento.
Sbaglio o ti sta riempiendo di regali?
Vittoria abbass lo sguardo con ritrosia.
S,  vero. Quando usciamo ovviamente paga sempre e solo tutto lui. Caff, pranzi, gelati. Io non posso mai aprire il portafogli. Ma non solo: se mi piace qualcosa in una vetrina devo stare attenta a dirglielo, altrimenti il giorno dopo me la trovo incartata sul sedile dell'auto.
Che meraviglia... Peraltro l'anello  bellissimo, ma perch non lo metti?
Mi vergogno un po'...
E perch?
Mi sembra prematuro.
Non ti ha fatto piacere?
Certo, forse la verit  che non riesco a godermi tutto fino in fondo... Paolo dice che dopo la morte del padre ha deciso di vivere ogni istante il pi intensamente possibile. Non vuole perdersi nulla.
Tipo Carpe diem?
Cogli l'attimo, esatto.
C' qualcosa che ti debbo riferire. Lo sai che tua madre va dicendo in giro che Paolo ti ha ammansita?
Vittoria scoppi a ridere: Me lo immaginavo. Non ho ancora diciotto anni e lei si  gi convinta che io mi sia sistemata. La vedo osservare la macchina, i regali... il suo atteggiamento mi fa schifo.
Quindi secondo te a lei Paolo piace perch  ricco?
Ma certo. Perch non lascia mio padre nonostante lui l'abbia sempre tradita? Perch non vuole rinunciare ai soldi. Applica lo stesso modello con me. Siamo alla fine degli Ottanta, alla vigilia del 2000 e ancora ritiene che le donne si debbano accasare.
Pronunci la parola accasare scandendo le sillabe con disgusto. Pensai all'amante del padre di Vittoria, la signora troppo truccata che avevamo incontrato nell'istituto di bellezza della signora Felici. Era quello il destino che gli adulti volevano per noi e a cui andavamo incontro? Sposarci, fare figli, e poi sopportare stoicamente il tradimento? Eppure eravamo una generazione di ragazze cresciuta con la convinzione che fosse necessario lavorare. Avremmo goduto della stessa indipendenza verso gli uomini anche nei sentimenti? Non feci in tempo ad affrontare questa riflessione. Sentimmo la chiave che girava nella serratura di casa. Dal passo riconoscemmo il fratello. Avanz trascinando gli scarponi Timberland.
Che fate voi due? Che  'sta lagna, chi  'sta checca che canta?
In tv c'era ancora lo speciale sui Culture Club e Boy George ballava, truccatissimo.
Smammate che c' il Gran Premio.
Vittoria lo salut con un vaffanculo, lanciandogli il telecomando. Andiamo, dai mi disse.
Luciano sghignazz, prepotente e villano. Non lo guardai nemmeno, non volevo mostrare alcun interesse per quella sceneggiata. Mi faceva troppa pena per detestarlo. Lui continu. Godeva nell'insultare la sorella.
Pensavo che il tuo ragazzo ti avesse insegnato un po' di educazione... Gli debbo parlare, un giorno di questi!
Realizzai che Luciano avrebbe voluto acquisire una complicit con Paolo, per l'unico motivo che era un maschio come lui. Vittoria per seppe cosa rispondere.
Tu non parli proprio con nessuno. Anche perch ti sarebbe difficile parlare italiano. Ignorante. Stronzo.
Uscimmo in cortile a fumare. Nascosta nell'armadio, c'era la stecca di sigarette comprata al duty free dell'aeroporto al rientro da Londra, uno dei nostri piccoli segreti. Fumare era una trasgressione, e mentre ci sbuffavamo il fumo in faccia pensai che niente e nessuno avrebbe potuto dominarci.
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La gita a Firenze.
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La stazione Termini ci attendeva come un antro primitivo di caos e disperazione. Era forse uno dei luoghi romani pi distanti da noi: sporco, vecchio e mal frequentato. Ci arrivammo una mattina dei primi di gennaio, durante le vacanze natalizie, alle otto. Eravamo io, Vittoria e Paolo.
Ero stata convocata un paio di settimane prima da Vittoria, che si era dichiarata stufa di accompagnare da sola il fidanzato in quei viaggi a Firenze, dove lui seguiva un percorso di assistenza psicologica presso una specialista.
 in cura da un po', aveva cominciato con questa terapeuta a Roma dopo la morte del padre. Poi lei si  trasferita a Firenze e lui  stato costretto a seguirla l. Ci va ogni quindici giorni, sempre di sabato. Sono gi tre volte che lo accompagno.
Non me lo avevi mai detto... replicai perplessa.
Be', sono affari suoi, non trovi? Ma ieri gli ho detto che sono stanca di aspettarlo sempre da sola... Firenze  piccola e noiosa. I negozi carissimi. Ti va di accompagnarmi?
Sapere che il grande amore della mia amica, fonte di gioia e solidit, era in terapia mi turb. Paolo sembrava molto sicuro di s, estraneo a patemi o angosce. Sulla psicanalisi incombeva lo stigma del dettato famigliare: avevo un cugino in cura psichiatrica e il padre, fratello del mio, ne aveva parlato un giorno durante un pranzo domenicale, a bassa voce, con vergogna.
Io invece ero molto incuriosita dall'universo di coloro che chiamavano in modo dispregiativo strizzacervelli. Superata la sorpresa della rivelazione, pensai che fosse segno di modernit ed emancipazione che Paolo avesse raccontato del suo percorso a Vittoria e che non si vergognasse di condividerlo con me, praticamente un'estranea. La mia amica doveva averlo rassicurato: conosceva la mia infatuazione per la psicanalisi.
Amavo leggere L'interpretazione dei sogni di Freud, attratta dalla necessit di trovare una risposta al mio malessere interiore. La mia attenzione si era concentrata sulla simbologia fallica. Un giorno avevo portato quel libro in classe e ne avevo dato pubblica lettura davanti a Luca e Federico, e ovviamente a Vittoria. Una specie di test.
Avete mai sognato di essere inseguiti da uomini armati di pistola?
Era un sogno che io facevo spesso, e anche Vittoria. Luca confess che anche lui era stato vittima di quell'incubo.
Sappiate che la pistola, i fucili, in generale le armi da fuoco rappresentano l'organo sessuale maschile.
Luca era arrossito e Federico era scoppiato a ridere.
Non vedevo l'ora di interrogare anche Paolo e mi ero portata il libro nello zaino.
La stazione si stava svegliando e i senzatetto alloggiati all'ingresso, nell'ampio piazzale, sistemavano i giacigli su cui avevano trascorso la notte. Sacchi a pelo, cartoni, buste di plastica. Una donna dai capelli lunghi tenuti insieme da un elastico verde, di quelli da ufficio, rovistava in un carrello della spesa, sua propriet mobile.
Mio padre aveva adottato un barbone... s, insomma, un homeless disse Paolo varcando la soglia di Termini, rivolto a noi, ma come parlando con se stesso. Nonostante tutto pap era un brav'uomo.
Perch dici cos?
Il perch lo so io... disse Paolo sorridendo, prese Vittoria sottobraccio, allung l'altra estremit verso di me, cingendomi le spalle. Si va! esclam esuberante mentre le porte della stazione si aprivano al nostro passaggio.
Lanciai un'ultima occhiata al popolo del piazzale e sorrisi a Paolo, volevo fare bella figura, mostrarmi brillante e cordiale.
Arrivare a Firenze in auto sarebbe stato forse pi comodo ma sicuramente meno veloce. Vittoria mi aveva poi avvisato che quelle sedute dallo psicologo erano piuttosto impegnative per il suo fidanzato, che quindi non aveva voglia di guidare.
I biglietti li aveva acquistati Paolo anche per noi. Quando, seduta nel vagone, mi offersi di ripagarli, non ne volle sapere.
Quando sarai ricca come me, mi offrirai tu un viaggio a Bahia...
Era una frase sbruffona, ma pronunciata da quel ragazzo grazioso non aveva nulla di volgare. Vittoria lo riprese e si giustific con me: Perch lui a Bahia ci  stato. Con il padre e poi da solo.  stato quando faceva il petroliere.
Alla parola petroliere mi spunt subito davanti agli occhi il J.R. della serie televisiva Dallas, individuo distante anni luce da quello che mi trovavo davanti. J.R. indossava cappelli da cowboy con la falda enorme e dietro gli occhi di ghiaccio celava un animo spietato. Paolo non rinunciava al cappottino blu di sartoria e lasciava intravedere dolcezza dagli occhi verdi.
Lo scompartimento aveva sei posti e accanto a noi sedeva una donna giovane, dai capelli neri e lisci, divisi da una riga vistosa al centro del cranio. Cercava di tenere a bada una bimba piagnucolosa.
Da quanto tempo sei in cura? chiesi a Paolo. La domanda mi sembr sufficientemente vaga per non metterlo in imbarazzo.
Tutto  cominciato con la malattia di mio padre. Ero poco pi di un adolescente e lui improvvisamente non ragionava pi. Il tumore cammin velocissimo e io mi trovai senza punti di riferimento in pochi mesi.
Tua madre come reag?
Era molto impegnata nell'accudirlo. Noi eravamo una famiglia ricca, grazie all'azienda farmaceutica del nonno. All'epoca possedevamo una villa con piscina all'Argentario. Soffrivo talmente tanto che un giorno mi gettai nell'acqua pensando di affogarmi. Ricordo il piacere dolce dell'acqua tiepida sul mio corpo che odiavo e volevo annullare in tutti i modi.
Sapevo cosa volesse dire tentare un suicidio. Paolo prosegu, appariva indifeso e sincero. La mamma accanto a noi faceva finta di giocare con la figlia, ma sbirciandola notai che ci stava ascoltando. Paolo non aveva paura di condividere il suo dolore con una sconosciuta.
La prima volta che mi gettai in acqua riemersi dopo poco, l'istinto mi fece tornare su a respirare. Il giardino della casa era enorme, mia madre passeggiava con mio padre, un passetto alla volta. Lui si muoveva a stento. Io ero sempre solo... Mia sorella era gi partita per Ginevra. Lei era scappata da quell'inferno, era grande e si era fidanzata con un funzionario dell'OMS che poi sarebbe diventato il marito. Ma io restavo solo.
Ma non ti sfogavi con qualcuno? Non avevi amici?
Paolo guard fuori dal finestrino e non mi rispose. Sembrava in un altro universo.
Ci riprovai una seconda volta. Avevo preso dei sonniferi, tanti sonniferi. Volevo svenire in acqua e restare l, abbandonato, sciogliere il mio corpo. Ero gi riverso a faccia in gi quando rientrarono i miei genitori. Mi tirarono su e il giorno dopo mi spedirono da un analista.
Sono stati bravi, i tuoi, a farti curare aggiunsi. Ma pap come reag? Si rendeva conto che stavi soffrendo per lui? Deve essere stato terribile.
Non soffrivo solo per lui... ma  una storia lunga e noi stiamo arrivando a destinazione!
Firenze ci accolse con la sua bellezza raffinata. Le strade erano colme di turisti, nonostante fossero solo le dieci del mattino. Camminavano in branco capitanati dalle guide riconoscibili per gli ombrelli aperti o i bastoni con le bandierine in cima.
Paolo ci salut subito e prese un taxi diretto in ospedale. Con Vittoria ci sedemmo a fare colazione a un bar. Le chiesi ulteriori notizie di Paolo, ero curiosissima.
Su alcuni momenti della sua vita lui tace, non vuole spaventarmi. Non mi ha raccontato molto di pi di quanto abbia detto a te. Ma io gli concedo del tempo.
Insiste sul corpo, lo voleva annullare... che verbo forte.
Si sentiva rifiutato... e poi ha sempre avuto un rapporto conflittuale con il padre e quando si  ammalato si era convinto di aver causato lui il suo tumore. Avendolo odiato in adolescenza, s' convinto di avere un pensiero magico che lo ha fatto morire. Voleva annullare il suo corpo perch si riteneva responsabile delle condizioni del padre.
Annuii poco convinta, mi sembr un ragionamento troppo complesso.
Il treno del ritorno era previsto alle cinque. Faceva freddo e arrivammo alla stazione in anticipo, mentre il sole stava gi indietreggiando. Ci sedemmo sulla panchina di fronte ai binari e io tirai fuori dallo zaino L'interpretazione dei sogni.
Stavo cercando un passaggio da condividere con i miei amici, quando una voce profonda distolse la mia attenzione. Sollevai il viso.
Come stai, Paolo?
La domanda aveva uno strano accento di sospensione. Aveva detto il nome Paolo, sgranandolo come un rosario, una sillaba dopo l'altra, fino alla o finale, cos sottolineata da sembrare quasi accentata.
A parlare era una donna sulla quarantina, alta almeno un metro e ottanta, molto attraente e vistosa. I capelli biondi assomigliavano a quelli di Farrah Fawcett in Charlie's Angels: vaporosi, fluenti, con una zazzera a coprire la fronte. Gli stivali neri erano aderenti, con un mezzo tacco grosso. I lineamenti del viso apparivano duri e ruvidi, il naso pronunciato, gli zigomi alti. Paolo alz lo sguardo con un sorriso accennato e restitu il saluto.
Sto bene, cara. E tu? Come procede?
Quella strana donna guard me e Vittoria con attenzione, come se stesse facendo uno screening. Il suo sguardo metteva a disagio.
La dottoressa Rosmini mi ha aiutato tanto... Sono quasi alla fine della terapia.
Sono felice per te, Eugenia. Ti auguro tutto il meglio.
Anche a te, Paolo, anche a te.
La donna si allontan e subito dopo arriv il nostro treno. Salimmo in silenzio.
Appena seduti nello scompartimento, Vittoria chiese a Paolo: Chi era quella?.
Un'amica di mia madre.
Tipo bizzarro...
Paolo non rispose e tir fuori dalla tasca del cappotto un pacchettino di Ferragamo. Conteneva un fermaglio per i capelli per Vittoria. Lei sciolse la folta chioma nera racchiusa in una coda e, felice, ci appunt il nuovo ornamento a fiocco. Paolo la baci sulle labbra. Abbassai lo sguardo per non rovinare la loro intimit, Paolo se ne accorse e tir fuori un altro pacchetto, sempre di Ferragamo. Conteneva una penna biro griffata.
Vittoria mi ha detto che ti piace scrivere. Ti porter fortuna.
Rientrata a casa, stanca e affamata, seduta al tavolo della cena, mia madre mi rivel un particolare della mattina, che l'aveva sorpresa: Sai che stamane, quando Paolo ha citofonato, mi ha chiesto di te con una voce da donna. Ha aggiunto subito che era uno scherzo. Che tipo! Ma fa spesso di questi scherzetti con la voce?.
Mai.
Come  andata a Firenze? mi chiese.
Bene, anche se non sono riuscita a capire che tipo di visite dovesse effettuare. Deve avere avuto un passato molto doloroso.
Mia madre adorava i passati dolorosi. Erano occasione di consolazione collettiva.
Mi ha regalato una bellissima penna aggiunsi. Credo che scriver un diario. Scriver anche di lui.
Avevo sempre tenuto un diario e lo tenevo nascosto per evitare che mi venisse letto. Il diario cambiava luogo nella mia camera quasi ogni giorno, come un rifugiato inseguito dalle spie. Denunciare che stavo intraprendendo una nuova scrittura era come autodenunciarmi al nemico. Ma Paolo mi aveva regalato una penna elegante e con essa l'energia per sfidare chiunque mi facesse soffrire.
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La verginit.
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L'ho fatto. Lui non voleva, temeva che fosse un passo azzardato, prematuro. Continuava a ripetermi che non c'era fretta, che dovevo rifletterci bene. Sono stata io a insistere.
Insistere per cosa? Cosa hai fatto? chiesi io, impensierita dalla voce grave, stranamente solenne. Se fosse stato quello che credevo di aver capito, mi sarei aspettata entusiasmo, eccitazione. Si era gi pentita? E perch mai, visto che sosteneva di amarlo?
L'ho fatto. Hai capito, dai...
Avevo intuito correttamente e quell'approccio mi sembr molto strano. Ero seduta alla mia scrivania studiando greco. Il telefono era poggiato su un pezzo di vocabolario, il Rocci, che si era rotto in tre parti e che avevo tentato di ricompattare con lo scotch per i pacchi preso dal cassetto degli attrezzi di mia madre. Mi annoiavo. Avevo sempre preferito tradurre il latino, razionale, intellettuale, stimolante nei passaggi mentali. I romani mi sembravano pi pragmatici, meno passionali. La lingua greca mi rimandava alla tragedia, alla condanna inesorabile del fato, al coro che incombe sulle azioni dell'uomo. I romani agivano, i greci con il loro ottativo si arrovellavano nei desideri. E io avevo troppo timore dei desideri, perch non riuscivo a mitigare la delusione di non vederli realizzati. Cercavo di allontanare le speranze, credendo solo nella volont.
Sapevamo che il sesso era piacere, eppure il giudizio morale impresso dalle nostre famiglie e dall'educazione scolastica non si scollava dal nostro mondo emotivo. Ci eravamo ripromesse che quando avremmo deciso di concederci, sarebbe stato con qualcuno che amavamo, qualcuno di speciale. E ora era successo a Vittoria. Mentre mi raccontava la sua prima esperienza, mi spostai sulla sedia girevole, con le rotelle, guardai la porta alle mie spalle, come per controllare che nessuno mi potesse ascoltare. Era un moto istintivo e inutile, dato che in casa ero sola.
Quindi hai deciso tu, bene. Hai scelto. Ma perch lui non voleva?
Non voleva che io facessi qualcosa di cui mi sarei potuta pentire. Paolo mi rispetta. E forse proprio le sue esitazioni mi hanno convinta ad accelerare.
Quindi, pensai io,  un bravo ragazzo, qualcuno che non approfittava di lei. Apparteneva a una schiera rara, come un eroe omerico. Disegnai questo personaggio nella mia testa e mi convinsi che, dato che prima o poi con qualcuno dovevamo pur andare a letto, Vittoria avesse scelto la persona giusta. Vittoria sa quello che fa, mi ripetei per convincermi. Conoscendo la tempra di lei, intuii che lo avesse fatto anche per ripicca ai temporeggiamenti di lui. Se fosse stato Paolo a insistere, lei si sarebbe ritratta.
I pensieri si affollarono e al telefono si ud solo silenzio, solo i nostri respiri che procedevano regolari quasi all'unisono. La confidenza  necessaria, tra due amiche, pensai, curiosa come sempre. Eppure, mi sentii invadente quando le chiesi: Com' stato?.
Vittoria sospir. Molto doloroso.
Era la prima volta che qualcuno mi descriveva la perdita della verginit. La mia prima fonte diretta sul tema. Rabbrividii. Pensai a lei e a quello che mi avrebbe aspettato un giorno, perch un giorno sarebbe toccato anche a me.
Ah.
L'ha fatto con le mani. Ha provato a farlo con il suo coso, s, insomma, con l'organo sessuale, ma non ci  riuscito.
Le mani?
E perch con le mani?
Aprii la bocca per chiedere ancora, ma le domande si fermarono nella mia mente. Un pudore sconosciuto al nostro rapporto si impadron di me e non ebbi voglia di indagare i dettagli pi intimi. Lei per continuava a parlare, perch io ero la sua migliore amica ed era abituata a confidarsi, da sempre, da quando frequentavamo le elementari. Aggiunse: Mi ha spiegato che avevo l'imene molto resistente.
Mi immaginai Vittoria stesa sul letto, e lui intento a perforarla con le mani, il sangue che scendeva, lei che urlava dal dolore. Un film dell'orrore. La salutai e tornai alla versione di greco.
A me pare uguale agli Dei
chi a te vicino cos dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Sbito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
non esce e la lingua si lega.
Un fuoco sottile sale rapido alla pelle,
e ho subito negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
Erano versi di Saffo. Lessi e rilessi la poesia che il giorno seguente avremmo dovuto analizzare a scuola e mi sembr un amore lontano, fuori luogo, da evitare, se non da fuggire. Rimasi ferma davanti a quelle parole con la voce di Vittoria che mi ronzava ancora nella testa, rilessi immaginando quello che era successo, a te vicino cos dolce vale per tutti, pensai, non solo per gli innamorati.
...
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...

La neve.
...
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...
Vittoria mi aveva comunicato la perdita della verginit due giorni dopo l'avvenimento. Data la nostra frequentazione, la tempistica dilatata mi stup. La nostra simbiosi si era gi allentata ma da quel giorno si sfilacci. Non andammo mai pi a lezione insieme perch il fidanzato la andava a prendere tutte le mattine e la riaccompagnava all'ora di pranzo. Cos'altro poteva accadere? pensai una sera, e accadde che nella notte a Roma nevic. Mi svegliai con la voce del radio giornale che annunciava la chiusura delle scuole. Telefonai subito a Vittoria. Le proposi una passeggiata tra le strade del quartiere, ma la risposta della mia amica fu un no annoiato.
Io sono abituata alla neve, sinceramente non capisco il tuo entusiasmo. Detesti la montagna!
Ma qui non siamo in montagna! Siamo a Roma... sta nevicando a Roma,  un fatto storico!
La mia euforia non la contagi. Vittoria andava ogni anno in settimana bianca con la famiglia, mentre io avevo visto la neve solo a dodici anni, in vacanza con i miei genitori, a Cortina d'Ampezzo. Per proteggermi dal freddo venivo costretta a indossare delle tute ispessite dall'imbottitura con le quali sembravo ancora pi grassa, con sotto delle fastidiose calzamaglie di lana che pizzicavano le cosce. Attrezzata in quel modo mi sentivo sgraziata e profondamente infelice, e forse per quel motivo le lezioni di sci che ero stata forzata a prendere avevano prodotto esiti fallimentari. Neanche sullo slittino ero stata capace di un riscatto: non guidavo, rotolavo. Mentre i miei genitori trascorrevano serate in compagnia di conoscenti dall'aria antipatica, bevendo strani liquori fumanti e speziati, io pregavo che quella tortura avesse fine il pi presto possibile.
Quella mattina di febbraio l'emozione nel vedere il bianco che sommergeva strade, alberi, auto si tramut nel riscatto delle mie sofferenze infantili. Come tutti i doni inaspettati, la neve fu una rivelazione e compresi adolescente il significato dell'eccitazione che tutti i bambini provavano di fronte al fioccare della neve.
Sebbene delusa dall'abbandono di Vittoria, non mi scoraggiai. Mi vestii in fretta recuperando i Moon Boot pelosi dell'infanzia, stipati in un armadio insieme con altri cimeli inutili. Erano stretti, ma ero disposta a soffrire. Dalla finestra della mia stanza da letto arrivava lo schiamazzo dei bambini scesi a festeggiare l'evento e io, mai stata bambina, volevo essere una di loro.
Stai attenta e non andare al parco. La radio ha detto che  pericoloso. Potrebbero cadere dei rami! url mia madre mentre la porta blindata di casa si chiudeva velocemente, accompagnata da un suono tonante.
Saltellai da un marciapiede all'altro cercando di evitare le lastre di ghiaccio e affondando nella coltre bianca. Qualche negoziante stava tentando di aprire le saracinesche con cautela. Cercai di raggiungere gli spicchi di sole che tranciavano le nubi, restituendo qualcosa di simile all'ebbrezza del cammino sulle Dolomiti che io non avevo mai provato. Nonostante gli avvertimenti materni, o forse proprio come risposta a quelli, mi avviai verso il parco. L'ingresso era ostruito da un grande ramo di pino, caduto nella notte. Lo scalzai in fretta e restai abbagliata: la distesa bianca pareva infinita, morbida, assoluta, profanata solo da qualche puntino umano. Tre adolescenti che stavano costruendo un pupazzo mi invitarono a unirmi a loro: erano magri, brufolosi e per niente attraenti, cos scossi la testa e proseguii, senza meta.
Mi sentii felice perch ero libera ma anche smarrita perch non avevo destinazione. La solitudine mi esaltava e atterriva nello stesso tempo. Pensai a Vittoria e a come avremmo potuto condividere quella gioia, e fu proprio mentre percepivo il rammarico della sua assenza che la vidi, di spalle, come un fantasma evocato in una seduta. Non era sola, ma camminava, nel vialetto che scendeva verso il lago, mano nella mano con Paolo. Lui gesticolava con la mano destra rimasta libera, probabilmente stava parlando. Lei ascoltava. Anche con gli stivali bassi da neve era pi alta e pi grossa di lui.
Li lasciai andar via, scorrere lungo il vialetto, fino a quando scomparvero dalla mia vista.
Percepii la sensazione di un avvenuto tradimento, non perch Vittoria preferisse la compagnia del suo fidanzato alla mia. Era umano e comprensibile. Mi sentii tradita da quella inutile bugia, dall'essersi sottratta al mio invito. Non meritavo una menzogna, per quanto futile. Anzi, la futilit del mentire mi rese ancora pi infelice, abbandonata. Rientrando a casa, una lacrima scese sulla mia guancia prima di essere spazzata via dal vento freddo.
...
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Capodimonte.
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...
Nella stessa mattina di febbraio, in un appartamento di Roma Nord, una donna infelice e piacente si svegli pi ansiosa del consueto. Sia io che Vittoria ignoravamo la sua esistenza e avremmo continuato a ignorarla per tutto il resto dei nostri giorni. Eppure, la signora Loredana Ciccolella, maritata Barnabi, come una delle Moire greche, era in procinto di manipolare il nostro destino e di stravolgerlo per sempre.
La neve improvvisa non aveva rallegrato l'umore inquieto di Loredana. Nella casa sulla collina Fleming, dove viveva con il marito Ugo e due figli adolescenti, il suo corpo flessuoso e curato si aggirava nervoso tra le porcellane di Capodimonte, appartenenti alla famiglia del consorte.
La mamma di Ugo considerava Loredana un'impostora: non aveva mai nascosto di preferirle l'ex fidanzata del figlio, a suo giudizio pi graziosa e soprattutto erede di ben tre ristoranti, di cui uno al centro di Roma, che avrebbero garantito al figlio ben altra posizione economica di quella ragazzetta scialba di periferia. Quando la suocera era passata a miglior vita, quasi per rivalsa, Loredana aveva preteso di ereditare tutta la collezione di Capodimonte. Non era servito a riscattare il suo senso di inferiorit: damine e cicisbei le ricordavano costantemente la detestata parente e nelle notti insonni quei personaggi leziosi le apparivano mostruosi. Pi volte Loredana era stata presa dalla tentazione di fracassare le statuine contro il muro.
Loredana era la dirimpettaia di Paolo.
Lo aveva visto nascere. Si ricordava il fiocco sulla porta, la mamma tornare a casa con il porte-enfant, la festa di battesimo. A quei tempi lei, nonostante fosse sposata da cinque anni, non era riuscita ancora a restare incinta, circostanza che le creava ulteriore imbarazzo con la suocera. Vedere la vicina di casa partorire negli stessi anni ben due bimbi, l'aveva fatta sentire ancora pi umiliata.
Adesso, oltre ai consueti malesseri, aveva un altro pensiero che l'assillava. Qualche giorno prima di quelle notti insonni, mentre era placidamente seduta sotto il casco da parrucchiere del salone di bellezza della signora Felici, sfogliando una rivista di pettegolezzi, una squillante voce maschile aveva attirato la sua attenzione.
Buongiorno signora, Vittoria mi ha detto che oggi  il suo compleanno! Tanti auguri!
L'ingresso del salone era alle spalle della fila dei caschi. Per verificare che quella voce appartenesse davvero a chi credeva, Loredana usc dal casco e si volt, non tralasciando di coprirsi il viso con il giornale, in modo da non poter essere riconosciuta. Sono troppo stressata, pens. Con in mano una pianta di orchidee, mano nella mano con Vittoria, c'era Paolo. Emilia gli stava andando incontro con le braccia allargate.
Avvoltolati ai capelli di Loredana, i bigodini, coperti da una retina, sembravano voler proteggere il suo cervello da quella sconcertante apparizione. Vide Vittoria accarezzare il braccio del suo vicino di casa, lo vide mentre baciava la mano della signora Felici.
Paolo, sei unico! disse Emilia.
Sistemarono insieme la pianta sul bancone della cassa e poi i due ragazzi uscirono, continuando a tenersi per mano. Loredana aveva appena assistito a una scena di perfetta armonia familiare.
Signora, rientri dentro il casco, altrimenti perdiamo la piega l'ammon la giovane parrucchiera del salone di bellezza Felici.
Qualche minuto dopo, mentre le sistemavano i capelli, Loredana le aveva chiesto informazioni.
Quel ragazzo  forse il fidanzato della figlia della proprietaria?
S, perch? Lo conosce?
No, no si era affrettata a rispondere, mentendo.
Il pensiero di quell'incontro la torment per giorni. Cosa era giusto fare? Tacere o rivelare il segreto di Paolo?
Dopo aver ottenuto l'assenso del marito, Loredana decise che avrebbe raccontato tutto alla signora Felici. N lei n la figlia meritavano di essere ingannate da quell'essere.
Il dado  tratto si disse con soddisfazione e, spegnendo la luce in salotto, la statuina della piccola pastorella le sembr animarsi e annuire, severa e confortante.
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Una festa.
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Froci al rogo. La scritta che sul muro di fronte alla scuola campeggiava su una pi sbiadita croce celtica, appena aggiunta con l'inchiostro denso, brillava. Mi sorpresi a fissarla, turbata dalla violenza. Quale essere umano poteva aver pitturato in bella calligrafia una frase cos ripugnante, cos odiosa? Mi sentii indifesa, ero sola, non sapevo con chi confrontarmi, perch Vittoria era ormai perduta, chiusa nel suo bozzolo con Paolo. Osservando pi da vicino la scritta mi accorsi di quella precedente, ormai quasi dissolta, che inneggiava a un ragazzo ucciso in qualche scontro tra fascisti e comunisti del decennio precedente. Dati gli orientamenti politici degli allievi del mio liceo, il ragazzo morto doveva essere stato sicuramente un fascista.
Mi raggiunse il rumore della moto RD di Gianfranco. Mi voltai. Il ragazzo con le gambe storte che era stato la passione della mia migliore amica stava cercando me, sgommando proprio di fronte alle mie Adidas a strisce celesti.
Sei pronta per la serata? Che ti metti alla festa?
Pensai che Gianfranco si interessasse del mio abito solo perch conosceva il mio trasporto per il festeggiato. Mi sentii presa in giro. Quel sabato Niccol compiva diciannove anni e io non avevo ancora deciso come vestirmi. Avvampai per il senso di inadeguatezza e per il fatto che la mia passione fosse pubblica, senza che mi sfiorasse il pensiero di essere vittima di paranoie autoalimentate.
Risposi brusca a Gianfranco: Non lo so e non me ne importa nulla. Era una bugia, dato che da giorni facevo le prove a casa, scartando decine di capi del mio guardaroba. Avevo tentato anche di consultarmi con Vittoria, ma lei non mi aveva confortato, comunicandomi peraltro di aver deciso di trascorrere il sabato della festa a casa, con Paolo. Cercavo di vivere quella nuova condizione con dignit. Volevo bene a Vittoria e mi imponevo, non riuscendoci, di scacciare la tristezza dell'abbandono e di essere felice per lei.
Dopo pranzo solcai le strade dello shopping di quartiere, intorno a piazza Fiume: mi restavano poche ore per trovare qualcosa che mi valorizzasse, un abito nuovo, mai indossato, che si notasse. Avevo dei soldi da parte ed ero fortunata perch i saldi invernali non erano del tutto terminati. Trovai un tubino nero elasticizzato e una cinta alta, altrettanto elasticizzata, perfetta come bustier per sottolineare il punto vita. Le spalline del vestito erano alte, le maniche arricciate. Nel negozio la radio suonava Quello che le donne non dicono, che Fiorella Mannoia aveva presentato a Sanremo. Le parole mi piacevano e mai come in quelle ore mi ero sentita dolcemente complicata.
Mi salv dall'insicurezza la solerte commessa. Stai benissimo mi lusing. Era una ragazza simpatica, magrissima e con le orecchie a sventola. Come sta la tua amica? aggiunse. Era abituata a vedermi fare shopping con Vittoria.
Niccol festeggiava il suo compleanno nel paterno villino liberty dei Parioli, rinomato in tutto il liceo. Era il solido retaggio familiare a renderlo cos sicuro di s e di conseguenza cos affascinante ai miei occhi? O era la personalit da leader, l'apparenza invincibile, a valorizzare anche il suo patrimonio, nell'immaginario di noi compagni di scuola?
Niccol era figlio di notaio, nipote di ambasciatore, cugino di alti magistrati amministrativi: il potere dell'alta borghesia riflessiva trasudava, rifulgeva dai maglioncini di cachemire a collo alto. Cambiava una fidanzata al mese e, nonostante la mia passione nei suoi confronti fosse palese, io non ero mai rientrata tra le sue scelte. Fino a qualche mese prima avevo Vittoria con cui sfogarmi. Mi crogiolai nella tristezza della mia situazione: avevo la possibilit di giocarmi una chance di conquista, ma mi sentivo abbandonata, senza la mia migliore amica a supportarmi.
Arrivai alla villa accompagnata da una delle auto di Federico, una Golf nera. Ci apr la porta un cameriere alto, in livrea bianca, con i bottoni dorati e i guanti, anch'essi bianchi. Lo ringraziai, sentendomi a disagio, quando mi aiut a sfilare il cappotto. L'allestimento del guardaroba, che pareva scimmiottare il mondo degli adulti, era l'unico modo per salvaguardare cappotti e piumini firmati. I furti erano una piaga costante delle feste. Dalle ricche case del nostro ambiente era comune che, al termine dei ricevimenti, sparissero Moncler e Fay, indossati a strati dagli invitati ladri. Non riuscivo a non indignarmi per quelle pratiche criminali, rese ancor pi insopportabili dall'agiatezza di chi le compiva.
Superato l'ingresso, la statua di un servo nero settecentesco, posizionata alla base di una grande scala di marmo, sosteneva una cornucopia di frutta e fiori. In salone una moltitudine di domestici serviva i piatti del buffet e si occupava degli alcolici. Erano tutti in divisa, in numero sproporzionato per gli invitati, uno sfoggio palese di munificenza. Sembrava di stare in un film hollywoodiano degli anni Cinquanta. Niccol era bello come Kevin Costner in Fandango. Gli occhi verdi risaltavano sulla carnagione scurita dalle lampade. Mi venne incontro per salutarmi, mi cinse la vita accostandomi a s per mormorarmi in un sussurro, all'orecchio: Sei bellissima.
Da quel momento entrai in un universo parallelo e tutto quello che osservavo mi sembr un favolistico quadro animato. Avevo un solo desiderio: bere. Non era difficile, perch le bottiglie di Veuve Clicquot venivano svuotate e reintegrate senza risparmio. Accasciata su un divanetto di velluto bordeaux fumavo una sigaretta dopo l'altra e guardavo i miei simili muoversi come pesci in un acquario. Federico stringeva cordialmente mani ai maschi e dispensava bacetti casti alle femmine. I miei compagni di scuola ballavano: mi sembrarono simili ai libri rilegati in oro che avevo notato nella biblioteca del padre notaio di Niccol. Come quei volumi, anche loro erano belli, ordinati, eleganti e noiosissimi.
La festa giunse al termine intorno alla mezzanotte e uno dopo l'altro gli invitati si accomiatarono dal padrone di casa. Niccol, che dopo quel complimento iniziale mi aveva del tutto ignorata, torn ad avvicinarsi, intimandomi, con voce bassa: Tu resti qui.
Mi strappai le pellicine del pollice colta dall'ansia e il dito cominci a sanguinare. Mentre lo stringevo con un fazzoletto di carta tentando di frenare la fuoriuscita di sangue, riflettevo, la mente offuscata dall'alcol. Pensai che non fosse dignitoso obbedire alla richiesta di Niccol, cos perentoria, cos priva di qualsiasi romanticismo. Pensai che nessun ragazzo, per quanto bello, fosse degno di una tale sottomissione. Pensai alla mia amica distante, ai danni che l'amore provocava, e la solitudine mi strinse il cuore in una morsa di autocommiserazione. Pensavo e ripensavo: la razionalit mi spingeva fuori da quella casa, mentre la curiosit e l'eccitazione mi calamitavano all'interno. Continuavo a ragionare e a martoriarmi le dita, catalizzatrici del mio tormento. Sarei stata all'altezza di Niccol? Cosa poteva capitarmi in quella casa costellata di statue pesanti e scadenti ritratti di famiglia? Pensavo in un turbinio senza tregua, incapace di decifrare razionalmente cosa realmente volessi: andare via tranquilla o gettarmi nelle braccia del mio idolo, bello e insolente?
Quando Federico, con indosso il cappotto di loden beige e sottobraccio il mio lungo spolverino nero, mi invit sbadigliando a seguirlo in macchina, per riaccompagnarmi a casa, improvvisamente smisi di pensare. Mi avvicinai lentamente, gli sfilai il mio soprabito e mi feci aiutare a indossarlo, diretta alla porta di uscita. Anche il maggiordomo, ultimo tra i domestici, stava salutando il festeggiato prima di ritirarsi nella sua stanzetta dietro la cucina. Mi voltai verso Niccol, che, appoggiato allo scalone di marmo dell'ingresso, mi stava guardando. Lo stereo Bang and Olufsen, ultrapiatto, suonava Don't you (forget about me).
Baciai Federico sulla guancia, lo salutai e mi diressi verso la scala.
Mezz'ora dopo ero stesa sul letto a una piazza e mezzo della stanza degli ospiti della villa notarile. Guardavo il soffitto con occhi sbarrati. Era specchiato e nello specchio vedevo riflesso il mio corpo, gi spogliato del vestito nero con la cintura stretta e le maniche a sbuffo. Mi vedevo lass, in mutande e reggiseno di pizzo nero, mentre Niccol si chinava verso di me e mi baciava. Fu cos che scoprii il piacere del maschio. Mi fece una strana impressione. Per giorni non riuscii a liberarmi dal disgusto di quel liquido appiccicoso sulle mani. Forse per questo, quando Niccol mi richiam per uscire gli dissi di no.
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La foto.
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Cercando su Internet, anni dopo, ho scoperto che Niccol si  trasferito a Torino e fa il notaio come il padre. Non ha account sui social, ma sono riuscita a trovare una sua foto. Era nel suo studio, elegantissimo e affascinante. Mi ha fatto piacere saperlo ancora in forma: non avevo investito male la mia considerazione. Guardando la sua immagine in posa - il ritratto di un uomo che si piace - mi sono ricordata del vestito nero che indossavo alla sua festa: un capo che ancora oggi sarebbe trendy e che avrei potuto indossare come mirabile esempio di fashion vintage, trentasei anni dopo quella sera. La moda vive di corsi e ricorsi, come la Storia e il mito dell'eterno ritorno di Nietzsche che studiavamo al liceo.
Quell'abito non esiste pi, ridotto a pulviscolo nel caos dell'universo.
Ho cambiato cinque case e nel corso degli spostamenti vestiti, oggetti, fotografie sono andati perduti. Ho perso un paio di stivali stringati, forse dimenticati accanto all'automobile prima della fuga da casa di un fidanzato. Ho perso il biglietto del Live Aid, che per anni avevo custodito come una reliquia. Ho perso un abito Prada comprato all'outlet. Ho perso cassette VHS, decine di audiocassette piene di brani amorosi incise per me da un ragazzo appassionato. Ho perso le foto di un viaggio a Cuba. Perdere  stato liberatorio, alleggerente. Superato il primo dispiacere e il senso di colpa per la mia sbadataggine, ho capito che stavo disseminando per il mondo dei pezzi di me. Perdevo cose per non perdere me stessa. Quando gli oggetti, invece di emanare sicurezza, diventavano zavorre, inconsciamente me ne liberavo: volevo correre, libera, dentro la vita.
C' per qualcosa che, senza alcuna motivazione logica, ho conservato: una cappelliera di poco valore comprata in un viaggio a Praga, una scatola grande e tonda di cartone, che mi ha seguito in tutti i traslochi.  uscita con me dalla stanzetta di adolescente e non mi ha pi abbandonata. Contiene ricordi: cartoline, menu di ristoranti, biglietti da visita, biglietti di auguri, piccoli gadget di nessun valore. Contiene l'autografo di Rudolf Nureyev visto ballare al termine della sua carriera e quello di un premio Nobel per la letteratura, tedesco, che ottenni durante un viaggio nelle foreste germaniche. La apro raramente perch non amo rimestare nel passato, spesso popolato di promesse non mantenute - o di dolori dimenticati. Io cerco sempre di non soffrire.
Nonostante non la scoperchi da anni, so che nella mia cappelliera grigia  contenuta quella foto di Paolo che Vittoria mi mostr una mattina di tanti anni fa, in classe. Ora so quello che non sapevo allora, e non ho bisogno di rivederla per ricordarmelo. La memoria della catastrofe non necessita di certificazioni.
Anche se non la rivedo da anni, so che quella foto ha qualcosa di posticcio. Lo sguardo di Paolo vuole rappresentare un maschio deciso che guarda la sua donna con desiderio mentre il labbro inferiore si allunga per rendere la mascella pi volitiva. Ma le spalle sono chine, il petto sconfina in un inizio di pancetta, i fianchi stretti dalla cinta di cuoio sono morbidi. Paolo guarda l'obiettivo, ma in realt sembra guardare nel nulla e la sua espressione comunica solo la voglia di comunicare. Cosa pensi davvero, chi sia, cosa voglia nel profondo, se sia allegro o triste, innamorato o infelice, tenace o insicuro, da quegli occhi non lo capiamo. La foto non parla di lui, parla di un enigma. Paolo  un enigma.
Anche se non la prendo in mano da anni, so che girando quell'immagine stampata, di quelle che non si usano pi, troverei una scritta in stampatello. Sul retro della foto del fidanzato della mia amica c' scritto STRONZO, in penna blu, sottolineato. L'ha scritto Vittoria, quando me l'ha allungata, dicendomi velocemente: Tienila tu.
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Il certificato di nascita.
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La catastrofe arriv in primavera. Quelle primavere dolci, incantate, dense di polline e di sonni inquieti. I bruschi risvegli sempre un po' ansiogeni provocati dall'ora legale erano inconsapevoli presagi di sventura.
La scuola stava per finire, con il carico di noia che accompagnava il lento e progressivo spegnersi della stagione scolastica. Non parlavo con Vittoria da qualche giorno. Ci vedevamo furtivamente in istituto, perch lei a ricreazione si fermava in classe con la scusa di essere rimasta indietro con i compiti. Non ero tipo da insistere o da lamentarmi e la lasciavo l seduta al banco, immersa nei suoi pensieri, attribuendo quell'ulteriore distacco alla sua stretta relazione con Paolo.
Ma al terzo giorno in cui Vittoria non si present alle lezioni, mi impensierii. L'avevo chiamata il giorno prima, mi aveva risposto il fratello, dicendomi con il suo fare scocciato e imperioso che la sorella era uscita e che mi avrebbe fatta richiamare, cosa che poi non era avvenuta. Quel gioved, quindi, pensai di passare a trovarla dopo pranzo per capire cosa stesse succedendo. Ci riflettevo salendo le scale di casa, maledicendo il condominio per l'ascensore rotto e le troppe sigarette fumate che mi accorciavano il respiro. Non potevo immaginare di trovarmi sul limitare di un evento esistenzialmente epocale.
Mia madre mi apr la porta di casa.
Il ragazzo di Vittoria  una donna disse.
Era una frase completamente priva di senso. Conteneva una contraddizione, un errore grammaticale, un fraintendimento. Era talmente insensata che non la capii. Un ragazzo  un ragazzo, una donna  una donna, pensai. La brutalit con la quale era stata pronunciata me la rendeva ancora pi irreale. Non sono notizie che si danno in questo modo, pensai, mentre stavo dritta nell'ingresso. Il ragazzo di Vittoria  una donna continuava a echeggiare nella parte irrazionale del mio cervello. Poi quel rumore di fondo si interruppe e io iniziai a esaminare il significato di quanto avevo appena ascoltato: Il ragazzo di Vittoria  una donna.
Mi tolsi i mocassini e mi incamminai scalza verso la mia cameretta. Mi sedetti sul letto, la testa mi girava. Mia madre mi seguiva. Rest in piedi di fronte a me e con la precisione di un reporter statunitense nello stand-up davanti al luogo di una sparatoria di massa cominci a raccontare.
Stamane la mamma di Vittoria mi ha telefonato. Era molto agitata... come ovviamente  comprensibile che sia...  stata una sua cliente, vicina di casa di Paolo... Come sai, Paolo spesso accompagna Vittoria al centro estetico della madre. La vicina, cliente affezionata di Emilia, lo ha riconosciuto. La gente non si fa mai i propri affari... ha deciso di raccontare la verit su di lui. Questa signora conosce Paolo da quando era Paola. S, insomma, da quando  nato. Perch Paolo  nato femmina. Emilia e il marito hanno ingaggiato un investigatore privato, che si  procurato il certificato di nascita. All'anagrafe risulta essere nata Paola, non Paolo...
Seduta sul letto sgranai gli occhi e mi portai una mano al petto, come a contenere l'ansia. Mi sforzai di tornare lucida e chiesi: Come  possibile che Vittoria non se ne sia mai accorta?.
Lo chiedi a me? Dovresti saperlo tu, cosa ti ha raccontato di lui? Di lei? Insomma, del fidanzato?
Pensai alla scena da film horror della perdita della verginit. All'imene rotto con le dita. Quando Vittoria mi aveva raccontato come era andata avevo creduto che quella procedura da chirurgo primitivo fosse plausibile, quasi normale. Avevo voluto crederle, perch le domande erano troppo invadenti e la fiducia assoluta. La fede universale verso la mia amica, per la propriet transitiva, si era riversata anche sul suo fidanzato. Mi sentii molto sciocca. Possibile che Vittoria non avesse mai visto i genitali del ragazzo con cui faceva sesso da mesi? Le domande che mi venivano in mente erano troppe per poter essere verbalizzate con raziocinio. Da una premessa cos assurda, il ragazzo  una donna, non potevano che discendere interrogativi irrisolvibili.
Che ti ha raccontato Vittoria? Te ne ha parlato? insisteva mia madre.
No.
Forse Vittoria lo sapeva e ha mantenuto il segreto anche con te? insinu.
Impossibile replicai categorica come la saracinesca di un garage. Vittoria mi racconta tutto. Me lo avrebbe detto.
Mia madre alz il sopracciglio, dubbiosa. Sollev le spalle, sospirando, ma sembr credermi. Continu: Povera Emilia, quando l'hanno detto alla figlia lei ha cominciato a urlare. Nega l'evidenza. Non vuole lasciarlo. Lasciarla. Lasciarlo....
Ecco perch Paolo  cos basso aggiunsi. Ecco perch ha i fianchi larghi come una ragazza. E poi pensai in silenzio: Ecco perch bacia al contrario.
Paolo baciava come una donna. Quello era un dato, l'unico, che potessi confrontare con la mia esperienza. Analizzavo tutti i particolari di quei mesi. E purtroppo per la mia amica Vittoria, erano compatibili con la possibilit che Paolo fosse nato Paola. Riaffior nella mia testa la tesi che Vittoria sapesse e mi avesse tenuto nascosto tutto. La respinsi indignata. Doveva essere stata ingannata.
Da bambina avevo letto gran parte delle edizioni storiche dei fumetti di Topolino, rilegati in preziosi volumi dalla copertina rigida. Nella logica materna, anche lo svago doveva avere una connotazione intellettuale o almeno estetica. In uno dei volumi compariva una vignetta con un'immagine che mi era rimasta impressa, e che non riusciva ad abbandonarmi quando mi trovavo in situazioni di angoscia. Era il disegno di una figura nera che sovrastava l'inconsapevole Topolino. Accanto c'era la sua connotazione: il Fato. Quel mostro nero era l'ignoto inatteso che irrompeva, devastandolo, in un quotidiano tranquillo. Mentre pensavo alla mia migliore amica sottoposta a un simile sconvolgimento, mi apparve lui, il Fato, e mi sentii male per lei. C'era qualcosa di sommamente ingiusto nella storia di una diciassettenne che si innamora per la prima volta nella sua vita e sceglie un uomo che la imbroglia.
Dell'universo della transessualit sapevo molto poco. Mi era stato raccontato anni prima, e sempre da mia madre, con accenti compassionevoli, di un vicino di casa di Sabaudia che da maschio era diventato femmina. La voce popolare degli abitanti delle ville narrava che quel ragazzino con il quale giocavo da bambina, divenuto adolescente, aveva voluto cambiare sesso.
Avevamo studiato il mito di Ermafrodito nella letteratura greca e latina, e a Parigi, durante la gita scolastica, ero rimasta incantata a osservare la statua dell'Ermafrodito dormiente, con il seno abbozzato e i genitali maschili reclinati sul letto di marmo. Quando ero una bambina avevo ascoltato la voce roca e sensuale di Amanda Lear e le chiacchiere sul suo presunto essere un uomo vestito da donna, o essere stato un uomo prima della transizione. Le informazioni su interventi chirurgici, identit di genere, sentirsi donna in un corpo di uomo o viceversa si fermavano l. Un po' poco per afferrare una verit, una spiegazione, da quella frase che continuava a rimbombare nella mia testa: Il ragazzo di Vittoria  una donna.
Il Fato, oscuro come quello dei fumetti, aveva determinato una disfatta. Cercando una via d'uscita dall'angoscia, cominciai a far funzionare la mia risorsa preferita: la razionalit.  vero, pensai, lui deve averle mentito e quindi non merita amore e fiducia. Eppure, il dolore che lui doveva aver provato non poteva che essere spaventoso, se lo aveva spinto a fingere di essere diverso da quello che era, a inventarsi un'altra personalit, a recitare il ruolo del maschio. Mi sal alla mente la parola transessuale, che si adoperava per definire quegli uomini che si facevano operare per diventare donna. Non avevo mai sentito parlare di una donna che diventava uomo. Non ne sapevo nulla se non che si trattava di una condizione complicata: nascere con un sesso diverso da quello a cui si sente di appartenere.
Paolo non era cattivo. Avrebbe chiesto perdono e lo avrebbe ottenuto. Ma Vittoria poteva continuare ad amarlo e soprattutto chi stava amando?
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Il grembiule rosa.
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 il 1971 in una casa dell'alta borghesia romana. Ginevra, imprenditrice di successo, titolare di alcune agenzie immobiliari nel cuore di Roma Nord, sveglia le figlie per il primo giorno di scuola. Ginevra  una donna appagata, il lusso che sfoggia  il frutto del suo lavoro e non di quello del marito, come invece succede a gran parte delle sue amiche. Ha avuto due figlie e con loro cerca di essere il pi possibile affettuosa, carnale, ci che non era mai successo con sua madre, che era invece rigida e altezzosa.
La figlia pi grande di Ginevra, che aveva dieci anni, aveva sempre risposto con entusiasmo, mentre la pi piccola, che ne aveva sei, le provocava un impalpabile dispiacere: sfuggiva ai suoi baci come se fossero infuocati. Quella mattina per l'eccitazione per il primo giorno di scuola aveva contagiato anche lei e Ginevra fu sollevata dall'affetto che le stava dimostrando. Le vest con cura. Entrambe indossarono pantaloni e camicina di cotone e si diressero in cucina, dove la ricca colazione della tata le aspettava come un banchetto festoso.
I grembiulini rosa con il fiocco, pronti per entrambe, stirati dalla tata Pina la sera precedente, erano appesi dietro la porta. La bimba pi piccola accompagn la vestizione con una smorfia di insofferenza.
Cos'hai, amore mio? le chiese Ginevra. Non sei contenta di diventare finalmente grande, di poter andare a scuola con tua sorella?
La bimba non rispose e infil il braccetto nel grembiulino con un movimento rabbioso. Ginevra attribu quell'inquietudine al suo carattere ombroso e si augur che la sua timidezza si stemperasse nella frequentazione dei coetanei. Sistem le cartelle con i libri nuovi, ne chiuse la patta e glieli fece indossare. Le cartelle erano pesanti e Ginevra se ne rammaric. Il marito l'aveva lasciata sola anche quel giorno, perch aveva degli appuntamenti di lavoro nella sede dell'azienda farmaceutica di sua propriet. Era uscito all'alba, come quasi tutte le mattine, e Ginevra dovette scacciare il pensiero che le figlie, soprattutto quella di sei anni, non potessero condividere anche con lui un giorno cos importante. La scuola elementare era piccola, pubblica e ben tenuta. Il quartiere agiato dove vivevano, il Fleming, era garanzia di qualit del personale scolastico e di appropriatezza dell'ambiente.
Prese le bimbe per mano e insieme scesero le scale dirette all'automobile. Ginevra fece sedere la pi piccola sul sedile accanto a lei, e a ogni semaforo allungava la mano per accarezzarle la tenera gambetta che penzolava dal sedile.
Tutto a posto, piccola? Non devi temere nulla, ti divertirai! Capisco l'emozione, ma a ricreazione puoi sempre incontrare tua sorella! E poi sei cos intelligente che capirai tutto subito. Pensa che bello poter leggere e scrivere.
Scesero insieme dopo il rapido tragitto e, conducendole per mano, Ginevra varc la soglia della scuola. La campanella stava suonando e frotte di bimbi, divisi tra maschi e femmine, tra grembiulini rosa e azzurri, si addensavano all'ingresso per sciamare verso le scale. Due diverse maestre presero in carico le bimbe, che salirono i gradini divise, una a destra, l'altra a sinistra. Un istante prima di girare sul pianerottolo si voltarono all'unisono e Ginevra le salut sorridendo, osservando con una stretta al cuore i loro visi un po' smarriti che sparivano nel corridoio.
Una settimana dopo quel primo giorno di scuola, una telefonata spezz la routine dell'agenzia immobiliare.
Sono Pina, mi ha telefonato la scuola.
Ginevra si sent morire dentro.
Che succede? esclam, quasi gridando.
Niente di grave, signora... ma la piccola ha vomitato, mi chiedono se pu passarla a prendere.
Ginevra corse verso l'auto e in pochi minuti raggiunse la scuola elementare. La bimba piangeva, sembrava sconvolta. L'abbracci stringendola quasi con violenza, inginocchiandosi per avvolgerla con il suo corpo. La maestra, una giovane dallo sguardo intelligente, era in piedi di fronte a mamma e figlia. Spieg: Ha vomitato e piange senza interruzione, inconsolabile. Forse ha mangiato qualcosa che le ha fatto male?.
Non mi pare precis Ginevra, attribuendo a una domanda innocua un sapore giudicante. Era la tata a cucinare e non c'erano mai stati problemi con il cibo.
Aggiungo che stamane sembrava tranquilla come al solito. Ho notato un cambio d'umore quando la classe  tornata dalla lezione di ginnastica. Aveva i lucciconi, ha chiesto di andare in bagno e ha dato di stomaco.  tornata piangendo.
La ringrazio, grazie della sua premura.
Ginevra si alz in piedi, accarezz i lunghi capelli castani della bimba mormorando parole di conforto.
Ginevra era la mamma di Paolo. Quella bambina era il fidanzato di Vittoria..
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La palestra.
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Tredici anni dopo, Paolo spiegher alla psichiatra cosa era avvenuto nella sua testa quel giorno d'autunno, una settimana dopo l'inizio delle elementari, durante la prima lezione di ginnastica della sua vita. I ricordi sono nitidi: la scuola pulita e quell'odore di candeggina che emanava dal secchio del bidello. La tinteggiatura grigiastra delle pareti. La maestra giovane e gentile, che indossava una gonna corta e degli alti stivali color cuoio. Ricordava di essersene innamorato a prima vista e di essersi sentito in colpa perch pensava di tradire sua mamma. Se non fosse stato per quel detestabile grembiulino rosa, che lo divideva dagli altri maschi, la prima settimana di scuola sarebbe stata divertente, o almeno tollerabile. Paolo non capiva perch lui dovesse indossare una divisa rosa, non capiva perch fosse costretto a tenere i capelli lunghi, quando li avrebbe voluti corti, a spazzola, come il bimbo che sedeva sul banco davanti al suo. I capelli lunghi erano pericolosi: il secondo giorno di scuola, quando durante la ricreazione giocava a nascondino dietro gli alberi del cortile, un compagno di classe l'aveva stanato per i capelli lunghi e, quando lui aveva cercato di fuggire, glieli aveva tirati con forza. Gli occhi di Paolo si erano inumiditi per la rabbia e il dolore, ma non aveva pianto: i veri uomini non piangono mai, aveva sentito dire in un telefilm d'azione della televisione.
La lezione di ginnastica si svolgeva nell'ultima ora di scuola prima della ricreazione. Il rumore dei passi e delle voci dei bimbi della classe I B risuonava festoso. Lungo i due piani di scale che li separavano dalla palestra le voci si unirono a quelle dei bimbi dell'altra sezione. Paolo era felice: come gli altri alunni, si era spogliato del grembiulino. Finalmente la prigione di stoffa rosa non lo ricopriva, e si ritrov libero nell'osservare che quaranta bambine e bambini erano finalmente uguali nelle tute da ginnastica. L'acetato blu a strisce delle tute si stendeva come una coltre accogliente su maschi e femmine, riducendo le differenze a qualche impercettibile sfumatura di colore. Scendendo le scale insieme agli altri bimbi, Paolo assaporava il felice sapore della normalit.
Al piano terra della scuola, accanto al cortile, si apriva la palestra con i suoi variegati profili di attrezzi sconosciuti. Paolo not il grande quadro di legno che arrivava fino al soffitto, diviso in quadri minori, e si domand curioso a cosa servisse. Ci si doveva forse arrampicare? Rompendo la fila dei bimbi, si diresse verso quel gigantesco quadrato di legno e cap che era fissato al muro con un gancio.
Paola! Cosa fai? Torna subito qui! era la maestra bella che lo stava chiamando. Paolo obbed e torn di corsa verso il gruppo degli scolari.
Accanto alla maestra della sezione B c'era anche l'insegnante della A. Arriv un signore vestito in tuta e Paolo lo incasell nella categoria dei vecchi: doveva avere circa quarant'anni, l'et di suo padre. Comparve anche un'altra signora in tenuta adatta per lo sport. Era magrissima e piccolina. Paolo continu a guardarsi intorno mentre i quattro insegnanti controllavano che nessun allievo mancasse all'appello.
Sofferm lo sguardo su uno strano attrezzo con quattro gambe di legno che sorreggevano un parallelepipedo ricoperto di similpelle. C'erano delle maniglie e Paolo desider di salirci sopra, di abbracciarlo. Immagin se stesso come un cowboy su un cavallo vero, come quelli che comparivano nei film western che il pap vedeva la sera in tv. Si immaginava seduto con il cappellone a falde larghe che aveva visto nei fumetti di Tex Willer, e il lazo in mano, pronto a catturare un cavallo ribelle. Era talmente preso dalle sue fantasie che non si accorse di quello che stava avvenendo nella palestra: gli insegnanti stavano dividendo la classe di ginnastica tra maschi e femmine.
La maestra che lo accoglieva tutte le mattine non c'era pi e i due adulti in tuta si spartivano gli alunni per sesso.
Paola! url l'insegnante minuta, un fascio di nervi. Non essere distratta! Vieni, cara, ci divertiremo.
La maestra di ginnastica lo prese per mano e lo condusse nei pressi del quadro svedese, insieme alle altre bimbe. Paolo si incammin voltandosi per capire cosa stessero facendo i maschi. Camminava con lo sguardo rivolto all'indietro, trattenendo le lacrime. Era spaventato e non capiva. Sono una bambina, pens, ho i capelli lunghi, mi hanno fatto indossare un grembiule rosa. Per sto male. Perch sto male? Cosa c' di sbagliato in me?
Bambine, cominciamo un po' di riscaldamento: un saltello ad aprire le gambe e le braccia... vi faccio vedere come si fa... e uno apro e due chiudo. Apro! Chiudo! Apro! Chiudo!
Paolo apriva e chiudeva gambe e braccia, saltava e pi saltava pi si sentiva goffo e inopportuno. La sua compagna di banco, che eseguiva gli esercizi di fronte a lui, gli sembr leggera ed elegante come una farfalla che volteggia. Lui sentiva invece il rumore dei suoi piedi che atterravano sul pavimento, pesanti come le caviglie di un elefante.
Prendete i tappetini che vedete alla vostra destra! esort l'insegnante. Ora facciamo una piccola prova di resistenza. Questo si chiama quadro svedese e serve ad arrampicarsi.
Due alla volta, le bimbe salirono verso il primo riquadro di legno. Quando fu il turno di Paolo, invece di tenersi alla sbarra, scivol a testa in gi sentendo la nausea arrivargli fino al cervello. La maestra fu rapida nell'acchiapparlo.
Attenzione, Paola! Ti fai male! Devi sostenerti!
Quando fin la lezione, Paolo era frastornato. Si diresse come un automa verso il cavallo dall'altra parte della palestra, dove i maschi stavano provando esercizi di resistenza fisica. Il pi ardito della classe lo not e grid davanti a tutti. Tutti lo sentirono, mentre Paolo si ritrov attonito, solo, osservato.
Cosa vuoi da noi, femminuccia! Torna tra le sottane!
I maschietti scoppiarono a ridere, poi arriv di corsa il maestro, lo cinse protettivo sulle spalle e lo riconsegn alla donna magra.
Invece di proseguire per la ricreazione, Paolo, umiliato e sofferente, chiese il permesso di andare in bagno e vomit tutta la colazione che la tata Pina gli aveva servito la mattina. I capelli lunghi si sporcarono degli avanzi di cibo.
Fu il primo fallimento di Paola che sapeva di essere Paolo. Pi tardi, alla mamma che gli domandava preoccupata cosa fosse successo, non rispose. La testa ronzava confusa e neanche lui sarebbe stato in grado di spiegare il perch. Si abbandon tra le braccia di Ginevra e continu a piangere, fino a quando le lacrime lo sfinirono e, steso sul letto, si concesse un sonno liberatorio.
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La verit.
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In questa storia ci sono verit e aggiustamenti. Cose che ho vissuto e cose che ho inventato. Ma vi assicuro che ci che potrebbe sembrarvi pi inverosimile  la parte realmente avvenuta.
Quell'estate, nel 1987, imparai qualcosa che non ho pi dimenticato. Che la verit non esiste. Che il bene e il male si confondono e si sovrappongono, e che giudicare  un esercizio di vilt. Perch giudica solo chi non ha il coraggio di comprendere.
Quell'estate, mentre Madonna cantava La Isla Bonita, io imparai ad ascoltare, a osservare, e a tacere. Imparai che non tutto  determinabile dalla nostra volont, e che talvolta si vive nella speranza, e nell'illusione, e che una volta che si  provata la dolcezza dell'illusione  difficile rompere quell'incanto.
Quell'estate la notte ci rendeva felici e la vita ci spaventava, ma nonostante la paura ci tenevamo stretti nella nostra voglia di essere noi stessi. Nella insopprimibile spinta verso la libert e l'indipendenza.
Quell'estate compresi che l'amore non aveva limiti, e imparai che era materia pericolosa. Non ho mai amato nessuno quanto Vittoria amava Paolo. E forse nemmeno quanto Paolo amava la mia migliore amica, pur ingannandola.
Sar che forse l'amore  il pi completo e il pi entusiasmante di tutti gli inganni. E quell'estate capii che io non volevo essere ingannata.
Ma quello che vi sto raccontando, partendo dal certificato anagrafico,  solo l'inizio. La fine, perch questa storia ha una fine, non l'avrei mai voluta vivere.
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The day after.
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Nel 1984 arriv nelle sale italiane un film che raccontava gli avvenimenti del giorno dopo l'esplosione nucleare, il risveglio dopo la catastrofe. L'espressione the day after entr nel vocabolario collettivo, associata a qualsiasi evento drammatico e imprevisto. La diffusione dell'espressione, divenuta un intercalare comune, era forse anche un esorcismo planetario del pericolo atomico.
Nella mia confortevole casa dai mobili di mogano ottocenteschi, anch'io vivevo un day after. Il giorno dopo la rivelazione documentata dal certificato di nascita di Paolo, come sempre accade nelle situazioni di sfacelo personale, tutto era incredibilmente uguale al giorno prima, quindi irreale. Mi svegliai con la irritante consapevolezza che non solo non avevo soluzioni da proporre, ma che qualsiasi soluzione non sarebbe stata percorribile se non a costo di dolore e ingiustizia. E mi sorpresi a pensare a Paolo, che pure non mi era mai stato particolarmente simpatico, con un affetto che fino al giorno prima avrei giudicato immeritato. In nemmeno diciassette anni di vita mi ero spesso sentita perseguitata: dai miei genitori, dai compagni di classe maleducati, dai ragazzi che non mi sceglievano come fidanzatina. Mi capitava di dividere la societ in vittime e carnefici e io mi ero sovente accomodata tra le vittime. Quella mattina, seduto accanto a me sulla panca degli oppressi, in una posizione pi scomoda della mia, c'era Paolo. Dovevo averlo sognato, perch la sua faccia delicata, i suoi brillanti occhi verdi mi apparvero come prima immagine. Della sua storia ignoravo tutto, ma mi sorpresi a pensare a lui prima che a Vittoria.
Bevendo il caff, incrociai mia madre che appariva sinceramente dispiaciuta e vogliosa di aiutare la famiglia della mia amica. Mio padre come sempre era gi uscito e non seppi se lei gli avesse raccontato l'affaire. Aveva poca importanza: mio padre non interveniva mai e, anche se lo avesse fatto, il suo punto di vista non avrebbe avuto alcuna importanza per noi.
Mi intim di non parlare con nessuno della vicenda, tantomeno con Vittoria. Mia madre stava aiutando tutti tranne me. Mi sentivo sola, abbandonata nell'angoscia di una rivelazione ingestibile.
Come se non bastasse, al day after la deflagrazione nucleare si aggiunse il Muro del Pianto, personificato dalla mamma di Vittoria, devastata dalle lacrime, che mi apparve seduta sul divano di velluto blu di mia madre, all'arrivo a casa dalla scuola.
La signora Felici pareva trasfigurata dal dolore. Era la prima volta che la vedevo senza trucco. I capelli erano raccolti in un mollettone tartarugato e questa caduta estetica mi sembr l'indicatore pi significativo della sua disperazione.
Affondata nei cuscini di piume del divano, sembrava ancora pi mingherlina. Che un corpicino cos delicato potesse produrre una tale quantit di singhiozzi e con quel volume sonoro mi sembr una stranezza della fisica. Intorno a lei, sul tavolo di cristallo del salotto, una fila di kleenex avvoltolati sembravano gettati con arte, come per una istallazione museale.
Il naso della signora era diventato rosso dal troppo pianto e dallo strofinare compulsivo dei fazzoletti.
La guardai con lo stesso interesse antropologico con cui i visitatori del circo Barnum alla fine dell'Ottocento dovevano guardare la donna barbuta o i gemelli siamesi. La guardai come si guarda un essere inconsueto e indecifrabile. Non dimenticavo le parole di compiacimento che aveva pronunciato nei confronti del genero, quando lui appariva intelligente, ricco, brillante. Il ragazzo con la Maserati, l'azienda di famiglia e i gioielli in regalo, era quello che le nonne avrebbero definito un ottimo partito. Ricordai che Emilia parlando di lui ripeteva a mia madre: Lui s che riesce a tenerla a bada...!. Quel presunto potere che esercitava su di lei per renderla pi mansueta, ora si ritorceva contro la madre. Perch tra Emilia, la mamma e Paolo, il fidanzato, Vittoria stava scegliendo il fidanzato.
Cosa era cambiato? pensai. Paolo  sempre lo stesso. Ha un problema fisico, forse sessuale... ora non  pi una persona di cui vantarsi?
Vederla in quello stato non mi provocava piet quanto piuttosto irritazione. Ero un mostro di insensibilit? Forse. Ma non riuscivo a sentirmene in colpa. Lei e il marito avevano persino ingaggiato un investigatore privato. Una figura torbida, per spiare nella vita della mia amica. Nessuna potest genitoriale avrebbe dovuto spingersi fino a quel livello di intrusione.
Poi lei pronunci una frase che interruppe quel flusso ostile di pensieri per trasportarmi in mezzo al profilo definito delle parole: Serena, meno male che ci sei tu, sei la mia unica speranza....
La signora Felici tir fuori dalla stretta e lunga borsa di Gucci una pila di carte e cominci a sfogliarle nervosamente pronunciando frasi interrotte. Io pensai alla scomodit della borsa e alla bruttezza di quelle g incrociate.
Lei non sa quello che dice, quello che fa... lo difende...
Nel frattempo mia madre stava armeggiando in cucina e pronunciava parole di incoraggiamento alle quali palesemente non credeva nemmeno lei. Arriv con una camomilla. La bustina Bonomelli pendeva dalla tazza dorata ereditata da mia nonna. Quella tazza larga e precaria tintinn sul piattino coordinato prima di essere depositata sul tavolo di cristallo. Mi stavo concentrando sui dettagli, fonte di realismo nell'assurdit di quello che stavamo vivendo. I dettagli, per non perdere la testa su altro.
Bevi, cara, disse mia madre cerca di stare calma. Vedrai che tutto si sistemer presto.
Emilia alz lo sguardo con la mansuetudine di una bimba smarrita. Fu allora che mi accorsi che ai suoi piedi, acciambellato sulla moquette marrone del salotto, c'era anche il suo pechinese, al quale aveva rubato l'espressione. Emilia e il suo cagnolino si somigliavano. C'erano due cani pechinesi a casa mia.
Non  vero,  troppo tardi... Vittoria si  chiusa in stanza e non mi parla...
Intervenne mia madre: Adesso, poverina, sar sotto shock. Ma con il fratello sta parlando? Magari Luciano riesce a farla riflettere....
Il fatto che mia madre citasse come possibile mediatore familiare un essere cos indisponente come il fratello di Vittoria era la prova che non conosceva nulla delle dinamiche di quella casa, quindi che non mi ascoltava quando gliele raccontavo. O pi probabilmente che il prototipo della famiglia dialogante e supportante, nell'immaginario o nella ipocrisia collettiva era superiore alla sua reale consistenza.
Emilia non scese in particolari sulle pessime relazioni tra Vittoria e il cretino che aveva il suo stesso sangue, ma precis: Luciano se ne frega. Quando gli abbiamo raccontato cosa  successo si  messo a sghignazzare. A pronunciare parolacce contro Paolo....
Era facile indovinare il tenore di quelle interlocuzioni. Qualcosa di raffinato, tipo: mia sorella sta con un frocio. In sostanza Luciano si confermava inutile, anzi dannoso.
E siccome parlava a voce alta, prosegu Emilia Vittoria lo ha ascoltato dalla stanza dove si era rinchiusa ed  uscita urlando come una furia. Lo ha aggredito. Abbiamo dovuto dividerli... che scena orribile...
Mi dispiace, Emilia, mi dispiace tanto disse mia madre sedendole accanto e prendendole la mano. Chiss perch mi sembr la scena di un film dei telefoni bianchi. Mia madre elegante anche in casa, con la piega ai capelli appena fatta e i pantaloni blu dritti, la riga in mezzo della stiratura, e la signora Emilia detta anche pechinese accanto a lei, mentre il pechinese, quello vero, sbadigliava ai suoi piedi.
A te non ha detto nulla, vero? mi domand, mentre mia madre scuoteva la testa, ad anticipare la mia risposta.
No risposi laconicamente. Da qualche mese ci eravamo un po' allontanate...
Ecco! Lo sapevo! Quel mostro ha allontanato mia figlia anche da te... singhiozz Emilia.
Ma no, mi affrettai a spiegare  anche normale, sono due innamorati, avevano piacere di stare da soli.
Intervenne mia madre, astuta: Non potrebbe essere che non ti ha pi frequentato perch non voleva condividere quello che aveva scoperto su di lui? Probabilmente Vittoria si era accorta di qualcosa e la teneva nascosta....
Non  cos affermai io con vigore. Sapevo io chi era Vittoria e quanto fosse legata a me: a nessuno, nemmeno a sua madre o a mia madre, era concesso di giudicarla. Non potevano e non dovevano intromettersi nel nostro rapporto.
Io e Vittoria non ci siamo mai nascoste nulla. Nemmeno le faccende pi intime...
E che cosa ti ha raccontato di Paolo? disse la mamma di Vittoria, rizzandosi sul divano, in modalit investigativa.
Nulla di particolare a parte che lo ama replicai, pentendomi di aver pronunciato la parola intimo, che aveva probabilmente fatto sperare in confidenze pi scabrose. Non avrei mai tradito Vittoria, lo dovevano sapere subito. Lei dovette notare la mia freddezza gentile e replic sarcastica.
Lo ama... eh... lo ama! Povera figlia mia, scellerata.
Era un romanzo di Carolina Invernizio, pensai, anche se non ne avevo mai letto uno. Osservavo la scena e la descrivevo mentalmente, in uno sforzo di realismo.
La signora Felici si stava soffiando il naso, un soffio fragoroso, imperioso. Tir fuori lo specchietto dalla borsa e controll lo stato del trucco. Estrasse anche una cipria compatta e cominci a strofinare la spugnetta sul naso, spostando velocemente lo specchio lungo tutta la traiettoria del viso, a controllare l'efficacia del ritocco. Quel gesto, che in quella circostanza sarebbe sembrato fuori luogo per qualsiasi altra donna, a lei restitu dignit. Ora finalmente era tornata se stessa, la donna che vendeva gli smalti e serviva l'amante del marito.
Lo smarrimento era durato poco, non pi di una mezz'ora. La Felici rientrata in s aveva un asso nella manica da mostrarmi. L'arma da fine del mondo. La smoking gun che mi avrebbe definitivamente portata dalla sua parte.
C'era un foglio piegato sul tavolo di cristallo. Me lo porse con solennit e senza proferire verbo. Lo aprii. Era un certificato di nascita. Le date coincidevano: sapevo che Paolo era nato a gennaio sotto il segno dell'Acquario e aveva ventidue anni. Ma era nato come Paola. Era scritto l, impossibile sbagliare, non ci sono errori.
Quando me lo aveva citato mia madre, non avevo dato tanta importanza alla notizia. C'era un certificato di nascita, un pezzo di carta, un bollo del Comune di Roma. Dall'altra parte c'era una persona, con le sembianze di un uomo, che amava la mia migliore amica, che la rendeva felice, la ascoltava, la capiva. Da una parte una carta bollata, dall'altra carne viva, sesso, sentimenti.
L'angoscia cosmica che era planata su Emilia, spargendosi come un fluido che scorreva tra di noi, si reimpossess pienamente di me. L'immagine fumettistica dell'oscuro Fato, nero, mi si present di fronte agli occhi. Allora era vero, Paolo era nato con un sesso femminile. E allora chi era quel ragazzo gentile e spiritoso, e un po' guascone, che aveva rapito il cuore della persona pi importante della mia vita?
Nella scala delle disgrazie, non capivo quale fosse la pi grave: il fatto che Paolo avesse mentito a Vittoria? Che Vittoria non si decidesse a lasciarlo, nonostante quella mistificazione cos importante? Oppure, al contrario, che lei fosse costretta a lasciarlo, nonostante lo amasse?
Eppure, la mia coscienza continuava a interrogarsi: ma Paolo che colpa ha? E se Vittoria lo ama, qual  il problema?
Non fui in grado di dire nulla e con la stessa solennit con cui mi era stata allungato, posai il certificato di nascita sul tavolo, porgendolo alla signora Felici.
Lei mi prese la mano al di l del tavolo.
Spero che si confidi al pi presto. E tu devi dirle cosa fare. Questa storia non ha senso e deve finire al pi presto. Parlale, ti prego.
Emilia aveva ricominciato a piangere, questa volta in silenzio. Mi fece tenerezza per la prima volta. Aggiunse con un filo di voce, flebile come la sua speranza.
Forse a te dar retta. Ti vuole cos bene..
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La libreria.
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Tempo fa ho cambiato la libreria di casa. Non li ho contati, ma avr sistemato migliaia di libri. Non tutti letti, ovviamente, ma comunque posseduti nella convinzione che bastasse la loro sola presenza a infondermi contenuti. Mi consolava e rassicurava Umberto Eco, che disprezzava coloro che entrando in casa e osservando l'ampiezza della sua biblioteca esclamavano: Quanti libri! Li hai letti tutti?.
Comprare libri voleva dire anche soggiacere al senso di colpa e di terrore che provavo nell'ammirarli. Sarei morta senza essere riuscita a leggerli. Centinaia di donne e uomini avevano redatto storie che non avrei mai scoperto. Questo comportava anche la demolizione di qualsiasi velleit di scrittrice. Perch mai io dovevo scrivere, quando non avevo ancora finito di leggere la Recherche? Con quale folle ambizione io, proprio io, pensavo che avrei potuto comunicare qualcosa al mondo?
Ho cambiato il mobile della libreria e mettendo ordine ho trovato decine di agende scritte. E centinaia di fogli stampati. Contenevano diari, considerazioni sull'esistenza, racconti inventati, poesie. Erano pagine di disperazione, di sarcasmo, di resistenza umana. Erano la via d'uscita dalla mia complicata esistenza. Soprattutto dalla mia psiche aggrovigliata.
Ho trovato anche un quaderno a righe, di quelli che negli anni Settanta si usavano nelle scuole. Era scritto molto fitto, con una calligrafia sottile, esaltata dalla penna stilografica, che ho riconosciuto a stento. La mia calligrafia ordinata. Avevo scritto la storia di Vittoria e Paolo. E anche tra i racconti redatti da adulta, ho ritrovato la stessa storia, rielaborata, arricchita... sempre la stessa storia. Allora sono andata ad aprire gli album di fotografie, catalogati per anno. E ho trovato la serie di scatti di Londra, estate 1987. Le facce delle persone incontrate quell'anno hanno ricominciato a parlarmi.
La storia di Vittoria e Paolo mi ha ossessionato per anni.
Leggendo i miei diari, precedenti e successivi, mi sono confrontata con un'altra me stessa, tormentata dall'idea del fallimento, avvilita dalla mancanza di amore.
Per tutta la vita, dopo aver detto addio a Vittoria, ho cercato qualcuno che mi volesse cos bene. Ho ripensato alla mamma che pronunciava quella frase sul divano di casa dei miei genitori, e all'orgoglio provato, al senso di protezione che quella verit mi restituiva. Solo chi ha provato il legame viscerale che si sviluppa con un'amica in adolescenza sa cosa vuol dire la rassicurazione di sapere che esiste almeno una persona al mondo che ti capisca, con la quale trovi il tuo posto nel mondo.
Dopo,  stato tutto pi faticoso.
Nel rileggere i miei diari, ho fatto qualcosa che non facevo da tempo. Ho pianto. E mentre sfogavo la mia fragilit, ero insieme felice di non essere pi cos fragile e felice di esserlo ancora.
Padri e maestri, cos' l'inferno? Io affermo che  il tormento dell'incapacit di provare amore. Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Il monito che mi aveva torturato in adolescenza era sempre l, appuntato su pagine invecchiate. Il mio pianto incontrollato davanti ai vecchi diari mi ha consolato. Avevo amato e forse ne sarei stata ancora capace.
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L'attesa sotto casa.
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La prima volta che avevo incontrato il padre di Vittoria avevo pensato che somigliasse a un attore americano. Si chiamava Giovanni e di un divo hollywoodiano aveva il portamento e l'aria di superiore indifferenza alla quotidianit. L'altezza e la mole, insieme a un viso regolare e definito, lo rendevano simile a Rock Hudson. Era un tipo che piaceva alle donne e ricambiava senza scrupoli verso la moglie. Non potevo immaginare che pochi anni dopo, l'immagine del divo statunitense si sarebbe legata per sempre all'AIDS. Era il 1985 quando Hudson aveva raccontato al mondo di essere gay e di aver contratto il virus dell'HIV, legato ai rapporti sessuali. Il suo viso emaciato e sofferente, cos distante dall'armonia gioiosa che trapelava dalle sue apparizioni cinematografiche, aveva turbato chiunque avesse una vita sessuale attiva, e a maggior ragione noi adolescenti, che ci avvicinavamo alla sessualit sovrastati da un incombente spettro di sciagura.
Da quel momento, per me, anche il padre di Vittoria era diventato suo malgrado una figura simbolo. La sovrapposizione con la tragicit del percorso del divo, schiacciato dalla maschera che era stato costretto a indossare, mi aveva illuso sulla sua tolleranza verso i diversi. La realt era l'opposto: Giovanni era stato il pi determinato nell'accusare Paolo e nel cercare in ogni modo di convincere la figlia che quella relazione andava interrotta. Luciano era troppo stupido per essere protagonista di una iniziativa sensata, ma anche troppo presuntuoso per non pensare di essere in grado di sanare l'attentato alla serenit familiare.
Quella sera, avvolti nel profumo delle piante di pesco che ornavano la strada della casa familiare, i due, silenti e orgogliosi, confidavano nelle proprie capacit persuasive. Erano maschi risoluti e orgogliosi che aspettavano una femminuccia travestita, uno scherzo della natura. L'avrebbero convinta a farsi da parte. Ci pensiamo noi avevano detto alla madre e moglie; Risolviamo noi! ripetevano sfoggiando un'autorevolezza posticcia.
Sedevano appoggiati al muretto del cortile liberty da quasi un'ora. Luciano fumava Marlboro rosse in una quantit degna di miglior causa. Giovanni ne era infastidito.
Entrambi erano reduci da un serrato confronto con Vittoria, che era durato un giorno intero. Giovanni era il pi estenuato perch la figlia gli aveva rinfacciato, nell'ordine: l'assenza il giorno della sua prima comunione, la presenza di non classificate amiche femminili di lui intraviste negli anni durante le vacanze in Abruzzo, l'acquisto di un motorino usato a fronte delle svariate moto di potente cilindrata comprate per s e per il fratello, l'indifferenza provata in occasione della morte della nonna, ovvero della sua stessa madre. Vittoria aveva concluso la sua orazione in modo inequivocabile: A che titolo ora pretendi che io ti obbedisca? Ho diciotto anni e faccio quello che cazzo mi pare.
Giovanni non aveva mai alzato le mani sulla figlia. Apparteneva alla categoria degli uomini talmente soddisfatti della parte di vita consumata al di fuori delle mura domestiche, che le disobbedienze e la maleducazione della prole non lo turbavano. Emilia aveva tirato qualche schiaffo in passato, ma data anche la mole di Vittoria non si era pi azzardata a sfiorarla. Il giorno della rivelazione dell'atto di nascita era stata capace soltanto di piangere. Il marito si era trovato in mezzo tra la porta sbattuta in faccia della figlia e la disperazione inconcludente della moglie. Pertanto, aveva deciso di ingaggiare una contrapposizione con la causa di quel dramma: il fidanzato della figlia. E aveva preso con s il figlio maschio, sperando che il raddoppio della propria mascolinit rendesse pi efficace il tentativo di allontanamento.
Dopo un'ora di attesa, si sentiva ancora pi inutile del giorno precedente e, per recuperare autostima, forniva raccomandazioni al figlio.
Mi raccomando, Luciano, fa' parlare me. Non perdere mai la calma. Dobbiamo essere uniti e risoluti.
Paolo arriv a piedi alla dimora di Vittoria. Aveva parcheggiato la Maserati in un angolo della strada e pensava di citofonarle per portarla a cena. Vittoria gli aveva parlato al telefono, rivelandogli la scoperta dei genitori, lui aveva negato l'incongruenza anagrafica adducendo spiegazioni che si riservava di precisare a voce. Soprattutto, si era dilungato nel reiterarle assicurazioni sulla forza e l'ampiezza del suo amore. Quella sera, dunque, era agitato ma non disperato. Amor che a nullo amato amar perdona diceva Dante citato da Antonello Venditti nella canzone che stava canticchiando. Vittoria lo amava e non si sarebbe fatta suggestionare dalle maldicenze di chi era solo invidioso della loro felicit.
Scoprire suocero e cognato seduti sul muretto davanti al portone d'ingresso della casa della fidanzata lo sorprese. Riaffior alla memoria il proprio padre e temette che quei due uomini alti e ben piazzati potessero picchiarlo. Rote gli occhi come a scrutare l'ambiente circostante. Non vide nulla di strano. Sorrise.
Buonasera!
Giovanni e Luciano, annoiati e sfibrati dalla lunga attesa, non si erano accorti del suo arrivo. Se fossero stati due soldati in una trincea della Prima guerra mondiale, sarebbero stati subito annientati dal nemico. Si alzarono in piedi di scatto, come due pupazzetti con la molla usciti da una scatola di giochi.
Buonasera a te, Paolo esord Giovanni. Sovrastava il genero di almeno venti centimetri, ma l'altezza non lo fece sentire pi forte. Si sent al contrario goffo e sproporzionato. Paolo, davanti a lui, continuava a sorridere e, dopo aver salutato con la mano, si stava dirigendo al citofono. Pochi passi e tutta quell'attesa sarebbe stata inutile, pens Giovanni, e con un salto si par davanti a Paolo.
Aspetta. Ti voglio parlare. Ho bisogno di parlarti. Abbiamo bisogno di parlarti. Io e Luciano. Dobbiamo parlarti.
Paolo gir lo sguardo verso Luciano che procedeva indolente a rimorchio del padre. Alz gli occhi verso la finestra della stanza di Vittoria, sperando che lei vedesse quello che gli stava per succedere. Aveva dei brutti presentimenti. Ma la finestra aveva le imposte chiuse. Allora lui si guard le spalle, e dietro di s vide una bicicletta che scorreva veloce, una mamma che rientrava con un passeggino e una anziana donna che ritirava i panni stesi dal balcone. Procedeva lentamente e incuriosita si trattenne a guardare la scena davanti a lei e Paolo si sent confortato dal suo sguardo. Non era solo, come era stato tante volte nella sua vita.
Volevamo dirti che abbiamo saputo che sei una donna. Giovanni pronunci quella frase con vigore costruito. Era talmente assurda che neanche lui ci credeva. Eppure, aveva visto il certificato di nascita, aveva ascoltato le parole dell'investigatore privato e quelle della vicina di casa della persona che aveva di fronte.
Paolo scoppi in una risata.
Una donna? State scherzando, vero?  uno scherzo!
Non c' proprio niente da ride' intervenne Luciano, dimentico degli ammonimenti paterni. Quello strano essere davanti a lui lo irritava. Cazzo ridi, stronzo aggiunse.
Il padre si irrigid e con la mano scans il figlio, stizzito. Riprese con calma a parlare.
Paolo,  inutile che tu neghi. Abbiamo visto il tuo certificato di nascita. Eri una bambina. Vogliamo bene a nostra figlia e riteniamo che il vostro sia un rapporto malato. Sento il dovere di proteggere Vittoria. La mia Vittoria.
Paolo ammutol, guardando Giovanni e poi Luciano e poi di nuovo Giovanni, che prosegu.
Devi allontanarti da lei, le stai facendo del male. Cerca di capirlo,  per il suo bene.
Rock Hudson, in uno dei suoi film zuccherosi degli anni Sessanta, non avrebbe saputo dirlo meglio. Era sua figlia, un essere innocente, ingenua e imprudente. Per tutta la vita Paolo aveva incontrato la cattiveria degli esseri umani. Ritrovarsi davanti qualcuno dalle sembianze cos pulite che lo accusava di essere lui il malvagio gli sembr un sopruso del destino.
Vittoria non  una bambina.  maggiorenne,  una donna, sa quello che vuole e conosce che cosa la rende felice. Perch non lasciate che sia lei a decidere? Vittoria non  di nessuno, non  mia, ma non  neanche vostra. E nel pronunciare questa ultima frase rivolse lo sguardo verso Luciano. Svicol e si diresse al citofono.
Aspetta! url Giovanni. Fermati, dobbiamo parlare! Prese Paolo per un lembo della giacca blu cercando di trattenerlo, ma il fidanzato di Vittoria tir fuori una forza imprevista e si smarc.
La signora anziana che stava ritirando i panni stesi era ancora in piedi sul balcone del palazzo di fronte. I panni asciutti erano raccolti tra le braccia, come un fagotto di stracci di un'opera dell'arte povera. Fu con stupore che ascolt la voce della sua giovane vicina di casa, la bella ragazza mora che incontrava la mattina quando andava a fare la spesa, gridare dalla finestra di fronte.
Ma cosa state facendo?! Pap, cosa fai? Come ti permetti?
Dopo pochi minuti, la vide sbattere il portone del condominio e avvinghiarsi al ragazzo basso che era stato appena strattonato.
Vittoria si era affacciata alla finestra e, accortasi di quello che stava succedendo, si era precipitata in difesa di Paolo. Ora era nello spiazzo esterno dell'ingresso della palazzina, furente, incontrollata.
Come vi permettete di interferire cos con la mia vita? disse puntando l'indice verso il padre e poi verso il fratello. Aveva afferrato l'avambraccio di Paolo, e lui le teneva la mano che lo stava afferrando, come a suggellare la loro unione.
Nessuno dei due uomini riusc a trovare le parole per risponderle. Giovanni pos gli occhi a terra. Erano due contro due, ma Paolo non aveva voglia di esasperare il conflitto.
Vittoria, stavamo solo parlando... smorz con voce calma. Non ti devi preoccupare.
Lei ansimava, il petto si sollevava con il respiro sotto il maglione di cotone rosso intrecciato.
Andiamo via disse allontanandosi e ripetendo, come stesse verbalizzando un progetto di vita: Via, andiamo via.
Si incamminarono tenendosi per mano. La signora anziana, con ancora in braccio i panni stesi, li segu con lo sguardo. Pens che erano una coppia innamorata e rientr in casa sorridendo.
Paolo si sent sicuro: dopo tutto quello che aveva passato, quell'incontro era stato una passeggiata nel cammino tortuoso della vita.
...
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...
L'agenzia di viaggio.
...
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...
Il 10 giugno, la settimana successiva, fin la scuola. Classe II A, liceo classico, l'anno prima della maturit.
Federico e Luca salutarono insieme, la bellezza del secondo come sempre a fare scudo al sovrappeso dell'altro, la simpatia del primo a compensare la timidezza dell'amico. Partivano con le mamme per le rispettive case di vacanza. Federico annunci che la famiglia aveva acquistato una villa nel Nord della Sardegna e invit tutti ad andarlo a trovare. Luca sarebbe partito per Porto Ercole, in Toscana, e quando Gianfranco aggiunse che lui era vicino, a Porto Santo Stefano, arross come sempre senza un motivo.
L'allegro assembramento di motorini nel piazzale davanti all'istituto mi sembr un attentato al mio stato d'animo sospeso e ansioso, che attendeva la rivelazione di Vittoria.
Dovetti aspettare ancora un giorno. Ci incontrammo a mezzogiorno, faceva caldo e pensai al titolo di quel vecchio western con Gary Cooper e Grace Kelly. A differenza che nel film, la sparatoria che mi attendeva era solo emotiva, e non ci sarebbero stati vincitori o vittime. Mezzogiorno di fuoco all'agenzia di viaggi. Dovevamo ritirare i biglietti aerei e i voucher della nostra consueta vacanza studio di luglio a Londra.
Era la prima volta dal giorno in cui avevo visto il certificato di nascita di Paolo che io e Vittoria ci ritrovavamo sole.
Ti debbo parlare.
Il vento port via le mie sensazioni angosciose. Era arrivato il momento che mia madre e la sua aspettavano. Quello in cui io avrei dovuto convincere la mia amica che doveva lasciare la persona che amava.
Arrivammo all'agenzia di viaggi. Fermai il Ciao e lo legai con la catena. Mentre armeggiavo Vittoria ferm la mia mano e la stratton per sottolineare che aveva bisogno della mia attenzione. Eravamo sul marciapiede di una strada del centro, piena di gente anonima che camminava, correva, passeggiava.
Ti devo dire una cosa, ma mi devi giurare che non la racconterai mai a nessuno. Giura. Mai nella tua vita. Devi giurare.
Mi stava guardando dritta negli occhi. Mi sembr di non averla mai vista cos bella. Ripet: Giura e io giurai, sulla testa di mia madre. Ci siamo, pensai.
 successo un casino. Sospir e mi guard dritta negli occhi. Aveva il kajal pi spesso del solito.
Cio? mentii.
Mia madre e mio padre si sono convinti che Paolo sia una donna.
In che senso una donna? Ma cosa dici?
Non sapevo fingere e quindi sapevo ancor meno recitare. L'imbarazzo mi rendeva impacciata. Ma non avevo altra scelta. Lei era troppo concentrata sul racconto per accorgersi del mio disagio.
Tutto  partito dal pettegolezzo di una stronza che va a farsi i capelli da mia madre. Sostiene di conoscere Paolo dalla nascita e che era femmina. I miei hanno pagato un investigatore privato che ha recuperato un certificato in cui c' scritto che Paolo  nato Paola.
Come Paola? Era una bimba? Ma tu non ti sei mai accorta di niente? Lui non te ne aveva mai parlato?
Vittoria abbass lo sguardo e senza mostrare alcun cedimento aggiunse: Certo che gliene ho parlato. Lui era mortificato, mi ha supplicato di perdonarlo per non avermelo detto prima. Ma aveva paura di perdermi, che io mi spaventassi. Ovviamente per me  stato uno shock, e lui questo lo sa.
Mi parve di intravedere un barlume di smarrimento nel sospiro che segu alla descrizione del proprio stato d'animo. Non c'era bisogno di chiederle come stava, perch Vittoria non era tipo da pietismi. Si accese una Multifilter, lunga, e il filtro si macchi di rossetto rosso. Anch'io cominciai a fumare le mie Philip Morris celesti. Il tabacco mi pizzic la gola. Tacevo, rispettando i suoi tempi. Nella confusione del pomeriggio, intorno a noi c'era silenzio.
Paolo  nato con due sessi. I medici hanno pensato che quello prevalente fosse quello femminile e quindi i suoi genitori lo hanno registrato all'anagrafe come Paola. Poi quando il padre si  ammalato di tumore al cervello e ha perso la ragione, ha cominciato a perseguitarlo. Un giorno mentre stava facendo la doccia gli ha mollato una botta sui genitali con il suo bastone, causandogli un danno importante.
Ma tu lo hai mai visto nudo?
No, lui non vuole. Si vergogna. Facciamo l'amore sempre al buio.
E lo hai mai toccato?
No.
Vittoria abbass lo sguardo e prosegu: Paolo ha dei problemi all'apparato sessuale, causati dal padre che ha peggiorato la situazione che aveva alla nascita. Si dovr operare per sistemare la situazione, ma poi sar tutto normale. Devo solo avere pazienza.
Misi rapidamente in fila le informazioni. La questione della nascita con due sessi mi sembr stravagante, ma non impossibile. Affior nella mia immaginazione qualcosa di simile alla statua dell'Ermafrodito del Louvre di Parigi. Aveva il pisello e il seno: un uomo e una donna contenuti nello stesso corpo. Ma come poteva verificarsi la stessa cosa negli organi sessuali di un corpo femminile? Cercai di immaginare una piccola escrescenza simile a un fallo, accanto alla vagina. Il padre violento mi parve una fantasia. La scena della doccia mi ricord Psycho di Hitchcock: vidi Paolo nella vasca da bagno e il padre armato di una mazza, era tutto molto irreale.Poi mi ancorai alla realt e le dissi, a voce bassa: Quindi tu non pensi che possa davvero essere una donna? Non lo hai mai visto n toccato... perch non gli chiedi una prova, una prova della sua sessualit...?.
Vittoria si irrigid come un soldato sull'attenti. Come un ufficiale prima di dare la carica. E mi rispose secca.
Non ho bisogno di nessuna prova. Paolo mi ama, ci sto insieme da quasi un anno, come potrebbe essere una donna?
Ci sono anche donne che amano le donne, pensai, tacendo. Omosessualit, transessualit, tutto si confondeva. L'unica cosa che mi pareva chiara era che Paolo le aveva nascosto una parte fondamentale del suo vissuto. Vittoria invece mi sembr sincera.
Ma se fosse vero quello che raccontano, tu lo ameresti lo stesso?
La questione non  in questi termini. Paolo  Paolo e io lo amo. Punto.
Vittoria mi diede le spalle, si incammin verso l'agenzia di viaggi e io la seguii.
Prendemmo il numeretto stampato che dava l'ordine di accesso al banco dell'agenzia di viaggi, specializzata in percorsi per gli studenti. C'era una fila lunga e vivace. Anch'io stavo mettendo ordine, tra le informazioni appena ricevute. Una accanto all'altra, io e Vittoria, in piedi, tacevamo.
Avrei potuto rivolgerle altre domande. Incoraggiarla a compiere delle indagini. Dirle che mi sembrava tutta una montatura e che non doveva fidarsi di chi le aveva nascosto una questione cos importante.
Avrei potuto, ma non lo feci.
Stavo facendo il suo bene, assecondandola? Vittoria era una ragazza arguta e per nulla ingenua, come poteva credere al feuilleton di Paolo? Pensai che, con il tempo, avrei potuto scuoterla, metterla di fronte all'evidenza. Eppure, un'altra parte di me, quella che viveva in sintonia simbiotica con la mia amica, quella che attribuiva all'amore un ruolo salvifico, mi suggeriva altro. Forse aveva ragione lei. Chi ero io per distoglierla dal suo sogno d'amore? Perch la crudele razionalit doveva vincere sull'illusione amorosa, quella che la rendeva cos felice?
Da ragazzina mia madre mi aveva fatto leggere L'ereditiera, uno struggente romanzo di Henry James, da cui era stato tratto anche un film. Raccontava la storia di una ragazza bruttina e ricchissima, a cui il padre impediva di sposare un arrampicatore sociale, salvandola da un possibile dissesto finanziario, ma condannandola a una vita senza amore. D'istinto avevo preso le parti della ragazza, inadeguata e complessata, nella quale un po' mi riconoscevo. Il padre si era comportato da tiranno spietato. Incarnava quel che disprezzavo: l'assolutezza del potere maschile, il dileggio dei sentimenti, il cinismo.
E quel giorno di giugno, mentre ragionavo sulla narrazione di Paolo, non volevo assomigliare a quel tiranno.
Uscimmo dall'agenzia con i biglietti aerei e i voucher per il residence di Londra. Avevamo pagato con gli assegni in bianco fornitici dalle nostre madri. Saremmo partite dopo dieci giorni. Sbrigata la pratica, Vittoria riprese le spiegazioni.
Per l'intervento chirurgico Paolo dovr andare in Francia, a Lione. In Italia non sono capaci, non esistono strutture che lo possano aiutare. Povero amore mio... nel frattempo a casa c' la guerra. Mia madre piange, mio padre non mi rivolge la parola... mio fratello si aggira per i corridoi biascicando parolacce. L'unica cosa positiva in tutta questa tragedia  che ho diciotto anni, e finalmente posso fare quello che voglio. E aggiunse: Ti rendi conto? La prima volta che mi innamoro sul serio e mi prendo uno con dei problemi....
Sollev le spalle in una mossa disincantata. Io aggiunsi, sperando in una conferma: Per dopo l'operazione non avr pi problemi di nessun tipo, giusto?.
Pare proprio di no precis Vittoria.
Non avevo idea di cosa potesse succedere nell'evoluta Francia, sotto i ferri di una sala operatoria. Intorno a noi c'era Roma, con la sua eternit di caos e sopportazione.
Ma lo hai spiegato alla tua famiglia? Che si tratta di un problema risolvibile?
Certo, ma loro non mi credono.
Ma non si possono parlare? Paolo e tua madre non possono confrontarsi?
Vittoria si mise a ridere: Certo, vanno a prendere il t e parlano di sesso... Ma come ti viene in mente. Vuoi provarci tu, cos l'anno prossimo ti danno il premio Nobel per la pace?.
Un po' Madre Teresa di Calcutta lo sono sempre stata...
Identica. Direi che vi somigliate persino fisicamente.
Santa Serena Vergine e martire...
Speriamo vergine non per molto ahahah.
Potevo farlo con Niccol ma non ho voluto...
Niccol? Quel presuntuoso che si crede un gradino sotto Dio! Hai fatto bene, ma lascialo perdere!
Eravamo tornate noi due, la coppia di amiche pi salda della terra. Londra avrebbe rafforzato il nostro legame. E io confidavo, come sempre, nella fuga.
...
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I capelli, 1970.
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Paolo aveva solo cinque anni quando, sul lungomare di Porto Santo Stefano, interrogato da una passante sul suo sesso, rispose che era un maschio. Non ci sarebbe stato nulla di strano in quella risposta, se non fosse che Paolo si chiamava Paola e che tutti lo consideravano una bambina.
Lo avrebbe ricordato come uno dei giorni pi felici della sua vita, perch quel giorno il parrucchiere gli aveva tagliato i capelli. Le ciocche atterravano con grazia, spargendosi disordinate sul pavimento piastrellato del negozio. Paolo, girandosi a destra e sinistra per osservarle meglio, le vedeva svolazzare a terra con un godimento mai provato prima, come se volesse sincerarsi che lo stessero abbandonando per sempre. La mamma aveva preso la decisione di scorciare le chiome sue e della sorella per semplificarne l'asciugatura dopo i bagni a mare.
Il barbiere era un uomo gentile che per accudire la clientela infantile aveva installato delle poltrone decorate con animali. Spuntavano davanti al sedile e comunicavano che l'incontro con le forbici sarebbe stata un'esperienza fantastica. C'era un cavallo, una zebra, una giraffa. E poi, un cavalluccio marino colorato di rosa e di azzurro. Paolo lo not subito, eccitato. Salt sul posto, battendo i piedi, indicandolo con foga, tirando il braccio di Ginevra.
Mamma, mamma, posso sedermi sul cavalluccio marino?
Paola, amore, non parlare a voce cos alta... ti stanno guardando tutti...
Quando avr i capelli corti, potr incontrare la sirenetta? Proprio come il principe...?
Tesoro, tu sei la nostra sirenetta...
Paolo aveva ascoltato la favola della sirenetta nel salotto della casa del Fleming, a Roma, incisa su un vinile. In casa c'era la raccolta completa dei racconti di Andersen. La sigla annunciava con sottofondo musicale: A mille ce n', nel mio cuore di fiabe da narrar.... Era una voce flautata ed emozionante, una voce femminile, e lui si era innamorato della sirenetta, un essere sconosciuto che nuotava come un pesce ma aveva il viso dolce come quello di una fata. Da quel giorno guardava il mare con occhi diversi. Se l'anno prima i flutti marosi lo avevano intimorito, nell'estate del 1970 le acque erano diventate nella sua immaginazione un contenitore di stranezze e libert che lo affascinava.
Nel negozio del parrucchiere incontrare un cavalluccio marino, l'essere immaginifico che sosteneva la sirenetta nelle sue galoppate oceaniche, fu per Paolo l'ingresso personale nel mondo della fiaba: il suggello, in un alone di perfezione sovrannaturale, del taglio della fastidiosa chioma.
Il rapporto con i propri capelli era sempre stato conflittuale. I capelli lo limitavano, sembravano pesargli sulla testa. Immaginava di strapparli uno a uno, e si chiedeva quanto tempo avrebbe impiegato per diventare pelato come il pap, oppure di tagliarli con le forbici. Un pomeriggio aveva aperto il cassetto della cucina alla ricerca delle lame e la tata lo aveva sgridato, terrorizzandolo. Nella stanza che aveva in comune con la sorella maggiore, osservava lei e le sue amichette spazzolarsi i capelli, costruire trecce elaborate, preparare fiocchi con i nastri di passamaneria comprati dalla mamma nella merceria di quartiere. Quell'universo di vezzosit non gli apparteneva. Paolo aveva solo cinque anni ma sapeva di non essere come loro.
A gennaio il suo comportamento era stato oggetto di dibattito familiare. La tata Pina si era rivolta alla padrona di casa.
Signora, io non so pi come fare con la piccola aveva confidato. Paola  insofferente a tutto, non ha ancora imparato a vestirsi, le infilo le scarpe e piange... si lamenta appena le lego i capelli... oggi ha tirato il cerchietto contro un muro...
Nella casa del Fleming la luce entrava filtrata dalle tende color crema impreziosite dal broccato che incorniciava le vetrate. Era un luogo di cristallina perfezione, dal sapore tenue. Le osservazioni di Pina sembrarono rompere un equilibrio. Ginevra replic: Paola  cocciuta e capricciosa, devi avere pazienza, poco alla volta migliorer.
Insieme avevano deciso di convocare la bimba. Ginevra, con voce tranquilla, le aveva chiesto di comportarsi bene con la tata, di non essere maleducata con chi la accudiva.
Devi rispettarla, ti cura e ti vuole bene, cerca solo di aiutarti a crescere bella e brava!
Paolo le aveva ascoltate con attenzione, senza riuscire a capire il perch di quella morbida ramanzina. Aveva replicato con la sua vocetta acuta.
Ma io non faccio nulla di male... le scarpe di vernice non mi piacciono! Non mi potete costringere!
Era arrabbiato e umiliato per ci che percepiva come una vessazione. Le calzature erano rigide e scomode, il cerchietto stretto sulle tempie gli ricordava la corona di spine del Ges crocefisso visto in chiesa.
Scoppi a piangere e la mamma, attonita per quella reazione spropositata, proruppe in una risata imbarazzata, mormorando a Pina: Lo vedi che sono solo capricci... non dobbiamo preoccuparci!.
Paolo percep che le due donne si stavano coalizzando contro di lui, cominci a battere i piedi per terra, sollevando le braccine come a invocare un intervento divino. La mamma lo abbracci ma lui si divincol. Alla rabbia dell'incomprensione si univa il senso di colpa per aver deluso le due donne pi importanti della sua brevissima vita. Anche la sorella maggiore Ludovica comparve nel salone dalle tende di broccato e con un moto di disprezzo e di invidia per le attenzioni riservate alla mocciosa url: Paola deve sempre stare al centro di tutto...  una maleducata e tu... prosegu e indic la mamma. Tu... la giustifichi sempre!
Quella notte di maggio Paolo si svegli nel buio, ansioso e disperato, senza riuscire a riaddormentarsi. Perch tutti ce l'hanno con me? pensava, e pi pensava pi non capiva. Perch era cos importante che lui si vestisse come la sorella? Perch costringerlo ad apparire in quel modo? Perch doveva assomigliare a Ludovica? I pensieri si rincorrevano come le caprette su un prato. Se non riesci a dormire, conta le pecore, gli aveva consigliato la tata, e la coscienza di Paolo si popolava di angoscia per le costrizioni e insieme di immagini bucoliche. Le pecore, per, invece di saltare la staccionata, come gli era stato insegnato a immaginare, rotolavano a valle e contarle diventava impossibile.
La luce dell'alba penetr attraverso lo spiraglio della porta. Arrivarono i rumori del risveglio provocati dal padre e il profumo del primo caff della mattina. Era un giorno nuovo e Paolo, nella sua coscienza di bambino, decise che non poteva pi deludere la mamma. Per sopravvivere aveva bisogno dell'amore e delle attenzioni materne e lui avrebbe fatto tutto il necessario per meritarle.
Una settimana dopo, al termine di un'altra notte insonne, cominci a balbettare. La tata se ne accorse per prima, ma n lei n i genitori diedero peso a quel lieve disturbo della parola. Tutti, a casa, erano felici: Paolo era finalmente diventato una bambina obbediente.
Quando, mesi dopo, all'inizio dell'estate, la mamma annunci alle figlie che per praticit le avrebbe portate a tagliare i capelli, Paolo accolse quella notizia come una ricompensa per il proprio comportamento da bravo bambino. Uscirono dal salone del parrucchiere che era sera. Il sole scendeva lento a illuminare il mare e Ginevra, con una gonna lunga e un foulard di seta a proteggere i capelli neri, teneva per mano le due figlie. Era una donna bella ed elegante, la gonna svolazzava ampia alla brezza del tramonto e la camicia di cotone si appiattiva sul seno, rendendolo vistoso. Paolo assaporava una gioia mai provata: un sentimento adulto di libert e pienezza. Guardava la mamma con amore incontenibile, mentre la sorella Ludovica, imbronciata per aver dovuto rinunciare alla sua treccia, proseguiva a testa bassa, scalciando sull'asfalto.
Erano dirette alla pizzeria a taglio pi famosa del litorale. Talmente famosa che all'imbrunire, al rientro dal mare, si formava una fila colorata di famiglie, mamme e pap volenterosi, adolescenti affamati, arrossati dal sole, la pelle seccata dal sale marino.
Voglio la pizza con le patate, la pizza con le patate! cantilen Paolo.
La mamma, storcendo il naso, gli replic sorridendo: L'erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re.
Paolo sorrise in una smorfia dispettosa. Arrotolava la maglietta con l'orso Yoghi intorno al dito, mentre si accarezzava la nuca scoperta, rinfrescata dal vento.
In fila accanto a loro c'era una signora dai capelli bianchi. Lo not e chinandosi verso di lui domand: Ma che bel bambino, sei un maschietto o una femminuccia?.
Paolo la guard sgranando gli occhi verdi. Era la prima volta che qualcuno lo interrogava sul suo sesso. La prima volta che doveva definirsi. Non ebbe dubbi.
Un maschietto!
Ginevra sobbalz. Ora che finalmente sembrava che la figlia si fosse acquietata, ecco che ricominciavano le stranezze. Lasci andare la mano e fece un passo indietro, guardandolo dall'alto, autorevole.
Ma che dici... non si dicono le bugie! Signora, la scusi, si chiama Paola,  una bimba...
L'anziana non diede peso a quella rivelazione: Maschio o femmina, sei bello... o bella! Anzi, ti consiglio di essere femmina,  pi divertente!.
A Paolo, quel pomeriggio all'imbrunire, non import di essere stato contraddetto. Si stava godendo gli ultimi raggi di sole. Si era finalmente liberato dei capelli, era quello l'importante. Ludovica invece, infastidita dalle attenzioni riservate alla sorella, stava per scoppiare a piangere. Ginevra vide il labbro inferiore contrarsi e la bocca spalancarsi in un urlo muto e torn a sentirsi in colpa, perch in quei giorni di vacanza aveva desiderato ardentemente essere di nuovo a Roma, a svolgere il lavoro che la appagava e la teneva lontano dalle fatiche domestiche. Pina, la donna di servizio, era tornata al paese di origine in Calabria, e lei si ritrovava sola, sommersa dai compiti, estenuata dalla necessit di controllare le bambine, di lavarle, vestirle, nutrirle, sottoposta a una continua ansia da prestazione. Arnaldo, il marito, era rimasto a Roma e sarebbe giunto soltanto per un paio di settimane, a cavallo di Ferragosto. Ogni sera da dieci giorni, alle 19,50, Ginevra doveva combattere il disagio provocato dall'invidia che nutriva nei confronti del marito e la sensazione netta della sua inadeguatezza di madre. Arnaldo, dall'alto del privilegio maschile di poter amare le figlie senza dover essere sottoposto alla fatica dell'accudimento, lamentava la lontananza dalla famiglia, causata dall'impellenza lavorativa. E pi il marito si rammaricava, pi nell'animo della moglie montavano contemporaneamente il senso di ingiustizia per dover adempiere ai doveri di madre, e l'autocritica divorante per non sentirsene all'altezza.
Si ritrovava con quelle due bambine pestifere, una che si dichiarava maschio per attirare l'attenzione, e l'altra che piangeva perch voleva la pizza. Le parcheggi su una panchina, a distanza controllabile, compr una teglia di margherita e, irritata per aver esagerato nell'acquisto, rientr a casa.
Pens alla frase dell'anziana davanti alla pizzeria. Non era vero. Essere donne era molto pi difficile che essere uomini. Alla dichiarazione di Paolo non pens pi.
La mattina dopo, in spiaggia, Ludovica cominci a canzonare la sorellina davanti agli amichetti.
Paola si crede un maschio! Che schifo! gridava indicandolo e allontanandosi. Lui la guardava senza capire il perch di tanta agitazione, aveva in bocca il sapore felice del giorno appena trascorso e la sfrenatezza della sua nuova vita senza l'intralcio dei capelli. Un bimbetto che aveva appena completato un rozzo castello di sabbia lo squadr, apostrofandolo con scherno.
E cos saresti un maschio? Fammi vedere il pisellino. Dai, spogliati, fammelo vedere.
Paolo si guard intorno, cercando un aiuto umano che non sarebbe arrivato. Sollev lo sguardo verso il cielo, dove non c'era neanche una nube che potesse ispirarlo. Allora ripens al cavalluccio marino della Sirenetta e trov la forza per esclamare, sicuro: Il pisellino ora non ce l'ho, ma mi crescer.
Otto anni dopo arrivarono le mestruazioni.
...
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...
Il sangue, 1978.
...
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Paolo stava correndo sotto la pioggia che sferzava l'asfalto. Detestava gli ombrelli: oggetti colorati, decorati con orribili fiorellini, che lo costringevano a procedere lentamente, si ribaltavano a causa del vento e lo trascinavano via. La burrasca di quel gioved di marzo del 1978 conteneva un presentimento di sciagura. Paolo era di malumore mentre usciva dalle lezioni, diretto alla fermata d'autobus che, come sempre, era affollata. Vi arrivavano le impiegate e gli impiegati della banca adiacente all'edificio scolastico, gente dall'apparenza serena, persino premurosa.
Ehi ragazzino, hai bisogno di riparo? chiese una giovane donna offrendogli spazio sotto l'ombrello. Lo aveva scambiato per un maschietto e Paolo se ne rallegr.
Aveva tredici anni e da due mesi aveva vinto la battaglia definitiva contro l'obbligo dei capelli lunghi. Ravviv il ciuffo che gli copriva la fronte pettinandolo con la mano. Il cappuccio del montgomery calato sul capo non riusciva a ripararlo, la lana blu si stava inzuppando d'acqua e la sensazione di pizzicore penetrava nel cervello. Paolo ringrazi e la giovane donna, ascoltando la sua voce, rise imbarazzata: Scusami, sei una ragazzina, non volevo offenderti, vestiti cos mi sembrate tutti uguali... e Paolo non seppe cosa rispondere. Una sensazione sgradevole: non era abituato a restare senza parole.
Con l'inizio dell'anno nuovo aveva preso una risoluzione di coraggio: non avrebbe pi obbedito alle imposizioni che lo facevano star male. Gli piaceva che l'anno finisse con il numero otto. Un numero tondo come il suo corpo, che cresceva soprattutto in larghezza. Paolo detestava i suoi fianchi pi larghi di quelli dei coetanei, la pancetta morbida che non sapeva come arginare. Perch Paolo mangiava tanto e faceva poco sport. Si vergognava di farsi vedere spogliato in palestra, con le altre bambine, per cui spesso, all'ora di educazione fisica, faceva finta di star male. Non era una recita difficile: al solo pensiero di dover osservare il proprio corpo specchiato in quello delle coetanee aveva i conati di vomito.
La mamma, pacificata con il proprio aspetto fisico, che curava con la dedizione di un'ancella, cercava invano di trasmettere alla figlia la sua naturale armonia con la propria immagine.
I capelli sono il segno della bellezza, per una ragazza, della femminilit...
I tuoi sono belli, i miei capelli sono orrendi.
La capigliatura di Paolo cresceva di un color cenere spento, come il pelo di un topo. Era crespa e arruffata, talmente brutta che sembrava volersi vendicare dell'odio di Paolo. E pi i capelli crescevano disordinati, pi mamma Ginevra cercava di ornarli con cerchietti, mollettine decorate, fiocchi di raso, pettinini che tiravano il cuoio capelluto all'altezza delle tempie, facendole pulsare, doloranti. Ginevra si era convinta che la causa del fastidio della figlia fosse la sciatteria della chioma, non la chioma in s. Fino a quando un giorno aveva scoperto sul diario scolastico della figlia la scritta, a caratteri cubitali, cerchiata di nero, quasi una lapide cartacea: Odio i miei capelli.
Se ne era quasi spaventata e il sabato seguente aveva dato il permesso alla figlia di rasarsi quanto credesse.
L'incidente era avvenuto con la professoressa di educazione tecnica, una donnetta magra e rinsecchita che trasudava infelicit dalle unghie laccate di rosso, unico vezzo in un corpo trascurato, abbigliato con rigore. Aveva preso di mira Paolo e i suoi capelli anarchici.
Non puoi legarli? Non riesco a vederti in faccia!
Mi dica, professoressa, cosa faccio di sbagliato?
Sei disordinata. In classe si sta composti e decorosi.
Non riuscendo a domarlo, una mattina la maestra si present con un rotolo di nastro adesivo.
Paola, vieni qui signorina, vieni alla lavagna!
Lui si era incamminato indolente verso la cattedra. La maestra lo aveva afferrato per un braccio e aveva appiccicato la chioma alla fronte con lo scotch.
Ora resti qui in piedi per tutta la lezione, cos anche i tuoi compagni capiranno come ci si presenta a scuola!
Paolo in classe, in piedi per un'ora, aveva dovuto concentrare tutti gli sforzi di volont per trattenere le lacrime, di rabbia e umiliazione.
Sei una cessa gli aveva bisbigliato il bello della classe, andando alla lavagna, e Paolo non poteva e non voleva replicare.
Sent la vescica contrarsi per lo stimolo della pip. Avrebbe voluto correre verso il bagno, ma non voleva dare all'insegnante la soddisfazione di chiederle il permesso di uscire. Sentiva parlare la professoressa con la solita cantilena e se la immagin in divisa militare, con il frustino in mano. Al suono della campanella scapp in bagno, ma non fu abbastanza veloce e i jeans si macchiarono di urina. Abbassarsi i pantaloni e accovacciarsi sulla tazza del wc era una perdita di tempo irritante. Perch gli uomini potevano fare la pip in piedi e lui no? Perch non era come tutti i maschi?
A casa non raccont nulla: la vergogna era superiore al desiderio di essere consolato. Il giorno dopo and da un barbiere e gli chiese di rasarlo. Il barbiere non fece domande e mitig quella pretesa, lasciandogli una frangia beatlesiana ad addolcire il viso. Ginevra si rassegn e pens che in fondo tante bellezze hollywoodiane portavano i capelli corti.
Vuol dire che sarai la mia Audrey Hepburn gli disse quando lo vide, azzardando un paragone folle e speranzoso.
A scuola, a ricreazione, forte di quel nuovo aspetto, prov a intrufolarsi negli scambi di pallone dei maschi. Si accorse dei bisbigli alle sue spalle. Qualcuno ridacchiava. Le amiche di classe si lamentarono della sua assenza. Paolo non replic n alle insolenze n ai brontolii, ma come una tartaruga che scava la terra per accucciarsi al letargo, per istinto si allontan da chi potesse rappresentare una minaccia. Si isol sempre di pi. A tredici anni era la ragazzina strana della scuola, che collezionava bei voti e si vestiva come un maschio.
Paolo, vestito in modo neutro, con i jeans a campana che sfioravano il pavimento, scarpe Clarks ai piedi, borsa Tolfa, maglione aderente, montgomery blu, sembrava volersi dissolvere. Sarebbe sparito nella folla, come il puntino di un soldatino dell'esercito, come un contadino cinese in marcia, se non fosse stato per gli occhi verdi che continuavano a brillare vivaci, sotto la frangia spettinata.
Quel giorno di marzo, gli occhi di Paolo si illuminarono e ringraziarono la giovane ragazza che gli aveva offerto riparo dalla pioggia. Sorrise senza parlare, non voleva far sentire ancora la sua voce, salut con la mano e sal sul 38 barrato che in poche fermate lo avrebbe lasciato a casa. Il bigliettaio strapp il biglietto di carta velina, che Paolo arrotol come fosse una cartina di sigaretta. Un fulmine squarci il cielo e incup la luce dell'ora di pranzo, rendendola simile a un crepuscolo.
Fu mentre stava seduto sulla panca che Paolo avvert qualcosa di appiccicoso che scendeva nelle mutande. Era una sensazione strana, come di sporcizia. Si distrasse e manc la fermata giusta per casa. Scese a quella successiva, irritato per l'errore che lo costringeva a camminare sotto la pioggia. La strada per casa era piena di curve, alberata e priva di negozi. Il marciapiede era stretto e sporco. Citofon quasi urlando: Sono io!. A casa c'era solo la tata.
La porta dell'appartamento era aperta e Paolo si infil correndo. Moll la cartella a terra e il montgomery sul letto. In bagno, scopr le mutande sporche di sangue. Aveva un colore scuro e un odore metallico.
Era successo ed era irreparabile. Sapeva di che cosa si trattava, perch la mamma e la sorella maggiore lo avevano avvisato. Era il segnale dello sviluppo. Paolo cominci ad ansimare, chiuso a chiave nel bagnetto riservato alle figlie. Si mise una mano sul petto che rimbombava come una cassa disarmonica. Spalanc la bocca e sollev lo sguardo verso lo specchio. Vedersi riflesso non lo aiut a riconoscersi: era un ragazzo con le mestruazioni.
Si sfil pantaloni e mutande lanciandole in un angolo del bagno, con un calcio. Sulla coscia destra, un rigagnolo di sangue scese fino a terra.
La settimana successiva cominci a tagliarsi.
...
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...
Il rasoio.
...
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...
La prima mattina che si tagli la barba con il rasoio elettrico, Arnaldo sent di star compiendo un tradimento. Non era riuscito a resistere alla tentazione di una macchinetta che gli semplificasse il quotidiano rito della rasatura, che lo impegnava per circa mezz'ora con un'acribia degna di miglior causa. Sentire la lama sottile che scivolava silenziosa e solerte sulle guance insaponate era un piacere che il ronzio dell'apparecchio elettrico non poteva certo sostituire. Ma il tempo aveva valore, anche economico. Arnaldo, alla vigilia del traguardo del miliardo di patrimonio personale, e all'indomani della nomina a Cavaliere da parte del Presidente della Repubblica, invece di rilassarsi sentiva di dover spingere ancora di pi, verso nuovi traguardi. Guadagnare quasi venti minuti di tempo al mattino lo avrebbe reso pi efficiente. L'azienda farmaceutica che aveva ereditato dal padre lo aspettava ogni mattina, impegnativa come un'amante insaziabile. Sul lavoro aveva vinto la sfida dell'innovazione e anche la sua quotidianit domestica doveva esserne all'altezza. La soddisfazione della sua riuscita personale riduceva a un brandello emotivo la pena di doversi privare della sua bizzarra collezione di rasoi, acquistati negli anni, anche in viaggio. Ne possedeva di moderni e di antichi, con il manico d'avorio e di metallo. Apr lo sportello del mobile del bagno realizzato dal falegname, uno sportello scuro e massiccio, e ripose l'ultimo rasoio e le ultime lamette accanto a una decina di esemplari scartati in precedenza, divenuti desueti con l'avanzare del tempo. Anche nella fabbricazione dei rasoi esisteva un'avanguardia e il cavalier Barbieri era sempre all'altezza della modernit.
Usc dal bagno salutando le donne di casa con olimpica sicumera. Avrebbe tanto voluto un erede maschio e quando era nata Paola l'aveva accolta con rassegnazione. Ho una figlia davvero strana, pens, molto poco somigliante alla sorella e alla mamma, che erano cos belle e curate. La osserv mentre ciondolava, in pigiama, davanti alla porta della cucina.
Ma non  tardi? Non dovresti essere gi pronta? intim con uno sguardo severo, pi severo per la trasandatezza che l'immagine della figlia gli rimandava che per il presunto ritardo.
Paolo sbadigli rumorosamente, senza nemmeno coprirsi la bocca con la mano.
Oggi non vado a scuola. Sto male. Mi fa male la pancia.
Ginevra la osservava dall'angolo del corridoio. Sapeva che la figlia stava mentendo. Chiuse la borsetta Fendi di tela, si allacci il cinturino delle scarpe. Era pronta a uscire. Ludovica, se sei pronta ti accompagno, senn vai da sola. Ho un appuntamento tra mezz'ora precisa ai Parioli... Ludovica url dalla sua stanza: Vai pure, non ho bisogno di te.
Ginevra baci Paolo sul capo e gli ravviv i capelli con una passata di mano veloce. Dopo l'arrivo delle mestruazioni, Paolo era diventato ancora pi strano. Rideva nervosamente a ogni sciocchezza, cambiava umore di continuo, si chiudeva in bagno. Ginevra si era arresa. Passer, pensava. Passer.
L'odore di Opium, il profumo Yves Saint Laurent, rest in salone anche dopo la sua uscita di casa. Arnaldo storse il naso perch detestava l'eccesso e quel profumo era eccessivo. Guard il pigiama della figlia con disgusto, perch detestava anche la sciatteria e salut in fretta, felice dell'appuntamento con l'autista che lo avrebbe portato a destinazione, fuori Roma, a Pomezia, alla sede aziendale.
Erano le sette e mezzo del mattino del 16 marzo 1978. Un'ora dopo, anche la tata Pina sarebbe uscita, diretta al mercato per la spesa. Alle 9,58, in una edizione straordinaria del TG1, Bruno Vespa avrebbe dato la notizia del rapimento di Aldo Moro e della morte degli uomini della sua scorta.
In quel momento Paolo era solo in casa e per la prima volta provava il dolore inebriante della lametta che scorreva sulla pelle del suo avambraccio.
Quel sangue, rosso, cos diverso da quello mestruale, gli piaceva. Era puro, brillante. Era frutto di una sua scelta consapevole. Quando avvert intenso il dolore del taglio, la sua angoscia cess. Un senso di pace si dipan caldo per tutto il suo corpo. Il male fisico era anestesia dell'anima. Prese il disinfettante, medic la ferita, la copr con un cerotto. Si guard allo specchio e vide riflessa l'immagine di un bel ragazzino. Un ragazzino coraggioso. Poi tir gi la manica del pigiama e and a salutare la tata, appena rientrata con le buste della spesa.
Paola,  successa una cosa terribile! esclam Pina, sconvolta. Hanno rapito Aldo Moro! Hanno massacrato cinque persone...! E ora cosa succeder? Paola, ti rendi conto che i terroristi hanno sparato per strada, hanno ammazzato...  come una guerra, siamo in guerra!
Pina accese il televisore in cerca di notizie e subito dopo abbracci Paolo, lo strinse forte, quasi a soffocarlo. Lui era ancora intontito dal fastidio della ferita, che premeva sul braccio della tata. Rest in silenzio, incapace di realizzare che qualcosa di devastante era appena avvenuto a pochi chilometri da casa. Non riusciva a pensare a nulla, se non al conforto provato nell'affondare la lametta del padre sulla propria pelle. Vide Pina telefonare nell'ufficio della madre, preoccuparsi perch lei non c'era, chiamare Arnaldo, la scuola di Ludovica. Incurante del resto, pensava solo a quando sarebbe riuscito a tagliarsi ancora.
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Il residence, luglio 1987.
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Le valigie pesavano quanto dei cadaveri, perch non eravamo capaci di partire con un bagaglio leggero. Vestiti, scarpe, lo shampoo preferito erano la sicurezza a cui non rinunciavamo.
Conoscevamo la citt quanto Roma e sapevamo muoverci, la metro da prendere per risparmiare i soldi del taxi, i pub e le discoteche, i mercatini da frequentare e quelli da evitare. Londra era la nostra casa pazza.
La posizione del residence che quell'estate avevamo preferito all'ospitalit in famiglia, per non sottostare alla bench minima regola di convivenza, era eccellente. Si trovava in una traversa di Oxford Street, centralissima arteria piena di negozi e di fermate di metropolitana. L'arrivo in quel posto cos vivace ci eccit e quella struttura grigia e anonima ci sembr una reggia. La reception all'ingresso era presidiata durante il giorno e abbandonata dopo il tramonto. Una efficiente signorina ci consegn la chiave del portone principale e quella della nostra stanza.
Ai piani i corridoi si allungavano rimandando la memoria a Shining, aprendosi su due file parallele di stanze. La moquette beige chiazzata di sporcizia puzzava di fumo. In fondo al corridoio c'erano i bagni comuni, particolare per me sgradevole, non essendo abituata a dividere il bagno con nessun essere vivente. Vittoria, che vantava un passato da guida scout nella federazione cattolica, ne era molto meno infastidita di me. Aver trascorso estati a montare tende e cessi la faceva sentire ardita come Indiana Jones. Io annuivo silente alla sua mitomania, ritenendo che ognuno avesse diritto alla costruzione del mito di se stesso e che, fino a un certo limite, un tasso di vanteria potesse essere concesso e tollerato. Dall'altra estremit del corridoio ogni piano vantava una stanza comune dotata di televisore con telecomando e di divani di velluto, imbottiti di una gomma color senape che affiorava da piccoli buchi causati da bruciature di sigarette.
Nel mezzo del corridoio c'era quello che si sarebbe rivelato l'olimpo della socialit: una cucina accessibile a tutti. Nel frigorifero gli spagnoli depositavano uova e frutta per la sangria, gli italiani formaggi il pi possibile simili a mozzarelle, i francesi formaggi il pi possibile simili a camembert. Sulla moquette del corridoio la mia valigia con le rotelle, invenzione recente che rimandava l'illusione di una facile trasportabilit, arrancava ondeggiando pericolosamente come una prostituta di Tor di Quinto. Era troppo pesante per poter essere sollevata e io mi sentii avvampare dal caldo e dalla goffaggine. Come un cherubino degli affreschi delle chiese, apparve dal fondo del corridoio un ragazzo alto, con i capelli lunghi, composti in un caschetto ondulato. Aveva un viso tondo e due malinconici occhi azzurri. Indossava una Fruit of the Loom infilata in un paio di jeans molto chiari, corti, arrotolati in fondo. Calzino bianco di spugna dentro le Timberland.
So you're just arrived! Welcome! disse nel raggiungerci, allungando la mano. Poi ci squadr meglio e cap: Siete italiane? Anch'io! Mi chiamo Carlo, piacere.
Riconoscemmo un accento del Nord.
Sono di Padova, sono arrivato da solo. Mi hanno messo in stanza con un orribile francese che russa tutta la notte.  grasso aggiunse con una smorfia di disgusto.
Una tortura, ragazze, una tortura... Meno male che voi siete in due, siete amiche? S, se siete amiche allora non c' problema, anche in spazi stretti vi vorrete bene, vedrete che qui  divertente, non  mica come a casa... io di Padova non ne posso pi... ma dov' la vostra stanza? La 250... sta pi gi, vi serve aiuto?
Carlo sollev uno alla volta i nostri bagagli, portandoli fino alla porta d'ingresso della stanza. Con la stessa naturalezza con la quale si era presentato ci salut, allontanandosi con la grazia di un torrente fresco che scorre negli argini di una montagna, del quale non vedi n la sorgente n la foce.
Vittoria lo indic con il capo: Gay?.
Be', direi di s.
La camera era di una semplicit monacale: due letti singoli senza testiera, in mezzo un comodino di legno e formica. Un'ampia finestra priva di tapparelle, coperta da una tendina azzurra a fiori. A lato, un armadio anch'esso di formica bianca. Di fronte all'armadio, un lavandino sormontato da uno specchio piccolo, incorniciato in legno. Mi sedetti sul letto di destra, senza aspettare che Vittoria si pronunciasse sulla scelta.
Sono stanca dissi e allungandomi mi accesi la prima sigaretta. Dov' un posacenere?
Non c'. Toccher comprarne uno. O rubarlo.
Cominciammo a svuotare le valigie. Ogni tanto Vittoria mi mostrava una maglietta o una felpa regalate da Paolo, accompagnandola dalla descrizione di dove era stata acquistata.
Pensa che questa l'avevo vista in vetrina. Lui ha capito che mi piaceva e il giorno dopo me la sono ritrovata impacchettata sul sedile della Maserati.
Doveva essere difficile rinunciare a un uomo cos attento, pensai.
La sera prima erano stati a cena in un ristorante in centro. Cena di pesce e champagne. Sul piatto lui aveva deposto il pacchetto di una gioielleria. Conteneva una medaglietta con incise le loro iniziali e un cuore. Vittoria me lo raccont senza compiacimenti, dopo dieci minuti era gi pronta per uscire.
Oxford Street era forse la via pi rumorosa e pi inquinata di Londra. Passeggiammo senza meta, praticando la volutt autolesionista dello stordimento. C'erano ancora delle cabine telefoniche rosse, anche se quelle pi moderne e funzionali stavano prendendo il sopravvento. Da una di queste Vittoria telefon a Paolo, chiamata a carico del destinatario. La osservai seduta su una panchina, con le buste dei primi inutili acquisti inerti accanto a me. Decifravo le sue espressioni: la risata roca e il modo tenero con cui incassava la testa tra le spalle quando riceveva un complimento. Dalla cabina telefonica usc smarrita e frettolosa.
Che dice Paolo? le chiesi.
Nulla. Solite cose. Rompe. Appiccicoso.
Era una prima crepa o una delle battute svilenti della mia amica, dettate dal pudore nei sentimenti? Non lo sapevo, ma lo avrei scoperto. L'avrei studiata, per indirizzarla alla decisione pi giusta, pensai. Quale fosse la scelta da fare, non lo sapevo neanche io.
Poco dopo la mezzanotte, nella nostra cameretta claustrale ci addormentammo o almeno provammo a prendere sonno. La mia leggerezza era minata dalla necessit della vigilanza; la sua, da mille angosce non dichiarate. Fuori dalla nostra cella la vita si agitava. Nel corridoio di Shining si rincorrevano voci e urla, tutte maschili.
Vittoria? sussurrai. Sei sveglia?! aggiunsi con un timbro pi alto. Vittoria?
Lei mugol infastidita, infine rispose: Certo che sono sveglia, mi hai svegliato tu! Che vuoi?.
Ma non lo senti il casino?
Stesi il braccio ad afferrare la piccola sveglia digitale da comodino portata da Roma.
Erano le due di notte e il corridoio sembrava l'anticamera di un girone dantesco. Dentro di me rimuginavo: sono stanca dal viaggio e dalla giornata, esco da un anno di studi e ho anche subito lo stress della rivelazione su Paolo. Ho diritto di riposarmi. Ma soprattutto sono invidiosa: qualcuno si sta divertendo senza di noi.
Mi sal sul petto la furia incontrollata che in Italia reprimevo, perch non era educato perdere il controllo, e perch sapevo che nessuno mi avrebbe giustificata n soccorsa, se avessi compiuto atti che trascendevano il livello consentito di creanza.
Ma non ero in Italia.
Mezz'ora dopo, il vortice vacanziero che non ero riuscita a redarguire si trovava accomodato sui nostri letti. Avevo urlato di tacere una volta, due. La terza, avevo aperto la porta della nostra cella e invitato tutti a entrare.
Era una moltitudine di maschi, italiani e spagnoli. Gli italiani avevano in mano del vino bianco, che ci versarono nei bicchieri di plastica, gli spagnoli una chitarra.
Io e Vittoria eravamo in pigiama. Per la precisione, io ero in camicia da notte, una veste lunga a met polpaccio con delle ciliegie ricamate sul collo, che mi aveva comprato mia madre, coordinandola con una vestaglietta. La mia ribellione, notturna, in terra straniera, consisteva non solo nell'avere aperto a degli sconosciuti indossando una camicia da notte che consideravo anche un po' ridicola, ma nel non aver nemmeno indossato la vestaglia.
Cantammo Purple Rain tutti in coro e la mia arrabbiatura pass.
Fu l'inizio di un mese sfrenato.
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L'incontenibile fascino dell'accento spagnolo.
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Avevamo sempre amato gli inglesi perch gran parte dei nostri miti era suddita di sua maest. Ma in quei giorni scoprimmo gli spagnoli, e fu una folgorazione.
Vittoria parlava poco di Paolo e flirtava tanto con Oscar. Osservandola, pensavo stesse percorrendo un tragitto di allontanamento da un amore che presentava tante ombre e difficolt.
Oscar suonava la chitarra, aveva diciannove anni, studiava chimica, portava i capelli neri tirati indietro in un impercettibile codino, lucidi e impregnati di brillantina profumata. Se lo avessimo incontrato a piazza Euclide a Roma lo avremmo giudicato un soggetto, epiteto inglorioso riservato a coloro che trasgredivano alle regole non scritte sull'abbigliamento dogmaticamente giudicato accettabile. Ma alle spalle di Oxford Street, aliene da italiche contaminazioni generazionali, valutavamo Oscar per quello che era e non per quello che indossava: un ragazzo affettuoso, pieno di ambizioni, cordiale, dotato di una cavalleria vecchio stampo che incantava. Un paio di occhialetti da vista ovali gli donavano la fisionomia fascinosa di un esule a Parigi dei primi del secolo.
Arrivava da Pamplona. Ci spieg che la sua citt era famosa per l'annuale corsa dei tori, una folle manifestazione popolare in cui tutta la cittadinanza si riversava per i vicoli e si faceva inseguire da mandrie di tori eccitati. Con Oscar c'era un suo amico, tale Xavier, coetaneo studente dall'aria stropicciata e gli occhi abbottati, caratteristiche che avevo sempre trovato sexy. Si impegn a insegnarmi l'esatta pronuncia del suo nome con una dedizione che trovai ammirevole. Tramite loro due, che godevano di autorevolezza nel microcosmo del residence, io e Vittoria guadagnammo il nostro spazio, un'aura di riconoscibilit. Esistevamo indipendentemente dalle nostre madri, dai ragazzi che ci rifiutavano. Vittoria esisteva indipendentemente da Paolo.
Ai due capofila della trib spagnola si aggiungeva un gruppo di baschi, il cui chiassoso portavoce era un certo Pablo, sopracciglia convergenti e timbro baritonale. Tra i baschi, proveniente da San Sebastin, mi imbattei in colui di cui mi sarei invaghita: Mikel, un ragazzino piccolo, magrolino e con lo sguardo da cerbiatto. I baschi sembravano tristi in confronto ai castigliani, erano rocciosi come scogli sopraffatti dal mare. Mi rassegnai ad amare in silenzio Mikel, senza alcuna prospettiva di essere corrisposta.
Di fronte alla nostra stanza alloggiavano due cugine di Ravenna, diciassettenni. Vennero a bussare alla nostra porta per fare amicizia, compite come una delegazione straniera che chiede di essere ricevuta all'ambasciata. Presto ci svelarono di essere abituali consumatrici di eroina. Le ascoltavamo perplesse e anche un po' spaventate. Per la prima volta nella nostra vita conoscevamo una categoria di esseri umani che le nostre madri indicavano comunemente come drogati. Si dedicavano alla loro dipendenza con efficienza e, per ottimizzare costi, tempi e risultati, si erano fidanzate con due spacciatori londinesi.
Ti rendi conto che ce lo hanno raccontato come si racconta di aver bevuto una birra? mi disse Vittoria appena furono uscite dalla stanza.
Peccato... sono due ragazze cos carine, cos curate...
Tossiche.
Misteriose.
Voglio conoscere i fidanzati.
Chiss che aspetto ha uno spacciatore?
Raccontammo quell'incontro a Carlo che era diventato il depositario delle nostre confidenze sugli abitanti del residence. C'era qualcosa di perennemente gioioso nelle serate. Mentre le vivevo, sentivo che quel tipo di divertimento sarebbe stato per sempre legato a quell'et e a quel periodo temporale. La consapevolezza lucida della sua fugacit patinava ogni piacere di impercettibile e apparentemente ingiustificata tristezza. Ero malinconica prima ancora di aver vissuto gli eventi di cui avrei avuto nostalgia. Anche Vittoria lo era, ma per motivi diversi. Spesso si immobilizzava sul letto, pensierosa, sospirante. Paolo chiamava due volte al giorno al telefono comune in corridoio. La linea veniva passata dal centralino e l'annuncio arrivava da un altoparlante: Miss Felici telephone call... Miss Felici....
Pablo passeggiava tra le stanze facendo il verso alla voce della segretaria, e Vittoria sfrecciava nel rettilineo del corridoio, per non farlo aspettare, per non fargli pagare troppo l'attesa. Shut up, 'sto cretino esclamava rivolta allo spagnolo.
Ti manca? le chiedevo.
S, certo che mi manca. Ma mi sorprendo perch sto bene anche senza di lui. Ho scatenato l'inferno per difenderlo, per decidere della mia vita senza che me la imponessero i miei genitori. Ma qui sto bene. Ci divertiamo.
Stai bene anche perch sai che lui ti aspetta. E poi ci sono io,  evidente che non puoi che essere felice, cara...!
Ridevo, lei sbuffava, mi tirava una cuscinata, ci truccavamo come le punk e ci scattavamo fotografie. Una sera ci vestimmo da sera e mimammo pose provocanti, oscene. Stavamo bene anche perch quasi tutte le sere arrivava Carlo con una convocazione.
Stasera festa al secondo piano. La organizzano gli spagnoli: loro cucinano le tortillas, noi gli spaghetti. I francesi come al solito scroccano, ma porteranno del vino. Se venite dovete portare da bere.
Sangria por todos urlava Pablo in corridoio.
Keep the kitchen clear c'era scritto con il pennarello su un foglio di carta quadrettato, affisso sopra i fornelli della cucina. Sembrava un monito per noi: state attente, fate pulizia.
Una sera Xavier mi fece aspirare un tiro di marijuana. Poi porgendomi una mela rossa come quella del peccato originale, con un foro scavato da una parte all'altra della polpa, mi chiese di soffiare all'interno. Nella cucina gialla dove era allestito il buffet europeo tanti erano ubriachi, ma nessuno era molesto. Vittoria, le spalle languidamente appoggiate al muro, guardava Oscar con gli occhioni neri sgranati, mordendosi un labbro. Lui aveva appoggiato una mano alla parete, il viso abbassato su di lei era a pochi centimetri dalla sua bocca: la sua fisicit massiccia la sovrastava. Ripensai a Paolo che era pi minuto e pi basso, mentre lei si accorse che la stavo osservando. Forse avevo uno sguardo giudicante tanto che lei abbass il suo. Mi conosceva troppo bene per ignorare cosa stessi pensando. Per tacitare la mia pesantezza emotiva, diedi un morso alla mela alla marijuana. Aveva un sapore morbido, delizioso, profumato, orientale e anche Xavier mi apparve morbido e intrigante. Vittoria era il mio detonatore.
Finimmo nella nostra stanza tutti e quattro e unimmo i letti per stare pi comodi. Oscar si baciava con Vittoria e io, non avendo niente di meglio tra le mani, con Xavier. A qualcuno venne l'idea di scambiare i partner, cos io baciai Oscar e Vittoria Xavier. Gli permettemmo di toccarci le tette. Per proseguire l'esperimento, anche io e Vittoria ci baciammo, ma solo fugacemente, sulle labbra. Erano le labbra pi morbide che avessi mai sfiorato.
La mattina dopo Xavier si present con un mazzo di fiori per me. Io ero troppo razionale per pensare di proseguire una storiella con lui, nonostante, a dispetto della mia spietata analisi valutativa, lui mi fosse piaciuto tanto. Prigioniera di modelli di perfezione, non riuscendo a realizzarli su di me, pretendevo di realizzarli sui fidanzati e Xavier non lo era. Niccol invece s, Giorgio l'economista di Sabaudia pure. Tutti questi modelli amorosi fallimentari avevano ronzato nella mia vita per finire schiantati a terra dalla realt. Cominciavo a capire che gli idoli non esistevano, pertanto quando era arrivato lo spagnolo dall'aspetto stropicciato avevo ceduto, felice di cedere. Al risveglio la mia parte analitica aveva preso il sopravvento. Quel mazzo di fiori mi comunic una sensazione di soffocamento e lo allontanai. Xavier ci rimase malissimo, ma scacciai presto il senso di colpa.
Anche Oscar avrebbe voluto continuare a passare le sere con Vittoria. Ma Paolo continuava a telefonare, tutti i giorni, due volte al giorno e con sempre maggiore ossessivit.
Due giorni dopo la nostra serata in camera, quasi avesse avuto un presentimento di allontanamento, nel consueto appuntamento telefonico, Paolo, in lacrime, raccont di un gravissimo incidente sulla moto del cugino. Il ragazzo era ora in coma. Paolo non riusciva a capacitarsi della disgrazia e chiedeva disperato a Vittoria solidariet e amore, invocando la sua presenza fisica.
Lo so che stai bene e ti diverti e sono felice per te, ma mi manchi moltissimo.
Pensai che la storia del cugino in ospedale fosse una montatura, una sottile coercizione psicologica.
Sei sicura che la storia sia vera?
Stai supponendo che sia tutta un'invenzione? mi rispose Vittoria e dal tono della voce, sfumature ciniche negli accenti, capii che anche lei lo aveva sospettato. Era davvero affranto... che motivo avrebbe per dirmi una bugia su una cosa cos devastante?
Un modo per controllarti psicologicamente. Magari il suo intuito percepisce che lo stai tradendo...
Allora vuol dire che continuer a farlo concluse lei scoppiando a ridere. La conoscevo troppo bene per non intuire che era una posa. Ma mi piaceva per questo, per come ribaltava la tristezza in vitalit. Vittoria era la sconfitta alla mia solitudine.
L'altoparlante chiamava raramente il mio nome, mi cercava solo mia madre. Un giorno alla cornetta trovai a sorpresa mio padre. Mi parve un evento cos strano che la sera mi ubriacai pi del solito.
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Il Dio Vichingo.
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Studiando la tragedia greca, apprendemmo del deus ex machina. Il personaggio cala dal soffitto e risolve la trama, sbrogliando i grovigli pi intricati. Il nostro deus ex machina nelle vacanze del 1987 aveva davvero le sembianze di un dio e apparve dai fumi del fondo della discoteca vestito di pelle nera, biondo, alto due metri, conturbante.
Era colui di cui si dice: troppo bello per essere vero.
Eravamo all'Hippodrome di Leicester Square, storica discoteca quell'anno gi un po' dmod, alla quale eravamo collegate da un sentimentalismo molto italiano. Anche nella giovent esistono i ricordi e a quella discoteca ne erano collegati tanti. I ballerini di breakdance della piazza, i neri venditori dei biglietti a met prezzo, le ragazze inglesi ubriache e malvestite con le quali ci confrontavamo con fierezza mediterranea, riscoprendo un orgoglio nazionale che non ci era mai appartenuto.
Eravamo molto pi europee che italiane. Ma reputavamo intollerabili alcuni particolari molto in voga nel Regno Unito. I miniabiti elasticizzati di stoffa goffrata, gialli o rosa. I mollettoni di strass nei capelli. Le scarpe di plastica bianche. I tacchi a spillo scarnificati, con il gommino di cuoio consumato, che lasciava nuda la vite interna, producendo un sinistro tintinnio al passaggio.
Che orrore questo rumore di tacchi consumati!
Da noi sarebbe intollerabile. Di eleganza non capiscono niente, ha ragione Madonna: Italians do it better.
La sera che comparve il Deus Ex Machina stavamo ballando sotto la palla di lamine dorate appesa al soffitto, che ruotava lentamente mentre le luci stroboscopiche illuminavano parti della discoteca, seguendo il ritmo della musica. Era un trionfo di spalline, cotonature, occhi neri, calze rotte, rossetti viola. Brandelli di esseri umani illuminati a scatti da luci fredde, quel tanto che bastava per intuire chi si aveva di fronte: bellezza, stile, movimento. Il dio vichingo si faceva notare, altissimo. Ballava fumando una sigaretta, penzolante, in bilico tra le dita affusolate.
Non ho mai visto niente di pi bello in tutta la mia vita.
Con un cenno del capo lo indicai a Vittoria, che sgran gli occhi e sospir.
Accadde l'incredibile: il ragazzo alto due metri si avvicin a noi senza smettere di ballare e cominci a parlare con Vittoria. E dopo averle parlato la baci, sul collo, dietro le orecchie, sulle labbra, con la lingua, per poi condurla ai divanetti del piano di sopra.
Avendo lui le sembianze di una divinit, mi sembr la facesse volare accanto a s, come Superman e Wonder Woman.
Lei si volt verso di me incredula, le feci ciao con la mano e pensai che nonostante il sovrappeso il volto intenso della mia amica era il pi bello di tutte. Alle tre in punto la discoteca lanci un estremo sfavillio di luci al ritmo della Cavalcata delle Valchirie di Wagner. Era il segnale della chiusura.
Ritrovai Vittoria all'uscita. Ripeteva come posseduta o drogata che nessuno avrebbe mai creduto al suo racconto di quale splendore l'avesse scelta per la serata.
Fu il solerte Carlo ad annunciarci, il giorno dopo, l'arrivo del Dio Vichingo al residence.
Vittoria! Vittoria! Arrivo di corsa dalla portineria. C' il ragazzo pi bello del mondo che chiede di te!
Il Dio, un tedesco di Monaco di Baviera, era evidentemente tornato per fare sesso. Il deus ex machina sarebbe stato il rivelatore della Verit. Il confronto con Paolo ne avrebbe illuminato le bugie o l'autenticit.
Era arrivato con un amico spilungone come lui, che sembrava uscito da un film sulla frontiera americana degli anni Settanta. Me lo immaginai con il cappello a falde larghe scendere da un camion e attraversare il deserto. Aveva la chioma lunga, un po' forforosa, e dei respingenti baffi neri. Ci sedemmo sul salottino di velluto con le bruciature di sigaretta, io mi misi il pi distante possibile dal tedesco. Mi assal un terrore cieco che mitigai implorando Carlo di non lasciarmi sola con il ceffo. Fu il momento di maggior disagio di tutta la vacanza.
Vittoria e il tipo si presero per mano ed entrarono nella cameretta. Era diventata un vero luogo di perdizione, pensai, confidando che quel pomeriggio potesse essere risolutivo.
All'incirca un'oretta dopo, si ripresentarono insieme, camminando fianco a fianco. Ci salutammo tutti con sorrisi manierati e i due se ne andarono.
Subito Vittoria ci disse che lui era arrivato intenzionato ad avere un rapporto completo, munito di gentilezza e preservativi.
E allora? chiedemmo io e Carlo in simultanea.
Non me la sono sentita.
Eravamo rientrati nella cameretta, ormai diventata un groviglio di vestiti, rossetti, mutande, giornali, un caos rassicurante. Carlo si inalber: Cosa stai dicendo? Quel ragazzo  un dono di dio. I doni del Signore non si rifiutano. L'hai studiato il Carpe diem al liceo classico?.
In effetti, Vittoria, uno cos possiamo stare sufficientemente certi che non ricapiti pi. Ogni lasciata  persa.
Ero delusa e insieme sollevata. L'illusione era ancora intatta, l'amore vinceva, Vittoria procrastinava il giorno del giudizio e io con lei.
Mi dispiaceva troppo per Paolo disse guardando la finestra oltre le tendine azzurrine. Apr uno spiraglio.
Stavamo fumando. Silk Cut viola, un marchio che trovavamo solo in Gran Bretagna, il lato esotico ci piaceva. Le due stecche di dieci pacchetti comprate al duty free dell'aeroporto si erano gi esaurite.
Poverino, era arrivato con i preservativi...
Un ragazzo previdente! chios Carlo. Togliendosi le scarpe e raggiungendo la parete del letto, senza alcun apparente collegamento, confess.
Sono gay. La mia vita a Padova  orribile. Da quando frequentavo le scuole medie subisco offese, maltrattamenti, talvolta aggressioni. Amo un mio coetaneo che per i genitori vogliono allontanare da me. Un giorno ci siamo baciati mentre studiavamo, nella sua camera da letto. Sua madre  entrata senza bussare e ha urlato. Da quel momento ho perso l'unica fonte di gioia della mia vita, perch i suoi genitori hanno deciso di iscriverlo alla Bocconi, a Milano.
La madre del suo fidanzato mi sembr assai peggiore delle nostre, e simile alle tante che incontravamo a scuola: persone pettegole che scambiavano la fede cristiana per la fornitura di maioliche per i pavimenti dell'istituto. Tutto si poteva comprare, anche la salvezza: quelle persone non conoscevano il significato della parola cattiveria perch il potere economico giustificava tutto, le rendeva esenti da macchie.
Anche io ero stata feroce, a scuola, con Arturo, il ragazzino che voleva festeggiare il proprio compleanno con noi compagni di classe ma era stato lasciato solo. Andai con la memoria alla ricerca di frasi insultanti che i maschi della mia classe potevano aver rivolto a ragazzi pi fragili, effemminati. Frocio era adoperato abitualmente come un'ingiuria, sinonimo di inettitudine, mollezza, poco coraggio, scarsa attitudine agli sport. Vai a dire a quel frocio di Federico che a calcetto  una pippa. Il recchione Gianfranco ha deciso di non presentarsi all'interrogazione. Forza, correte, siete finocchi?
Il parlare comune era un parlare insultante. A noi ragazze davano delle mignotte, delle troie, e alle volte lo accettavamo persino come un complimento. Il modello era uno solo, quello maschile eterosessuale. Non c'erano alternative n ribellioni, le femministe avevano fatto il loro dovere e noi adolescenti degli anni Ottanta ci sentivamo, sbagliando, immuni da regressioni. L'eterosessualit era la norma e veniva ostentata. Eppure scavando pi a fondo, come nel rapporto stretto tra Federico e Luca, si leggeva in controluce una differente autenticit. La cosiddetta diversit, che io e Vittoria avevamo imparato ad amare dai quattordici anni in poi nei viaggi a Londra, era anche tra di noi, a Roma, in classe, non avvistata, nascosta, ostentatamente vilipesa. Sentimmo di amare Carlo e lui ci am. Fu il primo dei tanti racconti di coming out omosessuale, tutti simili, tutti unici, che ascoltai nella mia vita.
Noi ci eravamo sempre sentite diverse. Belle ma sovrappeso, vulnus esistenziale, macchiolina che non ci assicurava la perfezione.
Sul lettone di Londra, in presenza di Carlo, fratello nel dolore, nella diversit e nell'umiliazione, Vittoria si apr per la seconda volta e raccont a Carlo la storia di Paolo.
Anche lui  stato preso in giro a scuola, da chi abitava nel suo quartiere... mi racconta che quando andavano a giocare a calcetto lo circondavano e gli abbassavano i calzoncini, lasciandolo nudo e urlandogli: frocio!
Questo particolare Vittoria non me lo aveva mai raccontato. Quindi da ragazzino Paolo si vestiva da uomo non essendolo? Oppure era un maschio effeminato? La confusione mi stordiva. Carlo intanto piangeva. Vittoria gli stringeva le mani e ogni tanto gli carezzava la nuca.
Quando Carlo usc dalla nostra stanzetta, forse confortato, Vittoria abbassando il viso, imbarazzata, aggiunse: Quando ho saputo la storia di Paolo ho avuto dei dubbi su di me. Perch sono attratta da lui se lui  una donna? Forse sono lesbica?.
Era la prima volta che ammetteva la possibilit che il suo fidanzato non fosse nato maschio. Ma Vittoria non era lesbica, di quello ero certa. La conoscevo da troppo tempo e anche i baci sulle labbra che ci eravamo scambiate non avevano smosso alcuna pulsione erotica in nessuna delle due.
Perch stava spostando l'attenzione su se stessa invece di cercare di capire la verit su Paolo? Preferiva mettere in discussione il proprio orientamento sessuale piuttosto che dubitare di lui?
Non sei lesbica. Me ne sarei accorta. Ma nella storia di Paolo ci sono troppi interrogativi senza risposta.
Vittoria si zitt. Poi and a lavarsi i denti nel piccolo lavandino della stanza.
Domani ne parliamo, ora ho sonno.
Ma il giorno dopo non parlammo, e nemmeno i giorni seguenti. Io, Vittoria e Carlo andammo a visitare la National Portrait Gallery: di fronte ai ritratti degli illustri d'Inghilterra pensai con sollievo che noi, con i nostri drammi, eravamo un puntino insignificante nell'infinito scorrere della storia.
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Le foto del residence.
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Anch'io ho la mia personale Portrait Gallery.  modesta, di pessima qualit e di nessun valore artistico. Tutti abbiamo una galleria di ritratti che rappresentano la nostra storia. Il digitale la render impalpabile per i nati nel nuovo millennio. Il privilegio delle foto stampate appartiene a noi pi anziani. Ci appartiene la cura dell'inquadratura, la speranza di aver messo a fuoco il viso, la scommessa sulla riuscita dello scatto. Ci appartiene la sottile ansia del momento del ritiro delle stampe, la soddisfazione della scoperta di esser riusciti ad azzeccare la fotografia, oppure la tristezza nell'aver immortalato male una messa in scena a cui tenevamo. Come sono venute le foto? era la domanda universale di settembre, al rientro dalle vacanze.
Le foto del Novecento sono intime, quelle della contemporaneit sono condivise (sui social, nelle chat). La diffusione collettiva dei nostri corpi e sguardi ci ha resi oggetto di consumo, quindi meno preziosi.
L'ultimo rullino di pellicola prodotto fu consegnato dalla Kodak a Steve McCurry, famoso fotoreporter americano che lo utilizz per realizzare i propri scatti in un giro del mondo con la macchinetta al collo: trentasei fotografie, il numero esatto delle foto contenute in un rullino. Vidi la sua mostra a Istanbul e alla fine piansi. Era la certificazione della chiusura di un'era.
Anche la conservazione delle stampe ha subito un'evoluzione. Negli anni Ottanta e Novanta fu considerata una svolta di modernit l'andata in disuso degli album fotografici. I bambini nati negli anni Settanta potevano ancora vantare il fatto che la loro immagine ritratta in pellicola, anche se fuori fuoco, fosse conservata in volumi possenti, preziosi, in cartone pressato o in pelle lavorata. Sistemare le fotografie era un hobby rilassante oppure, a seconda delle attitudini, una grandissima scocciatura, una perdita di tempo. Chi non voleva rischiare di rovinare le riproduzioni appiccicandole con la colla alle pagine dell'album, acquistava dei triangolini trasparenti in cui infilare le punte delle foto. Era una occupazione che richiedeva pazienza e manualit. Poi arrivarono i pi pratici contenitori di plastica. Due blocchetti arancioni contengono le foto dell'estate '87. Sono scatti maldestri, spesso fuori fuoco. Non significano nulla, se non per me che ne sono l'autrice. Ci sono decine di ragazze e ragazzi che intrecciano festosi i loro corpi nel corridoio Shining del residence. Ragazzi che saltano sulle spalle dei coetanei, altri che bevono stesi per terra. Mucchi di corpi giovani, allegri, scomposti, oggi per me dei perfetti sconosciuti.
C' la nostra cameretta, dalle pareti ricoperte di ritagli: una pagina di giornale con le tappe del tour Who's that girl di Madonna, l'elenco dei cibi proibiti dalla dieta, un poster grandezza naturale di un modello fotografato a torso nudo con i jeans leggermente sbottonati sui boxer bianchi, trovato su un giornaletto per adolescenti, e poi delle cartoline di bei ragazzi muscolosi comprate in una libreria di King's Road.
Non ci sono foto della citt, Londra pare non esistere. C' solo un'immagine mossa di Pete Burns, il cantante di You spin me round, pantaloni stretti e camicia damascata, incrociato casualmente proprio a King's Road.
C' una foto di me in cucina, sono del tutto inadatta alla posa, che mi ritrae con un mestolo in mano. I capelli ricci sono voluminosi, ridicoli, indosso una maglietta bianca e nera con lo scollo all'americana sui jeans. C' una foto di Vittoria stesa a letto in gonna e dcollet blu di camoscio, con i due spagnoli, Oscar e Xavier ai lati che la osservano, perch le scarpe hanno stinto, i piedi sono diventati anch'essi blu e lei non ha il coraggio di restare scalza. Quella sera dormiremo insieme e la mia amica terr le scarpe anche sotto il pigiama.
Vittoria  ritratta spesso con una blusa di paillettes argento. In un'immagine parla al telefono del residence, sbuffando, levando gli occhi al cielo: era con la madre o con Paolo? Non me lo ricordo.
Ci sono dei primi piani di Carlo, lo sguardo indifeso, la bocca sorridente. In un'altra stampa indossa il suo giubbino di renna su una camicia celeste e i jeans, i calzettoni turchesi e i mocassini Timberland. Siede languido per terra, le anche vezzose,  il primo della fila di ragazzi seduti come lui sul pavimento, pronti a bere o a fumare.
La pi bella stampa ritrae Vittoria e Oscar che si guardano negli occhi, seduti sul lettone della cameretta. I giacigli singoli sono uniti e formano un letto matrimoniale. Oscar ha in mano la chitarra e in bocca una sigaretta penzolante. La carnagione abbronzata risalta dalla Lacoste fucsia, portata su eleganti pantaloni beige. Vittoria solleva un braccio e ride, la bocca carnosa aperta e voluttuosa, i capelli neri tenuti su da un pettinino.  molto sexy nonostante indossi una camicia da uomo a righe, o forse proprio per questo. Dell'altro spagnolo, del povero Xavier, mio spasimante, si intravede solo un ginocchio. Evidentemente non lo ritenevo degno di essere immortalato per fermarlo nella mia memoria.
Ci sono scatti di me in gupire e culotte di pizzo, che mi atteggio a diva da giornaletto erotico. La stessa gupire la ritrovo in un'altra foto, e allora mi ricordo: una sera decidemmo di organizzare una sfilata con un gruppo di milanesi, pi piccoli di noi. Forti della nostra superiorit, per anagrafe e per malizia, li costringemmo a obbedirci. Li truccammo in modo pesante e li vestimmo da donna, con la mia gupire di pizzo imbottita di ovatta al posto del seno, le mie minigonne, la giacca fiorata e gli orecchini a cerchio di Vittoria. Perch ci attraeva giocare al travestitismo? Era il nostro modo di esorcizzare le notizie che riguardavano Paolo?
Il sesso era ovunque, rappresentato e non praticato. Come nella discoteca di Camden, il Camden Palace, ricavata in un teatro e arredata in un originale neogotico punk. Sul soffitto pendevano due enormi pupazzi, un uomo e una donna grassissimi con le gambe aperte. Allo scoccare della mezzanotte i due fantocci ciccioni venivano sganciati e si univano in un amplesso. Ricordo che mi scandalizzavano e mi attiravano, orribili, volgari, divertenti. Un monito e un'aspirazione di libert, la sintesi dell'immaginario proibito della mia adolescenza.
Il volumetto di foto di quell'estate arriva fino a ottobre. L'ultima foto, piuttosto scura, come se il flash non fosse entrato in azione,  una scena di gruppo, che deve essere stata scattata da Vittoria. Siamo seduti sulle scale interne di una villetta di Anzio, la sera del disastro definitivo: io, Vittoria, due attraenti ragazzi biondi e Paolo, in fondo. Il suo viso si intravede appena,  scuro, ma si capisce che sorride in modo timido, alle nostre spalle la sua faccia pare quella di un fantasma.
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La diagnosi.
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Entr nello studio del professor Cattini una sera di novembre del 1980. Il professore, uno psichiatra di chiara fama, visitava in un appartamento del quartiere Prati di Roma, in una via trafficata e rumorosa.
Paolo, quindicenne, seduto nella sala d'attesa, osservava l'albero cresciuto all'altezza del secondo piano. Sembrava che le ampie foglie volessero entrare nello studio. Paolo si immagin aggrappato ai rami, dondolarsi come Mowgli, il figlio della giungla. Gli apparvero in mente le immagini del cartone animato Disney. Era il figlio della giungla o il libro della giungla? E come si pronunciava il nome del protagonista? Era inglese? Perch non aveva studiato bene l'inglese? Pens e i pensieri lo fecero correre via, come una pantera nella savana. La pantera era maschio o femmina? La definizione di maschio e femmina era diventata un pensiero ossessivo verso tutti gli esseri viventi che incontrava.
La settimana precedente aveva confessato alla madre di non essere lesbica. Che amava Marina esattamente come un ragazzo ama la sua ragazza. Paolo aveva detto alla madre che si sentiva un maschio.
Paolo aveva le sembianze di una bimba con le trecce quando aveva conosciuto Marina, che sette anni dopo sarebbe diventata il primo amore della sua vita. Aveva otto anni e giocava a campana con le amichette del comprensorio, nel cortile del condominio. Disegnava con i gessetti colorati un rettangolo con all'interno dei quadrati di dimensioni diverse. Nessuno dei bimbi si ricordava da dove avesse avuto inizio quel gioco. Si sapeva solo che esisteva, ed era divertente. Alle loro spalle, una imponente gru troneggiava in cima a uno scheletro di palazzo: il quartiere Fleming era ancora in costruzione. Se non fosse stato per la cura dell'abbigliamento dei bimbi, l'ambiente poteva ricordare le capitali bombardate che si vedevano nei telegiornali. Paolo non lo sapeva ancora, ma anche lui stava cercando di costruire la propria identit e per farlo doveva distruggere.
Non voglio giocare con le bambole aveva detto a mamma Ginevra. Perch noi bambine dobbiamo fare finta che le bambole siano i nostri figli? Non sono umane, sono bambole, sono finte, sono pupazzi. La mamma aveva riso, divertita dalla stravaganza della figlia, e si era inorgoglita per la sua intelligenza.
Davanti al rettangolo disegnato con il gesso, un pomeriggio di fine primavera comparve una bimba magrolina dallo sguardo furbetto. Si present, intraprendente: Mi chiamo Marina, mi sono trasferita da una settimana al numero 7 della strada. Posso giocare con voi?.
Il sole era alto in cielo e i quattro bambini che saltellavano sul cemento per il gioco della campana annuirono quasi all'unisono. Marina aveva le Kickers ai piedi e una gonnella svolazzante che al vento primaverile si alz, facendola ridere, ritrosa. I genitori, presi ancora dal trasloco, non vedevano l'ora di sbarazzarsene. Si affacciarono alla finestra per un blando controllo sulla strada e salutarono.
Marina! Divertiti! Bimbi, fate i bravi!
Paolo tir il sassolino che centr il numero 9, in cima al rettangolo. Mentre saltellava tra un quadrato e un altro su una gamba sola, il suo sguardo si incroci con quello di Marina.
Scommettiamo che vinco io? disse lei, sfidante. Paolo perse la concentrazione e cadde in ginocchio. Le manine, protese a terra per limitare i danni dell'atterraggio, si graffiarono nell'attrito con l'asfalto. I jeans nuovi si strapparono, il dolore della ferita si aliment della paura determinata dalla vista del sangue che sgorgava dal ginocchio.
Marina, causa incolpevole di quella caduta, fu la prima a soccorrerlo. Paola, ti sei fatta male? Mi dispiace... esce il sangue! Ti accompagno a casa, vuoi?
Lui recuper la sua dignit. Sollev il viso verso la nuova arrivata e le disse, mentendo: Non ti preoccupare, sto bene! Per se mi accompagni mi fa piacere. Cio, sto bene, ma credo di dover metter del disinfettante sulla ferita....
Abbandonando in piazzetta il resto della comitiva, Paolo e Marina erano saliti a casa. Mentre Ginevra cospargeva il ginocchio del figlio di urticante alcol disinfettante, e Marina soffiava sulla ferita per alleviare il pizzicore, Paolo avvertiva per la prima volta una sensazione che un adulto avrebbe definito eccitazione sessuale.
Cinque anni pi tardi, Marina era diventata un'adolescente acerba con una vaga somiglianza con l'attrice Sydne Rome. Si aggirava per il quartiere indossando vertiginose minigonne e magliette aderenti fatte a mano con l'uncinetto.
Si veste come una poco di buono sentenziava Ginevra con il marito Arnaldo. Mi preoccupa che stia sempre appiccicata a Paola. Nostra figlia  fragile, emotiva. Marina la comanda a bacchetta. Paola mi ha confessato di averle persino prestato dei soldi. Vorrei allontanarla, ma non riesco a trovare il modo. Escono insieme quasi tutti i pomeriggi e Paola sembra felice solo quando sta con lei.
Il padre aveva annuito in silenzio, colpito dalle accuse di indifferenza che la moglie gli rivolgeva. Non ti occupi mai delle tue figlie aveva concluso Ginevra. Non hanno punti di riferimento e li trovano nelle persone sbagliate.
Senti chi parla aveva replicato Arnaldo. Una madre dovrebbe stare con le figlie, non vendere case. Guadagno abbastanza per tutta la famiglia, non sarebbe ora che tu ti dedicassi ai veri doveri di una madre?
Arnaldo sapeva di colpire nel segno e contava di recuperare un ruolo genitoriale offuscato dalle troppe assenze. Cominci a osservare la figlia minore con maggior interesse. Fino a quando un giorno, rientrando in auto prima del solito, not, in un angolo del cortile, appoggiata a un albero, la fisionomia asciutta di Marina che si baciava con qualcuno, non uno qualsiasi, ma sua figlia. Non poteva credere a quello che stava vedendo. Paola e la sua amica del cuore si stanno baciando sulla bocca... che schifo, che vergogna mormor indignato.
Ancora inconsapevole e inebriato dai baci, Paolo rientr in casa e venne investito da insulti e schiaffi. Il dolore fisico provocato dalla mano pesante del padre era poca cosa se paragonato alle parole che si sent rivolgere.
Ma cosa sei? Una pervertita... una schifosa... e quella l, quella Marina, che aveva le mani addosso a te con quell'atteggiamento da prostituta. Mi fai orrore.
Invano Paola aveva sperato che la mamma intervenisse a proteggerlo. Mentre tentava di coprirsi il viso, aveva intravisto sua madre abbassare lo sguardo. Ginevra aveva allontanato Arnaldo dopo pochi minuti, che a Paolo erano sembrati ore. Piangeva, e il pianto della madre lo aveva fatto sentire ancora pi in colpa.
La notte successiva al bacio appassionato, anche se umiliato e picchiato dal padre, Paolo aveva dormito profondamente, sognando Marina. Nel sogno Paolo era diventato biondo e riccio come il protagonista di Laguna Blu, il film che stava scatenando l'ormone di una generazione di adolescenti. Si tuffava nel mare con Marina e la baciava teneramente, le mormorava appassionato: Ti vuoi mettere con me?. Nel sogno Paolo era un maschio. Si era svegliato eccitato, e profondo era stato il suo disagio quando si era toccato i genitali, che erano, come sempre, organi femminili. Sul torace era spuntato un seno piccolo e armonioso. Paolo lo aveva toccato con rabbia, torcendo i capezzoli, schiacciando quelle protuberanze insensate. Dolore fisico e angoscia mozzafiato si univano alimentandosi a vicenda. Premere sulle mammelle sperando che scomparissero era un'illusione crudele per il corpo e per la mente, che lasciava uno strascico di indolenzimento. Ma pi Paolo avvertiva sofferenza nella compressione, pi seguitava a spingere, come se fosse possibile introiettare quelle sporgenze intollerabili, o scacciare attraverso esse la sensazione di morte che lo pervadeva. Se non poteva essere uomo, non poteva vivere. La persona che lo rappresentava, chiamata Paola da tutti, non esisteva. Paola era uno zombie uscita dalla notte dei morti viventi. Paola era un involucro senza anima e senza speranza. Paola esisteva solo nello sguardo degli altri. Paola doveva essere uccisa per permettere a Paolo di vivere.
Bruciava nel suo animo l'umiliazione paterna, il tradimento della madre che non era arrivata in suo sostegno, l'indifferenza della sorella. Paolo aveva cercato rifugio nelle lamette, che ormai custodiva avvolte nella carta stagnola dentro l'astuccio delle penne che portava sempre con s. Era talmente frastornato che aveva commesso la leggerezza di lasciare la porta della stanza aperta. In quello stato, con una lametta nella mano destra, pronta a tagliare l'avambraccio sinistro, lo aveva scoperto la tata Pina.
La confessione alla mamma, la sera stessa, fu semplice e completa. Paolo non aveva pi nulla da perdere.
Entrarono nella stanza di lei e si sedettero sul letto matrimoniale, rivestito di un copriletto di pizzo bianco, ricamato da suore di clausura. Ginevra aveva pensato tante volte a come avrebbe suddiviso il corredo tra le due figlie, riservandosi di regalare loro i pezzi pi importanti del suo. Ne aveva parlato anche con Paolo pochi giorni prima, vantando la bellezza di quel ricamo, frutto di mesi di lavoro costante e amorevole. Sperava di invogliarla al sogno di tutte le ragazze: il matrimonio. Non sapeva che gli stava indicando la via del patibolo.
Mentre si accomodava sul lato estremo del letto, Paolo si ricord della conversazione sul corredo e gli sembr uno scherzo del destino che la sua rivelazione avvenisse proprio in presenza di quell'oggetto sacrale. Lui non avrebbe mai avuto nessun corredo, perch mai avrebbe potuto entrare in una chiesa vestita di bianco al braccio di un uomo. L'uomo era lui.
Se tu mi aiuti, mamma, se tu mi capisci, potr affrontare qualsiasi avversit. Io non sono una ragazza. Io sono un maschio.
Era una frase secca e chiarissima. Paolo non si ferm, aggiunse aneddoti e sensazioni.
Ti ricordi quando dissi alla signora sul lungomare che ero un bambino e non una bambina? Tu pensasti che stessi scherzando. Non dicevo bugie. Io gi allora capivo di non essere una femmina.
Ginevra ascolt. In silenzio e poi interrompendo e domandando.
In che senso capivi che eri un bambino? Guardati... sei una ragazzina, ti sta crescendo il seno, la tua voce  femminile...
E infatti  questa la mia tragedia: il mio corpo non sono io. Il mio corpo mente. Io sono un maschio.
Sei sicura che non sia una fase... una fase di confusione... sei cresciuta in fretta, hai pensato di amare Marina. Tuo padre  stato molto violento con te, anzi, ti prego di perdonarmi perch non sono stata capace di difenderti. Forse quello che mi stai raccontando  una reazione a quella scenata...
Mamma, continui a non capire. O forse fai finta di non capire... perch invece sei una donna intelligente. Non so come spiegartelo, e allora te lo ripeto: io non sono una femmina, sono un maschio! Penso come un ragazzo, vorrei fare la pip in piedi, odio le mestruazioni, non sopporto i capelli lunghi. Ti ricordi che ho sempre voluto tagliarmeli? Ti ricordi che alle elementari non volevo indossare il grembiule rosa? Io odio il rosa!
Lo disse alzandosi in piedi, quasi urlando.
Ginevra ringrazi la sorte che il marito non fosse in casa. Come avrebbe potuto gestire questa rivelazione con lui presente? Dove ho sbagliato? si domand. L'ho trascurata? Non l'ho curata abbastanza? L'ho rimproverata troppo?
Non riusciva a dire nulla di sensato e allora la abbracci, con le lacrime agli occhi.
Certo che star dalla tua parte gli sussurr nell'orecchio. Sempre. Ma adesso dobbiamo capire perch dici queste cose. Dobbiamo comprendere cosa non va, perch ti punisci cos. Paola mia... figlia mia adorata...
E mentre la mamma ripeteva il suo nome continuando a declinarlo al femminile, Paolo percepiva inesorabile la condanna dell'incomprensione. Si era confidato, aveva raccontato se stesso, e allora perch Ginevra non gli credeva? La preg di non raccontare nulla al padre e lei, con somma angoscia nel cuore, obbed.
La settimana successiva propose alla figlia un consulto con un terapeuta. Paolo accett con curiosit e slancio: voleva essere capito, guarire dal dolore.
Il professor Augusto Cattini era un neuropsichiatra infantile. Nella sala d'aspetto dello studio Ginevra avrebbe voluto tornare indietro nel tempo, quando la preoccupazione per la figlia era solo un pensiero fugace tra un appuntamento e l'altro per vendere immobili. Tutto era precipitato e Ginevra brancolava nell'ignoto di quella rivelazione. Non sapeva a quali conseguenze poteva andare incontro.
La scrivania del professore era circondata di lauree e attestati. La stoffa da parati beige era ricoperta di librerie fitte di volumi accademici. Una pianta di aspidistra penzolava rinsecchita all'angolo. Paolo raccont al medico le sue sensazioni. La sua voce risuonava squillante e assertiva. Quell'uomo baffuto, dal capello alto e rigonfio, era una possibilit, una speranza. Alla fine del colloquio venne fatto uscire e il professore rest solo con la mamma.
Cara signora, temo che sua figlia soffra di una scissione della personalit che potrebbe avere un peggioramento verso forme di autolesionismo ancora peggiori. Fortunatamente possiamo intervenire in tempo a evitare il peggio. Lei deve stare molto vicina a sua figlia. Lavora?
S rispose lei chinando il capo.
Ecco, lasci il lavoro per un po' e trascorra del tempo con lei. Le consiglio anche un centro dove Paola potr seguire una terapia riparativa. Parlare con degli specialisti che agiscono su questa patologia. Il transessualismo  un disturbo della personalit che in alcuni casi coincide con la schizofrenia. Dobbiamo riportare Paola alla sua identit naturale. Riaffermare la sua femminilit. Le compri dei bei vestiti. Le presenti un bel giovanotto...  anche possibile che stia cercando di attirare la sua attenzione. L'adolescenza  una et difficile e se le madri non stanno accanto ai figli poi succedono disastri.
Schizofrenia?
Certo. Delirio paranoide. Paola aspira a diventare altro rispetto a s perch non si sente considerata in famiglia. Vuole diventare maschio perch la condizione maschile la fa salire nella scala della considerazione sociale. Sua figlia non riesce a rappresentarsi come femmina perch si percepisce svantaggiata. Inferiore. Per superare la sua inferiorit ha elaborato un messaggio psicotico che la trasforma in un maschio.
Ginevra, mentre lo ascoltava, si ricord delle sensazioni provate, prima che le figlie nascessero, durante una vacanza esotica in Kenya, con il marito. Spesso in giornate di sole capitavano degli improvvisi rovesci temporaleschi, una pioggia cos fitta e implacabile da lasciarla svuotata e ansiosa. Cosicch durante tutta la vacanza lei era stata preda di continui sbalzi d'umore, che passavano dall'ottundimento sensoriale per il gran caldo alla paura del maltempo, alla rabbia per essere costretta a rinchiudersi nella stanza del resort per colpa di quel vortice d'acqua. Ascoltando il professor Cattini, Ginevra aveva percepito lo stesso tipo di offuscamento ansioso, moltiplicato per mille, seguito da rabbia. Ma questa volta non era impotente. Lui voleva farla sentire in colpa, disegnava Paola come una poveretta da rieducare. Accusata di non essere una brava madre, colpita dal paternalismo giudicante del professore che umiliava lei, e soprattutto umiliava la figlia, Ginevra reag.
Ma cosa sta dicendo?! Ma chi si crede d'essere per bollare mia figlia come una malata di mente?
Io sono un professore, cara signora replic lui con calma olimpica.
E allora mi spieghi perch mia figlia dovrebbe essere una pazza, quindi una malata, e contemporaneamente la pazza sarei io perch la trascuro. Se  malata va aiutata, non giudicata.
Signora, capisco il suo malessere e la sua incredulit. Ma non aiuter sua figlia assecondandola nelle sue stranezze.
Sicuramente non la aiuter facendola sentire un essere inferiore o diverso.
Faccia come crede. Il mio dovere intanto  prescrivere a sua figlia dei farmaci. Il professor Cattini sollev la stilografica e verg il foglio di carta intestata con i suoi titoli accademici. Quando sollev lo sguardo, Ginevra era gi in piedi. L'umiliazione era tale che inciamp nella sedia, e gli stivali alti che spuntavano dalla gonna larga oscillarono.
La ringrazio e a mai pi rivederci esclam fiera.
Pag duecentocinquantamila lire alla segretaria e usc dallo studio quasi correndo, tenendo Paolo per un braccio, senza dargli il tempo di infilarsi il giubbotto.
Mamma, mi stai spingendo... si lament lui.
Andiamo via. Ti aiuter io, amore mio. Sar io a salvarti. Non abbiamo bisogno di nessuno, tu e io.
Ginevra mantenne la promessa e da quel giorno, sola e in silenzio con tutto il resto del mondo, divenne la pi strenua sostenitrice della figlia. Aveva deciso da che parte stare e la decisione la rinvigor. Il dolore e la paura lasciarono il posto al coraggio e a un'ebrezza inedita di autodeterminazione. La sera, addormentandosi nella menzogna accanto al marito, provava una incredibile sensazione di libert. La complicit omertosa con la figlia l'aveva resa una donna emancipata. Ginevra non sapeva dove l'avrebbe portata quella risoluzione, soprattutto non sapeva dove avrebbe condotto la figlia, ma con la forza folle di una madre, continu a perseguirla. Continu a mentire, a nascondere, a raccogliere confidenze in silenzio.
Paolo smise di tagliarsi. Costretto a non uscire di casa per un lungo periodo, qualche mese dopo venne a sapere dalle chiacchiere degli amichetti del quartiere che Marina si era fidanzata con un compagno di classe. Non la vide mai pi.
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Il villaggio vacanze, 1982.
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La seconda volta che Paolo si innamor fu due anni dopo la sfortunata cotta per Marina. Si innamor di un ragazzo. Fu un vero colpo di fulmine, pari a una folgorazione, un'illuminazione improvvisa nel buio, come in un quadro di Caravaggio. Paolo vide Simone e pens che non aveva mai conosciuto creatura pi bella.
Simone era truccato e vestito da donna.
Era estate, Paolo aveva diciassette anni e Simone uno in pi. Si trovavano in un villaggio Valtur di Pollina, in Sicilia. Gli animatori avevano organizzato un concorso di bellezza tra ragazzi. Un concorso di bellezza femminile, perch i ragazzi erano travestiti da donne.
Simone, con un abito leggero a fiorellini e i calzini appallottolati nel reggiseno di un'amica, a simulare un seno acerbo, era la femmina che chiunque avrebbe desiderato: il viso era delicato come quello di un paggio, gli occhi grandi ed espressivi, il corpo filiforme e flessuoso oscillava sui tacchi con la grazia dolce della goffaggine. Aveva capelli neri che incorniciavano il viso di ricci ribelli, e sembr a Paolo incantevole come Audrey Hepburn in Vacanze romane. Contemporaneamente, in quella serata di agosto, sarebbe stato complicato identificare Paolo come una ragazza. Era ormai prassi che tagliasse i capelli dal barbiere e indossasse jeans un po' informi. Fortunatamente per lui il seno naturale era appena accennato, facilmente occultabile da ampie camicie. Al mare, indossava boxer da uomo e una maglietta larga. Faceva il bagno raramente e sempre all'alba, quando nessuno lo notava.
Vince il primo premio Miss Vizietto 1982... Simone di Roma!
Il capoanimatore rideva al microfono, sul palco che guardava il mare. O forse dovremmo dire Simonetta...!
Paolo torn nel bungalow del villaggio, dalla mamma, eccitato e confuso, ansioso di raccontare quello che stava provando. Per la prima volta si era invaghito di un ragazzo! Forse significava che stava guarendo. Ma guarendo da cosa? Nessuno in famiglia aveva pi parlato di psicologi, n tantomeno di malattie. La mamma aveva mantenuto il silenzio in famiglia e lo assecondava. Arnaldo, il pap, era morto a soli cinquantaquattro anni: un tumore al cervello molto aggressivo lo aveva consumato in pochi mesi. Il giorno del funerale del pap Ludovica piangeva lacrime disperate e Paolo, pietrificato sulla panca della chiesa, si sentiva inebriato da una vertigine di libert. Il padre era morto e lui era felice. Il sostenitore di Paola non esisteva pi. Paolo aveva un nemico in meno contro cui combattere.
La prima estate dopo la morte di Arnaldo, Ginevra aveva deciso di vivere l'esperienza del villaggio vacanze, decantata da una cliente della sua agenzia immobiliare: una girandola di allegria, un ambiente caloroso, dove fare amicizie. Era una donna sola di nemmeno cinquant'anni, provata dalla scomparsa del marito, e voleva reagire al dolore. Paolo fu lieto di accompagnarla.
Arrivarono a Pollina il sabato insieme ad altre centinaia di coppie provenienti da tutta Italia, soprattutto romani e milanesi.
Buongiorno! Sono il capovillaggio! Rivolgetevi a me per qualsiasi problema, domanda, curiosit... siamo qui per farvi star bene! Questo  il nostro cocktail di benvenuto. Il tipo allung un bicchiere di un liquido colorato, indossava la maglietta Valtur e una corona di fiori all'hawaiana.
Ginevra e Paolo si sentirono un po' spaesati, poi una ragazza prese lui per un braccio e lo trascin con s. Doveva mostrargli la struttura del villaggio, le piscine, la spiaggia, lo spazio per gli sport e il teatro. La mamma li segu, cercando inutilmente di rifiutare la collana di fiori che gi cingeva il collo del figlio. Nella reception risuonava la sigla del villaggio, una cantilena corale dolce e avvolgente.
Amici miei di tutto il mondo
Il bene pi profondo
E tanta felicit
Thank you
Merci
Mille grazie per essere qui.
Paolo camminava voltandosi indietro a cercare la mamma. Erano circondati dall'entusiasmo e Ginevra si chiese se quella gente, quei ragazzi, fossero davvero cos felici come si sforzavano di mostrarsi. Ne era irritata. Chiss cosa avrebbe detto Arnaldo, pens. Sarebbe scappato dopo due ore. Pensava al marito con tenerezza, tutto era stato cos rapido: la malattia, il tentativo fallito dell'operazione, la chemioterapia che lo aveva ridotto a un mostro pelato e gonfio di cortisone. Intorno a lei ora c'erano solo ragazzi che scoppiavano di salute e adulti che si fingevano ragazzi che scoppiavano di salute. Lei non apparteneva a nessuna delle due categorie e si sent sola.
Mamma, hai visto che piscina fantastica! le disse Paolo indicando una larga vasca azzurra profumata di cloro, il cui accesso era riservato agli adulti. Una ragazza bionda emerse dalle acque scuotendo i capelli e pettinandoseli con le mani. Cammin sgocciolando sugli zoccoli di legno. Ginevra guard la figlia che guardava la ragazza, con l'espressione attenta ma asettica di un questurino di fronte all'ingresso del pubblico in uno stadio.
Siete molto simpatici... mormor all'animatore e poi prese in consegna le palline colorate che sostituivano le lire per i pagamenti. Preg che quella gioia di vivere ostentata, e ai suoi occhi fittizia, contagiasse la figlia. Amava Paola pi di se stessa e cercava di rispettarla, anche accondiscendendo alle sue stranezze. Da quando le aveva detto che si sentiva un maschio, non riusciva a pensare a lei al femminile senza provare un vago senso di colpa. Nel pensiero, correggeva il femminile con il maschile, come se stesse commettendo un errore di grammatica, come di fronte all'insegnante di italiano delle medie. Eppure, non riusciva a prendere una decisione definitiva, perch considerare Paola un maschio restava perturbante. Era Paola o era Paolo? Aveva letto su un articolo di Selezione dal Reader's Digest, a cui in famiglia erano abbonati, che il nome costituiva il primo segnale della nostra umanit. Per questo i nazisti, nei campi di concentramento, per prima cosa privavano donne e uomini del loro nome e utilizzavano un numero, tatuato sulla pelle, per definirli. Ogni volta che pronunciava la parola Paola, si sentiva un po' carnefice. Sentiva che stava togliendo al figlio la sua identit. Paolo, per pudore e per paura, non le aveva mai chiesto di nominarlo al maschile. La consapevolezza di s restava minata dalla vergogna. Per questo quando sent salire l'eccitazione per quel bel ragazzo moro vestito da donna, Paolo prov la sconosciuta e rassicurante sensazione di appartenenza alla normalit. La sera, addormentandosi, sogn baci appassionati con Simone: il rossetto sulle labbra di lui si stampava, come un marchio, sulla sua camicia di lino.
La sigla del villaggio ancora gli risuonava nelle orecchie.
Insieme una volta ancora
Vuol dire una cosa sola
L'amore che ci siamo dati
Non  mai finito e forse mai finir
Il vento ci far cantare
Canto universale della gente Valtur.
La sera successiva, l'ultima della settimana di vacanza, Paolo e Simone si baciarono al chiarore della luna, promettendosi di rivedersi al rientro a Roma. Simone abitava a Roma sud, nei dintorni dell'Appia, distante da casa di Paolo: presero a incontrarsi un paio di volte a settimana, il pomeriggio. Simone era talmente attraente da essere stato notato da un agente, che gli aveva proposto di intraprendere la carriera di modello. Aveva anche posato per dei fotoromanzi, con il nome d'arte di Jean Claude Bellam.
Tre mesi dopo quel primo bacio, fuggendo dal frastuono del Capodanno, all'alba del 1983, il corpo femminile di Paolo perdeva la verginit con Simone.
Successe nella casa vuota della nonna di lui, zona San Giovanni. Anche per Simone era la prima esperienza sessuale. Avvenne in modo naturale, voluto da entrambi, e fu molto tenero.
Paola si era detta: proviamoci, tentiamo... Quando fu finito pens: tutto qui? Il corpo rispondeva ma la mente era altrove, come se quello che stava accadendo al suo seno, alla vagina, al clitoride riguardasse qualcun altro. Si sentiva come una cavia sottoposta a un esperimento dal titolo conseguenze della penetrazione per una ragazza che si sente un maschio. Paola - aveva anche ripreso a pensare a s al femminile - era insieme il soggetto da testare e contemporaneamente lo scienziato che lo stava analizzando. Le sembrava di vedere stampato il titolo della tesi sperimentale, di cui era protagonista.
Quando Simone la baciava, le toccava i capezzoli o la prendeva, sentiva salire la meccanica eccitazione sessuale. Ma si era subito resa conto che stare con lui non aveva nulla di paragonabile a quello che aveva provato baciando Marina, quando la vertigine dell'amore la faceva quasi svenire. In quei rapporti, c'era qualcosa che non tornava, come un tassello fuori posto, un diamante falso montato su un anello d'oro, un orlo cucito male in un abito firmato. Aveva sempre cantato da solista e ora che provava a entrare nel coro si accorgeva di avere una voce stonata, sentendosi ancora pi sola.
Nei mesi in cui frequent Simone da fidanzata, Paola prov a trasformarsi in una femmina: compr un paio di vestiti e camminando per strada gli uomini posavano lo sguardo su di lei. Improvvisamente alle feste scolastiche la invitavano a ballare. Gli Imagination cantavano Just an illusion, Paola ballava su scarpe con il tacco e realizzava di star recitando una parte teatrale, come l'attore maschio che interpretava i ruoli femminili quando alle donne non era consentito calcare le scene. Paola era un attore en travesti di una commedia settecentesca.
Nel tentativo di essere normale, aveva notato che essere femmina era molto pi comodo, persino lusinghiero. Ma la sera, rientrando a casa, scoppiava a piangere in solitudine, perch ci che avrebbe reso felice chiunque - un bel ragazzo da amare, un certo consenso sociale, l'agiatezza familiare - su di lei non aveva alcun effetto salvifico.
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Blackout, 1983.
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Un sabato pomeriggio di febbraio, mentre il sole tramontava sulla basilica di San Giovanni, Simone confess a Paola di essere omosessuale.
Mi piacciono i maschi disse con voce flebile, abbassando lo sguardo sull'asfalto. Erano seduti su una panchina dalle sponde rotte, graffiate di cuori e disegni fallici. Pass un'auto con lo stereo acceso a volume altissimo. Albano e Romina cantavano Felicit.
Simone prosegu: Perdonami, ci ho provato, sei stata la prima ragazza con cui ho fatto l'amore. Ma resterai l'ultima. Non ci riesco, Paola. Non  colpa tua, tu sei fantastica. Intelligente, simpatica, carina.  solo che io sono attratto dagli uomini.
Paola, guardando il cielo nuvoloso e le statue della basilica svettare sapienti e incuranti, cominci a ridere, e pi rideva pi aveva voglia di ridere.
Mi prendi in giro? Perch? replic lui.
 che sentirlo dire da te a me... mi fa ridere...  tutto assurdo... a te piacciono gli uomini. E a me piacciono le donne...
Ma davvero?
S. Era la prima volta che Paola ascoltava qualcuno svelare la propria omosessualit. Ascoltando la confessione di Simone si sent sollevata e molto meno sola di quanto si fosse sentita quando lo credeva il suo fidanzato innamorato.
Ora continua a raccontarmi cosa provi... quando te ne sei accorto?
Lo so da sempre. Forse solo alle elementari mi sono innamorato di una bambina. Mia madre mi ha sempre giudicato effemminato, mi controllava, mi ha iscritto al liceo scientifico anche se io ero pi bravo nelle materie letterarie perch diceva che il classico era da femminucce. In prima liceo ho dato il mio primo bacio a un coetaneo.
E perch allora ti sei messo con me?
Ti chiedo scusa. Sono stato egoista, volevo capire com'era stare con una ragazza. Mi dispiace se non conserverai un bel ricordo di me... di quello che ti ha tolto la verginit.
Paola annu, gli prese la mano accarezzandogliela. Sospir, indeciso se proseguire o rivelarsi. Si butt. Io non sono una donna.  difficile da spiegare, ma  da quando sono bambino che sento di essere un maschio.
Simone guard la sua ragazza sgranando gli occhioni. Scoppi a ridere, e mentre rideva Paola si accorse che una lacrima gli stava scendendo lenta sulla guancia. Risero insieme. Quel paradosso li rendeva uniti e forti nella confusione.
Paola, sarai lesbica! Perch sei una donna, ti posso assicurare...
Non capisci... Tu mi sei piaciuto perch ti ho incontrato quando eri vestito da donna!
Tutto torna replic Simone, posando i suoi languidi occhioni neri su quelli verdi e scintillanti di Paolo. Io ero vestito da donna, ma anche tu andavi in giro come un... come un...
Dillo.
Ma s, come un camionista! Forse per questo mi sei piaciuta. Insomma, potresti sembrare davvero un ragazzo. Hai ragione. Solo la voce  da femmina!
Sei sicuro? insinu Paola, abbassando il timbro vocale. Erano anni che si esercitava. Aveva comprato un registratore appositamente per fare prove, per scurire il timbro e riascoltarsi. Come un camaleonte che prende il colore dell'ambiente in cui si trova, Paola cercava di mimetizzarsi con i maschi.
Cominci a canticchiare Felicit, la parte di Albano.  il tuo sguardo innocente in mezzo alla gente, la felicit... Li aveva visti a Sanremo e si era innamorato di Romina, bellissima, con le spalle scoperte e i lunghi capelli castani a svolazzare come in una nube di dolce femminilit.
Vuoi venire con me in un posto?
Con te posso andare ovunque... Dove mi porti?
Una discoteca,  qui vicino. Si chiama Blackout.  il posto per noi.
In che senso per noi? Noi chi?
Nel senso che gente come me e come te pu entrare e ballare senza timore.  un posto dove puoi essere te stessa. E levati quel rossetto che su di te fa schifo!
Le porte della discoteca Blackout si aprivano con una fotocellula e l'ambiente era un cubo spazioso e scarno.
Alle cinque del pomeriggio era gi tutto pieno di ragazzi e ragazze. La prima canzone che Paolo riconobbe era Boys don't cry dei Cure, perch il Blackout, oltre che dalla clientela gay, era anche frequentato dalla comunit dark romana. Era tutto molto distante dall'ordine plastificato di Collina Fleming, ma Paolo non se ne intimor. Era un ragazzo curioso.
Un posto per noi: quella frase risuonava incoraggiante nelle orecchie. Stava provando un'inconsueta sensazione di appartenenza a una categoria e osservava con eccitazione quei ragazzi che ballavano, cercando di trovare fratelli e sorelle, sosia, amici, simili.
Eccoli, i recchioni come me e le lesbiche come te disse Simone ridendo, con un gesto della mano, quasi un invito ad accomodarsi. Aveva riattivato vitalit e allegria, sembrava un'altra persona rispetto al mesto fanciullo della confessione di poche ore prima. La discoteca era piena di ragazze, molte di loro erano strane: c'era una con i capelli rasati quasi a zero, con una ciocca sola che scendeva lunga proprio in mezzo al viso. Indossava un maglione bianco e nero enorme. Un'altra, biondissima, aveva un basco di pelle in testa, gli occhi truccati di nero e allungati. Quasi tutte avevano i capelli corti. Erano le lesbiche a cui si riferiva Simone? Donne che amavano altre donne?
Simone lo prese per mano dirigendolo verso un ragazzo cicciottello, con i capelli unti di gelatina e sparati dritti come le decorazioni di una chiesa gotica. Una sfilza di orecchini argento e nero decoravano il lobo sinistro dell'orecchio. Indossava una camicia nera con il colletto tutto abbottonato sul collo. Collane e rosari scendevano sul petto. Ciao Guido, ti presento Paola... la mia fidanzata.
S, certo rispose lui, e io sono Maria Antonietta. Ciao cara, come ti chiami? Paola? Divertiti, mi raccomando, e lascia perdere questo frocetto con cui non puoi fare nulla...
Ma veramente...
Mentre il dj faceva risuonare Do you really want to hurt me?, come per magia comparve un ragazzo vestito da Boy George, con le treccine e un cappello a falde larghe. Paolo ballava Sweet Dreams e pensava a Annie Lennox, sexy nel suo taglio minimale. Everybody is looking for something. Ognuno sta cercando qualcosa e Paola, in preda all'euforia, cap che quello che stava cercando lui non era poi cos strano. Fu una folgorazione, destinata a restare per sempre impressa nelle sue viscere, un richiamo sensuale che lo defin.
Simone, amore, finalmente ho capito. Lo sapevo da prima, ma qui in mezzo ne ho finalmente la conferma. Non mi piacciono le lesbiche. A me piacciono le donne.
Va be', quante storie replic il fidanzato, le lesbiche sono donne.
Non hai capito. A me piacciono le donne... mi piacciono le donne a cui piacciono i maschi. Mi piacciono quelle che vogliono il cazzo! Le donne normali.
Simone alz gli occhi al cielo e scosse la testa. Senti chi parla di normalit! Meno male che sono frocio... voi femmine siete troppo complicate...!
La settimana successiva Simone e Paola si rividero al Blackout. Non stavano pi insieme ma non erano mai stati cos complici. Si erano dati appuntamento direttamente al locale e quando Simone arriv, la sua ex fidanzata era gi l da qualche minuto. Fumava una sigaretta appoggiata al muro, la gamba piegata. Simone non la riconobbe.
Ehi, non mi saluti pi! disse lei con un tono di voce basso, gutturale. Indossava un bomber verde sui jeans calati sugli scarponi. I capelli erano freschi di taglio. Simone not che il cavallo dei pantaloni era gonfio.
Ma cosa hai fatto? Che ci hai messo?
Un calzino rispose Paolo ostentando un sorriso furbetto. Basta un calzino di spugna nelle mutande e sono pi maschio di te...
Be', a essere pi maschio di me ci vuole poco... rise Simone. Entrarono insieme, uno accanto all'altro. Tra le luci stroboscopiche risuonava Thriller: i calzerotti di spugna bianchi indossati da Michael Jackson nel video della canzone spuntavano dai pantaloni a sigaretta indossati dai ragazzi e rilucevano al ritmo di musica, illuminati come se avessero una vita propria. Paolo li guard con emozione. In fondo bastava un calzino messo al posto giusto per sentirsi felice. Strinse l'avambraccio palestrato di Simone, per darsi coraggio. Ai due si avvicin una mora riccia, con i capelli cotonati come quelli di Cher. Masticava una gomma americana con la bocca larga e fumava una Marlboro rossa.
Simone toss, Paolo prese la sigaretta dalle sue mani e fece un tiro.
Ciao Simone, mi presenti il tuo amico?
... amico?
Mi chiamo Paolo. Sono qui per la prima volta. Tu no, a quanto pare... dato che conosci il mio amico Simone... prosegu dandogli un pizzicotto per farlo tacere.
La ragazza si chiamava Chiara e indossava una minigonna di pelle rossa che Paolo trov molto sexy. Mezz'ora dopo erano avvinghiati sul divanetto. Sotto la coltre protettiva dei loro giacconi, le mani di Paolo scesero dalla pancia di lei fino alle mutande di pizzo, accarezzarono il pube peloso. Si rividero al Blackout altre due volte.
Paolo non le disse mai che era una femmina.
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L'Angelo Azzurro.
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La voce di Marlene Dietrich accompagnava la discesa alla pista ed era il segnale che la serata stava iniziando. Le parole tedesche erano indecifrabili, ma Paolo riconosceva Lola e pianola, domandandosi ogni volta cosa significasse quella rima.
Era un sabato, apertura della serata mista uomini e donne, l'Angelo Azzurro era una discoteca romana di Trastevere. Una delle tane preferite da Paolo, l si muoveva a suo agio, padroneggiava il suo spazio scendendo le scale del locale con la sigaretta in bocca. A gennaio avrebbe compiuto vent'anni.
Al bar un uomo vestito e truccato da donna preparava cocktail colorati. Una troupe televisiva lo stava riprendendo. Sulla telecamera c'era il logo di GBR, una emittente romana.
Uno specchio grande quanto la parete accompagnava il ballo. Paolo si osserv e si piacque. Da un po' di tempo, di nascosto da tutti, anche dalla mamma, prendeva del testosterone, procurato da un amico gay che lavorava in una palestra. Il fisico si era ingrossato e la voce arrochita. Ricreare la mascolinit non era pi difficile come prima. Sotto i jeans appallottolato nelle mutande, un calzino continuava a simulare il bozzo del fallo. Una fascia stretta avvolgeva il piccolo seno e lo annientava. Paolo vestiva a strati, del petto femminile spariva ogni traccia.
In lontananza, e nel buio della discoteca, pochi si sarebbero accorti di un segno bluastro sotto l'occhio, frutto di una aggressione di qualche giorno prima. Non era la prima e non sarebbe stata l'ultima. Paolo ne era consapevole e rassegnato.
Vide l'operatore di GBR puntare l'obiettivo verso di lui e abbass il capo, dirigendosi lesto verso i bagni. Aveva paura di essere ripreso e riconosciuto, perch l'autore del pestaggio lo continuava a minacciare.
Era stato il fidanzato della sua ultima fiamma, Patrizia, a picchiarlo.
Patrizia era una biondina identica a Patsy Kensit che faceva la commessa da Babilonia in via del Corso. Babilonia era molto pi di un negozio di abbigliamento. Babilonia era la traccia da seguire per essere all'altezza della riconoscibilit sociale, era il luogo dove andare per essere giusto. E per questo Paolo lo frequentava.
 vero che qui scompaiono le ragazze? aveva sussurrato alla commessa biondina, avvicinandosi al suo orecchio, per rendersi udibile nonostante il fragore della musica misto allo starnazzare dei clienti.
Non dire sciocchezze aveva ammonito Patrizia, muovendo l'indice in segno di rimprovero scherzoso.
La leggenda metropolitana narrava che, nei camerini del grande negozio, una botola risucchiasse le giovanissime clienti. Ragazze avvenenti, narcotizzate e poi legate, venivano spedite in luoghi esotici a rimpolpare gli harem di sceicchi miliardari. La storia si era diffusa come un narrare epico, rimbalzata di voce in voce, amplificata dalle paure seguite alla sparizione di Emanuela Orlandi. Una mattina di fine giugno del 1983, infatti, i romani avevano trovato la citt tappezzata di manifesti con la foto in bianco e nero di una ragazzina mora, dai capelli lunghi e lisci fermati da una fascetta sulla fronte. La giovane era una cittadina vaticana, e anche il papa aveva lanciato, durante l'Angelus, un appello per il suo rilascio, facendo quindi pensare a un rapimento. Le ipotesi sulla sua sorte si erano moltiplicate e arrivavano a coinvolgere l'attentatore di Giovanni Paolo II, Ali Agca. Tutta Italia si interrogava su cosa potesse essere successo alla ragazza con la fascetta sulla fronte. Paragonata ai depistaggi del caso Orlandi, la leggenda della botola nei camerini di Babilonia era solo un innocente passatempo.
Passando di bocca in bocca, la narrazione era arrivata anche alle orecchie curiose di Paolo, che ci aveva costruito sopra un romanzo di fantasia. Cosa c'era di male nell'inventare storie? In fondo voleva solo divertirsi.
Disse alla commessa biondina: Mi chiamo Paolo e sono un investigatore privato ingaggiato dalla famiglia di una ragazza scomparsa. Posso offrirti una cosa da bere quando stacchi? Avrei bisogno di qualche informazione....
Io non so nulla si irrigid Patrizia. Ma Paolo sorrideva dolce e scanzonato, aveva lo sguardo pulito. Guidava una Maserati e Patrizia accett un primo invito, poi un secondo e un terzo. Si baciarono in macchina. Paolo guidava la Maserati e pagava per qualsiasi capriccio di lei.
Una sera, dopo cena, Paolo sal con l'auto sulla panoramica che si inerpicava sul Monte Mario, fino al bar Lo Zodiaco. Faceva freddo ma la vista di Roma dall'alto era emozionante e cancellava qualsiasi disagio. Rientrati in auto, nascosti in una stradina circondata di cespugli, cominciarono a baciarsi con ardore. I vetri della vettura si appannarono, impedendo la vista dall'esterno.
Le mani di Paolo accarezzarono il corpo magrolino di lei, seguendo l'arco flessuoso della schiena che si muoveva al tocco di lui. Continuando a baciarla, le sbotton la camicia di jeans facendo saltare gli automatici uno dopo l'altro, con il suono di piccoli proiettili. Bum bum bum, chi c' sotto la camicia? sussurr all'orecchio di lei mentre continuava a baciarlo e a morderlo, dolcemente. La blusa si apr su un reggiseno bianco di pizzo con la spallina larga. Paolo tir fuori i seni e li baci, addent i capezzoli e poi torn a baciarli. Patrizia gemeva di piacere e lui cap che aveva il via libera, sbotton i pantaloni e li fece scendere sui fianchi. La pelle beige della Maserati sembrava un tutt'uno con la carnagione ambrata di lei. Paolo infil la mano nelle mutandine di cotone, le scost. Fu in quel momento che Patrizia pens che doveva ricambiare, e tent di spogliarlo. Lui ferm la mano, la afferr e la baci, e poi scese con la lingua sul clitoride di lei, regalandone un orgasmo da cunnilingus che la ragazza non aveva mai provato.
Perch non ti sei fatto toccare? chiese lei dopo, mentre si tirava su i pantaloni.
Ho una grave malformazione della pelle che mi provoca lesioni continue sulla cute. Mi vergogno. Sono pieno di cicatrici. E le mostr gli antichi segni sull'avambraccio, residuato storico di quando si tagliava con le lamette del padre. Io sono qui per farti godere. Per farti felice. Non mi importa nulla di me, la tua gioia  la mia.
Lei si chin a baciargli le cicatrici sul polso e mormor, convinta: Ti amerei anche se il tuo corpo fosse ricoperto di spine.
Paolo si sent volare, come i piccioni in piazza del Popolo. Le raccont di quando, per lavoro, attraversando la strada sulle tracce di un marito fedifrago, stava per finire investito da un tram. Le disse che aveva una sua agenzia di investigazioni, con tre dipendenti, ma che stava svolgendo personalmente le indagini su quella ragazza scomparsa, forse nel negozio dove lei lavorava, perch la famiglia che gli aveva dato l'incarico era la proprietaria di una catena di alberghi sparsi in tutto il mondo. Se la ritrovo io, conto di ottenere l'incarico per gestire tutta la security del gruppo. La sede  a Parigi. Sei mai stata a Parigi?
No... mi piacerebbe tanto. Mi porterai con te se vai a lavorare l?
Certo!
Patrizia si vedeva gi passeggiare in minigonna sugli Champs-lyses quando sent bussare al finestrino della Maserati. Paolo pul il vetro con la manica della giacca e intravide una luce e delle mostrine dorate. Tir gi il vetro. Un uomo in divisa con in mano una torcia illumin il suo viso.
Controllo di polizia. Favorisca documenti e patente.
Paolo allung la mano verso lo sportello di fronte al sedile del passeggero. Era ordinato e preciso: sapeva di aver pagato tasse e assicurazione. Ma sapeva anche che il nome sulla patente, come su tutti i documenti, non era il suo.
Apr la portiera dell'auto e tent di scendere. Il poliziotto gli intim di stare al suo posto, Paolo prontamente replic: Ho il portafogli nella tasca dei pantaloni, devo alzarmi in piedi per tirarlo fuori. Sentiva il cuore battergli all'impazzata e un sentimento di rabbia per l'ingiustizia della vita esplodere come una bomba nucleare. Stava andando tutto cos bene, pens. Ora doveva evitare il disastro.
Fuori, al freddo, tre uomini in divisa erano fermi davanti all'auto di servizio. Escluso il lampo della torcia, la notte era buia, nera, senza luna. Paolo porse il foglio piegato della patente, rosa. Rosa come il grembiulino, rosa come il cerchietto, rosa come il nome femminile che era stampato l.
Il poliziotto prese il documento, lo apr, lesse Paola, guard Paolo.
Paola saresti tu? disse.
S sussurr lui. Pu parlare un po' pi piano... per favore...
L'uomo, un palestrato di circa quarant'anni, con i baffi e il pizzetto, si gir verso i colleghi. Qui c' un maschio che si chiama con un nome da femmina. O forse sarebbe pi corretto dire che c' una donna vestita da uomo. Il mondo sta diventando proprio strano... e cos aggiunse rivolto a Paolo qui ci sono due donne che giocano a fare maschio e femmina... oppure sei tu che ti sei infrattato con la biondina senza dirle che sei una donna...
Non aveva parlato a voce bassa. Patrizia ud quella frase e, scattando come un pupazzetto a cui si d la carica, scese anche lei dall'auto.
Ma che succede qui?!
Niente, tesoro, torna in macchina grid Paolo tentando di evitare l'inevitabile. Quando l'auto della polizia ripart, Patrizia chiese spiegazioni. Era attonita e spaventata. Chi sei tu? gli chiese, e Paolo non seppe pi cosa rispondere.
Le disse la verit, sperando nel suo perdono, che non arriv. Per giorni Paolo le telefon invano e tent di incontrarla sotto casa o al lavoro. Fino a quando, la settimana successiva, continuando a sperare in un ripensamento, pass sotto casa di lei all'ora di cena. La trov seduta su una panchina della trafficata via Andrea Doria. Aveva la mano intrecciata con quella di un ragazzo. Paolo la guard sconsolato: lei lo aveva gi dimenticato.
Mi giuravi amore eterno! le disse mentre le auto scorrevano veloci. Sei una falsa!
Fu il ragazzo che era con lei a scattare in piedi e ad afferrarlo per il giaccone: Tu la ragazza mia la devi lasciar perdere, razza di mostro depravato. Paolo tent di divincolarsi. Guardava Patrizia sperando che lei intervenisse. Ma la ragazza rest ferma, seduta sulla panchina. Paolo cadde a terra, preso a pugni e a calci: Frocio pervertito, lesbica, schifoso. Dal fornaio ancora aperto accorsero a separarli, o meglio a proteggere Paolo, che, liberato dalla morsa dei pugni, si allontan, zoppicando.
Tornare all'Angelo Azzurro, tre giorni dopo l'aggressione, fu come rifugiarsi in un bunker sotterraneo.
Che hai fatto sotto l'occhio? sent una voce nota vibrargli sul collo. Era Michele, un ragazzo incontrato all'Angelo Azzurro un paio di mesi prima: Paolo, a prima vista, aveva compreso di trovarsi di fronte a un suo simile.
Siamo uguali, io e te.
Michele all'anagrafe si chiamava Michela. Era leggermente pi alto di Paolo, segaligno, con naso e mento aguzzi. Aveva venticinque anni.
Mi hanno picchiato. Un tizio geloso. Una dinamica molto maschile, il che un po' mi consola... lo inform Paolo.
Lo hai denunciato?
Ma no. Non l'ho detto a nessuno. A mia madre ho raccontato che sono caduto per le scale dell'universit.
Ah, vai anche all'universit? Non lo sapevo. Che facolt?
Psicologia.
A proposito, devo raccontarti una cosa importante gli annunci Michele. Lo prese per un braccio e lo trascin. Passarono di fronte alla foto di Marlene Dietrich, in gupire, che intratteneva i clienti nel film che le aveva dato la fama. Uscirono per la strada, addobbata a festa per il Natale in arrivo. Via Cardinale Merry Del Val: un bel nome per una via che accoglie gente come noi, pens Paolo. Guard Michele, il suo specchio. Chiss cosa voleva. Lui esord solenne: Devo raccontarti una cosa importante: ieri sono stato al MIT. Lo sai cos' il MIT? Movimento Italiano Trans. MIT. Per quelli come noi. Mi hanno spiegato tante cose. Tre anni fa hanno approvato anche qui in Italia una legge che consente l'assegnazione del sesso. Potremo far scrivere sui documenti che siamo maschi. Operarci, toglierci le tette.
Davvero? Io non le sopporto pi le fasciature... Ma dove si pu andare, e come...?
In Italia ancora non esistono dei centri specializzati, ma ne esistono in Francia, ad esempio. Solo che bisogna seguire dei percorsi, parlare con gli psicologi, avere una sentenza di un tribunale. Mi hanno dato il telefono di una psichiatra che ci pu aiutare. Si chiama Rosmini. Dottoressa Francesca Rosmini. Domani la chiamo e poi ti aggiorno.
Paolo lo guardava scettico. Sotto l'occhio il livido pulsava alla brezza pungente della sera. Ne avrebbe parlato con la mamma, la mattina dopo. Lei lo avrebbe aiutato. Dalle due file di alberi che costeggiavano la strada sent il frusciare delle foglie mosse dal vento. Un topo attravers la via: Paolo si sent morire dallo spavento e dallo schifo, url, e la voce usc acuta, femminile.
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Le promesse.
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Da ragazzine, stese sul letto della casa di una delle due, fumando sigarette, io e Vittoria ascoltavamo Time after time di Cyndi Lauper e gli occhi si inumidivano di lacrime di commozione. Pensavamo che un quotidiano comune ci avrebbe sempre accompagnato, che giorno dopo giorno avremmo continuato a crescere insieme, a scoprire le sorprese della vita e a condividerne i traguardi. Il binomio sempre insieme, che faticavamo a concepire se accostato a un maschio, era invece il modus vivendi che avevamo programmato per noi due.
Uno dei miei film preferiti era Ricche e famose, in cui due amiche fin dai tempi della scuola crescono in bellezza e successo, si perdono ma poi si ritrovano. Deluse da maschi inadeguati, nell'ultima inquadratura si baciano sulle labbra brindando all'anno nuovo.
Immaginavo cos la mia vita, che avrei trascorso insieme a Vittoria, come Candice Bergen era cresciuta con Jacqueline Bisset nel film di George Cukor.
Cos non  stato. Sono sopravvissuta anche senza Vittoria. Ho vissuto, amato, pianto, riso, senza colei che incarnava il mio universo. Oggi, quando la musica mi fa tornare indietro, le lacrime sgorgano uguali a vent'anni fa, ormai quasi ridicole. Non c' canzone di oggi che mi possa piacere quanto quelle di ieri, perch le note sono ricordi e i ricordi, inevitabilmente, emozionano pi del presente.
Eppure non piango per la lontananza da Vittoria, n per la fine di Paolo. Non piango per il trascorrere del tempo, che considero una fortuna. Piango per l'incanto perduto.
Ognuno di noi attraversa un momento dell'esistenza nel quale ha la percezione della scissione dal passato. Eventi gioiosi come matrimoni, amanti, la nascita di un figlio, o luttuosi: morte, separazioni. Per me la prima volta in cui riconobbi un prima e un dopo fu quella stagione con Vittoria.  nel sentimento di quel prima perduto per sempre che io, quando ascolto le canzoni degli anni Ottanta, piango.
...
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L'Adriatico.
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...
Vittoria e Paolo si erano conosciuti sulla spiaggia di Giulianova l'anno prima e ci tornarono nell'agosto del 1987. Tutto appariva identico anche se tutto era cambiato.
Io ero affezionata a quel luogo di villeggiatura perch l, alla soglia del compimento dei tredici anni, avevo dato il mio primo bacio con la lingua. Ero grata a Raffaello detto Lello, quattordicenne amato da tutti gli esseri umani coetanei di sesso femminile che gravitavano nel comprensorio di appartamenti dove vivevamo, noi turiste, lui residente. Lello, dopo aver trascorso interi pomeriggi e sere avvinghiato sessualmente alla milanese Nina, non appena lei era partita, era tornato un oggetto del desiderio disponibile e vorace. A tredici anni non ancora compiuti avevo sperimentato per la prima volta la sindrome Jane Austen: tante donne intorno a un maschio appetibile. Lo conquistai. Lello mi sfiorava il collo con la bocca socchiusa, in un respiro morbido che voleva comunicare desiderio e rinuncia, eccitazione repressa con sofferenza. Io, causa di suoi bollori, freni e patimenti, ne ero lusingata. Rientrata a Roma, per un po' di mesi avevo ricevuto delle lettere, in cui Lello, negli inediti panni di un tenerone, arrivava a dichiarare la sua nostalgia per i miei baci e il suo successivo rifiuto delle altre ragazze, motivato dalla fedelt al mio ricordo. Si firmava tuo Lello e disegnava cuori accanto al suo nome. Con Lello ero diventata riconoscibile, avevo assunto una identit che non fosse esclusivamente legata alle mie performance scolastiche assai brillanti. Con Lello ero diventata una bella ragazza.
L'Abruzzo per me rappresentava il luogo dell'amore. Ritornarci tre anni dopo segn un altro passaggio. Vittoria mi chiedeva di starle vicino e a fine agosto io arrivai, inutile e perdente agli occhi della madre, che aveva sperato nella mia saggezza perch la figlia si ravvedesse.
Ero curiosa di conoscere Paolo in profondit e non potevo immaginare che in pochi giorni avrebbe conquistato anche me.
Per evitare spiacevoli incontri con la famiglia di Vittoria, Paolo aveva cambiato stabilimento balneare, affittando ombrellone e lettini per tutta la stagione in un lido distante. La mattina io e Vittoria salutavamo la signora Felici e il cane pechinese e ci allontanavamo dirette alla sua spiaggia.
Emilia ci rivolgeva stancamente domande rituali alle quali non ci preoccupavamo di rispondere. Che fate? Dove andate? Rientrate per cena? Vittoria sollevava le spalle e mi trascinava via. Con quel marito e quel figlio e con Vittoria in grande conflitto, l'unico vero affetto, totale e appagante, che le restava era il cane pechinese. Stavano come una cosa sola, entrambi minuti, indifesi. Anche lei come il suo cagnolino abbaiava inutilmente. La figlia le aveva tirato un calcio metaforico dal quale non si era ripresa. Mi trasmetteva grande tristezza accompagnata da un sottile senso di colpa. Cercavo il pi possibile di evitare il suo sguardo e le sue richieste, che pronunciava con impacciato tono autoritario, come fosse un testo scritto che non sapeva recitare. Sapeva gi che le sue intenzioni sarebbero rimaste insoddisfatte.
Paolo, mi raccont Vittoria, era diventato il principe della spiaggia: tutti lo conoscevano e tutti pendevano dalle sue labbra, perch era simpatico e generoso, e lei assisteva alle sue performance con giustificato orgoglio. La mattina del mio arrivo lo intravedemmo dalla strada, in piedi di fronte al bar dello stabilimento, oratore di un gruppetto di ragazzi e ragazze.
Dal cancelletto di ingresso del lido Vittoria lo chiam, sventolando il braccio alto nel cielo terso.
Lo vidi alzare il viso, solerte, svicolarsi dalla sua platea e venirci incontro.
Camminava dondolando sulla passerella di legno, mentre il sole alle sue spalle illuminava i capelli castani, corti, robusti e lisci, schiariti dal mare. Misi a fuoco il viso strizzando gli occhi dietro gli occhiali da sole. Come me, anche lui indossava un paio di Ray-Ban, i classici Wayfarer. Ai piedi aveva delle ciabatte sportive della Nike. I boxer da spiaggia erano color tinta unita blu, firmato Polo, perch riconobbi il logo rosso sulla coscia. La maglietta, bianca, portava lo stemma di una universit statunitense. Al collo luccicava una catenina d'oro. Non lo avevo mai visto in indumenti cos ridotti e, privato della giacca o dei maglioni, notai che le spalle erano scese, morbide, e che i fianchi erano pi larghi delle spalle. Le gambe snelle e armoniche, cosparse di una peluria sottile, anch'essa castana, procedevano spedite, quasi saltellando. Un sorriso ampio, accogliente e contagioso illuminava il viso abbronzato. La testa tonda era piccola e anche i lineamenti erano minuti e precisi: il naso dritto, un po' spellato dal sole e la bocca carnosa e regolare. Era la prima volta che lo incontravo dopo la rivelazione sulla sua nascita e mi vergognai che il mio primo pensiero si stesse concentrando sull'analizzare se la sua corporatura, il suo aspetto, lo sguardo o la posa potessero corrispondere a quelli di una ragazza. Conclusi che sembrava lo stesso di sempre: Paolo, il fidanzato della mia migliore amica.
Quando ci raggiunse notai che indossava un modello di orologio Swatch con i cronografi che non avevo mai visto. Me l'ha portato mia sorella dalla Svizzera mi disse. Se ti piace un modello particolare te lo posso procurare. Poi si rivolse a Vittoria. Amore! Vieni... Stavamo ricordando Rio de Janeiro! Ci avvicinammo al bar. Un gruppetto di giovani, cosparsi dalla patina gioiosa della salsedine, lo stava aspettando. La barista, una minorenne emaciata, lo fiss mentre asciugava distrattamente una tazzina del caff, soffiando infastidita sulla ciocca di capelli neri che le scendeva sulla fronte.
Paolo continu a raccontare del suo periodo da ballerino in Brasile.
... e insomma volevo restare un mese, sono rimasto due e ho conosciuto la proprietaria di un locale a Copacabana... E sapete qual  la cosa pi straordinaria...? Mi hanno ingaggiato per recitare in una telenovela con Snia Braga, la pi grande attrice brasiliana e sono diventato anch'io una star!
Novellava le sue gesta come un aedo rinascimentale, con un eloquio forbito e arguto. Soprattutto, faceva ridere.
Quando  arrivato il Carnevale Sonia mi ha invitato nella sua villa di Bahia dove sono rimasto una settimana. Lei ogni anno organizza il suo Carnevale personale a casa.... ecco, utilizzare la parola casa per una gigantesca villa con due piscine  come affermare che io sono alto due metri... insomma in una dpendance Sonia ha un magazzino di vestiti, di varie taglie, che presta ai suoi ospiti per le feste. Una mattina in stanza mi bussa un tizio in livrea che mi porge quello che secondo la padrona di casa avrei dovuto indossare la sera.
Mim l'abbigliamento roteando su se stesso. Dei pantaloni straaderenti che in fondo si allargavano con delle rouches colorate, tipo zampa di elefante. Praticamente un Moon Boot di seta. Ero semplicemente orrendo. E poi una maschera di piume fucsia. Dovete sapere che io sono leggermente asmatico. Con quella maschera sul viso non respiravo pi... ma mi avevano detto che Snia non poteva tollerare dinieghi alle sue direttive. L'alternativa era tra morire soffocato o morire per strada di fame. Ho scelto la morte per asfissia.
Come quel ragazzo bassino dal viso paffutello avesse potuto recitare, ballare e avere successo nella terra della samba mi sembr un mistero. Ero certa che stesse mentendo. Tacevo e ascoltavo. La dovizia di particolari coloriti, la vivacit di quei racconti d'oltremare erano un flusso ammaliante e quando l'esposizione fin, non mi interessava pi accertarne l'autenticit. Del resto, da ragazzini tutti ci eravamo appassionati alle vicende di Sandokan e non era importante sapere se Emilio Salgari avesse davvero visitato la Malesia.
Guardai Vittoria: era come incantata nell'ammirazione. La bocca aperta, il riso immediato: era la donna della star e la platea era il bar del lido. Possibile che gli credesse? Possibile che una diciottenne cos arguta, realista al limite del cinismo, non stupida, la mia amica da una vita, fosse talmente soggiogata da non porsi alcun dubbio su quel fantasioso racconto?
Giunti ai lettini, saltellando sulla sabbia rovente, Paolo non si spogli della maglietta, n quel giorno n i due successivi. Indossava decine di T-shirt diverse, colorate, con slogan americani, acquistati nei viaggi intorno al mondo. Si giustificava cos: Non mi posso scottare. Mi scopro un po' alla volta. Il sole mi brucia. Meglio stare sotto l'ombrellone. Prendere il sole mi annoia, preferisco passeggiare. In fondo non fa poi cos caldo.
Il resto dell'umanit si rosolava al sole. Andavano di moda gli specchi abbronzanti, cartoni ripiegabili specchianti che venivano spalancati e posizionati sotto il mento. Il riflesso aumentava la potenza dei raggi solari. Era usanza spargere sul corpo l'olio di cocco, che faceva friggere le membra. I pi impavidi si rovesciavano addosso bottiglie di birra, le cui propriet potenzianti dell'abbronzatura si univano a quelle schiarenti per i capelli. Vittoria diventava nera in poche ore, io potevo sperare, come un traguardo massimo, in una leggera doratura. Anche in quello ero diversa: se non avessi usato creme protettive mi sarei spellata come un serpente che cambia abito, la sabbia mi innervosiva, stare sotto il sole mi annoiava. Guardavo con un sentimento misto di stupore, ammirazione e riprovazione le femmine in topless correre spensierate sulla battigia. Io avevo seni troppo abbondanti e un senso del pudore marcato per permettermi simili libert.
Accanto al nostro lettino, una coppia di giovani sposi si sbaciucchiava, intrecciando le dita cinte dalla fede. Mi accorsi che anche Vittoria li stava fissando con l'intensit dei suoi occhi neri. Si gir verso di me e annunci: Anche io voglio sposare Paolo.
Mi rizzai a sedere, incredula. Sposare la persona che si ama era in effetti la conseguenza pi naturale, lo sbocco logico di un rapporto armonioso. Mi domandai per in che modo Vittoria avrebbe potuto sposare Paolo se lui all'anagrafe risultava una donna. Lo sposerai? le chiesi, ma non aggiunsi il mio interrogativo sull'aspetto burocratico. Insinuare quell'ostacolo in un proposito cos limpido mi dispiaceva. Perch avrei dovuto rovinare quel raro momento di sogno, che ci accomunava alla normalit di tutte le altre ragazze? Era la prima volta che sentivo Vittoria parlare di matrimonio con qualcuno che non fosse il sassofonista degli Spandau Ballet. Le nostre compagne di classe progettavano nozze e vestiti bianchi con naturalezza e candore ottocentesco. Noi no, eravamo distanti e libere. Pensai che non fosse un caso che, come futuro marito, Vittoria stesse scegliendo qualcuno che, almeno al momento, con quei documenti, non avrebbe potuto portare all'altare. Era impossibile sposare Paolo cos come sarebbe stato impossibile sposare Simon Le Bon dei Duran Duran. Ma non dissi nulla, consapevole che nel silenzio avallavo questo romanticismo velleitario e infantile. Avevo sempre confidato nella forza della mia intelligenza. Cogito ergo sum diceva Cartesio e io gli avevo creduto. Eppure, stavo cominciando a scardinare la mia razionalit per seguire il sentimento della mia amica. Mi immaginai i due davanti all'altare, sarebbero stati felici. Una soluzione per i documenti si sarebbe trovata, conclusi mentalmente.
Se ti sposi io faccio la damigella e la testimone. Possiamo chiamare Federico come chauffeur e Luca a portare le fedi...
Paolo si era incamminato sulla battigia e di lui vedevo solo un puntino confuso tra le migliaia di bagnanti. Indossava una maglietta azzurra come il mare.
Il fatto che non si spogliasse mai del tutto mi sembrava la scelta saggia di chi condivideva la mia riprovazione sulla volgarit contemporanea. Vittoria non si alzava mai dalla sdraio senza avvolgersi nel pareo, forse perch provava vergogna del proprio corpo. Eppure, nessuno, in quel lido, l'avrebbe osservata. Non era un luogo chic: ci trovavi famiglie e poi coppie o amici, gente semplice, senza ostentazioni. Alcuni arrivavano dalla spiaggia libera e si piazzavano a bordo mare, senza dover pagare il lettino e l'ombrellone, con il potente radiolone che trasmetteva i tormentoni musicali pi alla moda. Un sopruso acustico contro cui era inutile combattere.
Un giorno un giovane usc dal mare, urlando con accento abruzzese parole scomposte: Il ragnuolo, il ragnuolo, mi ha pizzicato il ragnuolo!.
Sulla riva due ragazzi che stavano giocando a racchettoni, e che si facevano notare per la loro avvenenza, si fermarono ad aiutarlo. Io, attonita, non capivo cosa fosse il ragnuolo e notai che Paolo era invece subito operativo. Accorse, fece amicizia con i due testimoni del fattaccio, si allontan con loro per scortare e consegnare il ferito al pronto soccorso del paese. Rientr sotto l'ombrellone dopo quasi un'ora, alla testa di quell'improvvisato team medico.
Ci present i due fanciulli che erano con lui: alti, simili ma non uguali, dotati entrambi di occhi azzurri. Si qualificarono come due gemelli eterozigoti appena diplomati che vivevano nella zona di Tor Vergata a Roma.
Dove si trova con esattezza? domandai, fingendo interesse. Ero pronta a qualsiasi bassezza pur di trattenerli.
Nell'ignoranza classista del nostro ambiente limitato e circoscritto, immaginavamo che i quartieri denominati con il suffisso Tor fossero la selva oscura al limitare dell'inferno dantesco. Ne esistevano vari: Tor Bella Monaca, Torpignattara, Tor Tre Teste, Tor Marancia. Tor di Quinto invece era una zona di Roma Nord sulla via Flamina, dove si transitava spesso: la notte era luogo di ritrovo di prostitute in cerca di clienti e pertanto era diventato meta di pellegrinaggi, chiamati puttan tour, dei nostri compagni di classe neopatentati. La prova di coraggio consisteva nell'avvicinare l'auto alla prostituta, urlarle: Quanto vuoi per un bocchino? e poi scappare. Anche io e Vittoria vi avevamo partecipato, acquattate nei sedili posteriori dell'auto. Avevamo poi commentato tra di noi la stupidit dei maschi, che per sentirsi importanti e impavidi dovevano ricorrere a una simile sciocchezza.
A questo pensavo mentre i due, presentatisi come David e Matteo, mi precisavano che Tor Vergata era vicina alla seconda universit di Roma, quasi a nobilitare l'intero quartiere.
Interessante! replicai io. Quando torno a casa prover a cercare Tor Vergata sul TuttoCitt
Il ragnuolooooooo. Hai sentito come strillava!? Paolo rideva con Vittoria, rincorrendola sulla sabbia per pizzicarle il corpo. Sono il ragnuoloooo! Ora ti prendo e non avrai scampooo!
Mi piaceva quella complicit. Era forse la prima volta che assistevo da vicino allo spettacolo di un amore fisico e quell'intimit, quella leggerezza mi ammaliava.
Dopo quella rincorsa sul mare, Paolo, sudato e stanco, rientrando sotto l'ombrellone si tolse finalmente la maglietta.
Fu allora che vidi le cicatrici.
Erano quattro, simmetriche, all'altezza del petto. Due orizzontali e due verticali, che terminavano sui capezzoli. Non ebbi dubbi. Pensai che potessero essere il segno di un intervento chirurgico, e di un solo tipo: lo svuotamento dei seni, la mastectomia. Abbassai lo sguardo con terrore. Ero in presenza di una mutilazione. Paolo era stato una donna, e quella era una prova fisica, pi impressionante del certificato di nascita.
Rientrai a casa sgomenta e affranta.
L'appartamento della mamma di Vittoria era soffocante nella sua azzurra perfezione. Tutto era a tema marino/ittico: le lenzuola terminavano con un fregio di pesciolini, alle pareti erano appese stampe di navi. L'azzurro ornava il bordo dei piatti di ceramica e la sfumatura dei bicchieri, sia quelli in vetro che quelli in plastica per il terrazzo. La stucchevolezza e la banalit di arredare con i colori del mare un appartamento al mare acu il disagio che le cicatrici sul petto di Paolo avevano provocato. Da che parte stavo? Dalla parte della impeccabile mediocrit azzurra o da quella delle drammatiche carni squarciate? Non esistevano vie di mezzo n vie d'uscita. Ma pi mi specchiavo nel tondo del bagno decorato con le conchiglie, pi sentivo di non riconoscermi in quella cornice. Il mio posto nel mondo non era l.
La sera, prima di addormentarmi, chiesi spiegazioni a Vittoria, con tutta la delicatezza di cui ero capace. La presi alla larga, ma poi domandai: Come mai Paolo ha quelle cicatrici sul petto?.
Aveva delle cisti,  stato operato. Buonanotte.
Avrei potuto chiederle di pi, insinuare il dubbio che si trattasse dei segni del suo essere stato una donna. Avrei potuto, ma ancora una volta non lo feci. Avevo paura della risposta, paura di perdere Paolo.
Chiudendo gli occhi, mi riapparvero alla vista le cicatrici e mi toccai il seno per essere certa di averlo ancora con me. Rividi Paolo in piedi, sotto l'ombrellone, con le gambe aperte e i piedi affondati nella sabbia. Non aveva nulla di femminile, a parte quelle cicatrici.
...
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...
La pizza.
...
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...
Il giorno del ragnuolo segn una piccola svolta nel procedere pigro e misterioso di quei giorni. L'Adriatico era disteso e monocorde e l'ampiezza degli stabilimenti sembrava un altro oceano in cui ci si poteva perdere.
Piatta come il mare, la vacanza si sarebbe potuta dipanare quieta e ansiosa, un apparente ossimoro per definire l'alternanza di stati d'animo in assenza di eventi. Nella villeggiatura marina, cos prevedibile per luoghi e rituali, era la qualit della compagnia a fare la differenza. I lidi erano simili, gli ombrelloni anche, la musica si sceglieva nei juke-box e i gestori dello stabilimento fornivano le carte o altri giochi da tavolo. La stoffa dei lettini era verde con righe ai lati. Le sdraio stavano perdendo mercato, giudicate troppo scomode. Sulla battigia si giocava a racchettoni e padri amorevoli costruivano castelli di sabbia per i figli: la loro tenerezza rappresentava uno sprazzo di riconciliazione con il valore della famiglia. Ovunque, nelle spiagge di tutta Italia, avvenivano le stesse cose. La differenza tra una noia mortale e una vacanza esilarante dipendeva dalla comitiva che ti accompagnava.
Io e Vittoria condividevamo la curiosit verso l'altro e avremmo fatto amicizia anche con le conchiglie. In diciotto anni di vita, e nell'angusta dimensione dell'istituto scolastico privato, le occasioni di mettere a frutto questa attitudine di esplorazione degli esseri umani erano ridotte alle vacanze estive. Paolo si stava rivelando un perfetto complice di scoperta e di arrembaggio verso l'altro. Era un ragazzo brillante e disponibile e sembrava, a differenza nostra, non avere alcuna insicurezza.
Buongiorno, Serena, vuoi che ti riporti i gemelli? mi disse in spiaggia la mattina dopo il salvataggio.
In che senso? domandai, fingendo vaghezza di interesse.
Sono due ragazzi molto attraenti, non trovi? Li vado a cercare e te li riporto!
Abbassai il viso come avevo visto fare alle dive di Hollywood, quando volevano mostrarsi maliziose. Il mio sguardo lo fiss, dal basso verso l'alto, anche perch io ero accovacciata a gambe incrociate sull'asciugamano da mare, e lui era in piedi, a gambe larghe, i piedi piccoli affondati nella sabbia calda. Indossava come sempre una maglietta, ma non ci feci caso. Avevo gi archiviato la questione delle cicatrici.
Quale diritto ho per ostacolarti in questa caccia... gli risposi, con un sorriso accennato. Lui replic: Sei proprio una paracula simpatica, per questo mi piaci. Vado? Me lo devi dire tu!.
Paolo ondeggiava sulle gambe snelle, dondolando il viso, le braccia sui fianchi, a brocca.
Va' lo incitai come fosse un eroe omerico. E torna vincitore!
Lo vidi avvicinarsi dopo un quarto d'ora con i due ragazzi ai suoi lati. Sembrava Pinocchio arrestato dai carabinieri, perch gli accompagnatori erano pi alti di almeno venti centimetri.
Mi girai sull'asciugamano mettendomi ventre a terra, in modo da ostentare indifferenza e mascherare la pancia. Paolo mi chiam mentre compiva gli ultimi passi verso l'ombrellone: Serena, ho incontrato casualmente David e Matteo, te li ricordi? e Vittoria mormor, dal lettino: Paolo, sei davvero un cialtrone....
Li ho incontrati alla spiaggia libera qui accanto, ma se volete potete restare con noi, l'ombrellone  grande e faccio aggiungere due lettini.
Chiam il bagnino e pag. I due tornarono il giorno dopo, e quelli successivi.
La comparsa dei gemelli aggiunse alla monotonia della ripetizione (composta di spiaggia, nuotata, libro, sole, ombrellone) il desiderio d'alzarsi dal letto la mattina. La loro prestanza fisica motivava il pellegrinaggio balneare quotidiano.
David aveva un viso delicato, tondo, con gli zigomi alti e una bocca carnosa, rosa scuro, come fosse truccata. Matteo superava il fratello di qualche centimetro, arrivando a sfiorare il metro e novanta, e aveva un volto pi affilato, ovale, con il naso pronunciato. Biondi e occhi azzurri, un clich di bellezza classica.
Ma chi ti piace di pi? mi chiese Vittoria qualche giorno dopo le prime uscite a cinque. Perch se ne scegli uno pu sorgere un problema. L'altro che fa? Dove lo lasciamo?
Secondo me il pi carino  David.
Certo! Te pareva... Se non sono bambolotti un po' femminili non ti piacciono... sentenzi Vittoria.
Meglio Matteo? le domandai dubbiosa, come se avessi bisogno di un consiglio per la scelta di un bikini.
Be' mi sembra pi tosto.  anche meno timido...
Ma devo proprio scegliere? replicai. In fondo che bisogno avevo di rinunciare a uno dei due quando potevo averli entrambi? Scorrazzare per il lungomare a bordo della Maserati biturbo tra due bei ragazzi mi consegnava la sensazione della libert sessuale che non avevo mai avuto e una sfumatura di potere. Ero la loro reginetta, una tra due. Paolo sceglieva la destinazione: un paese vicino, un ristorante, una discoteca, un bar all'aperto. Guidava con Vittoria al fianco, noi, finestrini spalancati, sedevamo dietro, io rigorosamente in mezzo ai due ragazzi di Tor Vergata. Ammiccavo all'uno e all'altro per non fare torto a nessuno dei due. Presi da soli avrebbero perso il loro fascino.
Negli anni dell'adolescenza ero solita appuntare su una agenda delle frasi che mi avevano colpito. Amavo molto Stendhal, di cui avevo letto non solo i romanzi, ma anche i Ricordi di egotismo, raccolta di massime e aforismi, spesso spietati verso se stesso. L'autoironia contenuta nelle sue note personali mi rassicurava. Se anche i grandi soffrivano perch si sentivano inadeguati, anche io, costantemente insicura, potevo aspirare alla grandezza. Tra le frasi dello scrittore francese che mi ero trascritta ce n'era una, relativa a una bella donna, che si confaceva alla scarsa considerazione che avevo del mio aspetto fisico: Non l'amavo abbastanza per riuscire a dimenticare di non essere bello.
Non avevo amato mai, e per questo pensavo sempre di non essere fisicamente all'altezza dei ragazzi che mi piacevano. Ne parlai con Paolo: Loro sono pi belli di me. Oggettivamente.
A parte che sei bella anche tu. Ma soprattutto sei molto pi brillante. Quindi hai vinto tu. Un uomo viene attratto dal fascino di chi ha di fronte. E tu di fascino ne hai.
Non mi convinse del tutto ma mi incoraggi. Smisi di sentirmi inadeguata.
Nelle scorribande serali era sempre Paolo a pagare per tutti, e la sua generosit mi incantava. Anche in spiaggia era spesso lui a offrire il pranzo.
David si offriva di accompagnarlo al bar o in pizzeria per aiutarlo a trasportare i nostri pranzi. I suoi riccioli biondi ancora bagnati si aggrovigliavano come quelli della Medusa di Caravaggio. Uscendo dall'acqua dopo la nuotata in mare, la sabbia bruciava la pianta dei piedi e ballonzolavamo verso l'ombrellone affamati e gioiosi. Io vivevo il cibo come tentazione perpetua e oggetto di senso di colpa. Vittoria, che aveva sempre sofferto delle mie stesse sindromi, ora mangiava con gioia. L'amore di Paolo l'aveva liberata. Gli piaccio cos come sono mi ripeteva, e io devo solo piacere a lui. Non potendo piacere a se stessa, si accontentava di essere accolta dall'oggetto amato. Anche la mia fragilit si rinsaldava grazie al suo specchio di ammirazione.
Io non mangio ripetevo quasi ogni giorno, all'approssimarsi dell'ora del pasto.
Superate le due del pomeriggio, sentivo salire fino al petto una fame potente. Io non esistevo pi: esisteva solo la fame. Per placarla avrei dovuto mangiare, ma la sola idea del cibo che scendeva nel mio corpo e si depositava sulla pancia, mi provocava un'angoscia altrettanto invasiva della fame. In questa contrapposizione restavo paralizzata fino a quando Paolo, efficiente e allegro, rivolgeva a noi tutti la domanda: Che pizza volete?. Saltellava leggero come un elfo dei boschi, un elfo malizioso. Continuava a tenere addosso la maglietta, che, lasciata larga sui boxer, lo sfinava. Le maniglie dell'amore, come le aveva chiamate Vittoria, erano occultate. E dai pantaloncini spuntavano le gambe snelle e affusolate, dal collo della maglietta il viso minuto e arguto era quello di un folletto. Un folletto tentatore. Poteva permettersi di mangiare perch era coperto, pensavo, invidiosa della sua protezione.
Io non mangio.
Pronunciavo quelle tre parole come una dichiarazione solenne voltandomi altrove mentre il resto della comitiva si sbizzarriva negli ordini: margherita, funghi, provola e speck, quattro formaggi... Ordinavo solo una Diet Coke. Poter inserire nel mio corpo qualcosa di marchiato con dietetico mi faceva sentire gi pi magra.
Quando il vassoio che conteneva i tranci di pizza al taglio atterrava sull'asciugamano disteso sulla sabbia io, seduta come tutti intorno alla mensa, osservavo gli altri mangiare, sorseggiando la mia lattina rossa. Verso la met del pasto, la morsa della fame diveniva prevalente e sconfiggeva quella dell'angoscia del sovrappeso.
Mi fate assaggiare un pezzetto della pizza bianca con i funghi? come se non volessi farmi sentire davvero, a mitigare l'entit della trasgressione.
Paolo not questa mia abitudine e allora mise su un piccolo spettacolo.
Signori e signore, vi presento Serena disse ancheggiando sulle ciabattine. Tutti risero. Prese a parlare imitando il tono della mia voce. Sono grassa! Sono obesa! Se mangio diventer una palla di lardo. Come quella signora... Ma io sono grassa come quella signora?
Indic una matrona in costume nero intero, che camminava sulla battigia con le cosce grosse e la pancia ampia. Vittoria e io commentavamo spesso il nostro aspetto, paragonandolo a quello delle passanti. Avevamo bisogno di definire la nostra identit e lo specchio non bastava, occorreva il confronto. Esistevamo solo se paragonate ad altri esseri umani.
Ecco come si comporta Serena: prende il pareo e se lo avvolge addosso, solo che siccome non  capace di annodarlo, resta in piedi perplessa per dieci minuti. Alla fine, esasperata, se lo avvolge come una gonna perch deve coprire la pancia.
Era vero, detestavo i parei ed ero ossessionata dalla pancia.
Perch nessuno deve vedere la mia pancia, la pancia  la mia parte pi brutta...! continu cambiando tono di voce. Vittoria e i gemelli ridevano. In compenso, per, ho delle belle gambe, vero? disse roteando su di s, come in una piroetta.
Amore, falla finita. Sei bona. Vuoi la pizza? Mangiala! Tanto lo sapevo che finiva cos e ne ho ordinate tre fette in pi. So anche che mangi quella senza sugo, perch ti sembra pi magra...
Restando in piedi proseguiva l'imitazione. Ogni giorno la stessa scena. Arriva il vassoio della pizza e lei si fa da parte, si accende una sigaretta e fa finta di leggere il suo libro.
Stavo leggendo L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera, e le scene di sesso mi eccitavano moltissimo. Soprattutto quelle in cui la protagonista femminile indossava una bombetta da uomo. Ma quando arrivava la pizza entravo in confusione e non riuscivo a procedere neanche di una riga.
Poi si alza e inizia a gironzolare intorno all'asciugamano con la pizza... si avvicina piano piano, si siede e poi quando tutti gli altri sono distratti allunga il braccino mormorando: Me la fate assaggiare?.
Smettila urlai io alzandomi di scatto.
Solo un pezzettino, piccolo piccolo per carit! Ma questa con il prosciutto  buona? S, un angolo solo... Ma qui cosa c'? La mozzarella di bufala? La assaggerei, ma solo per curiosit...! Io? Fame? Assolutamente no!
E quindi lei che doveva digiunare in realt mangia pi pizza di tutti noi concluse Vittoria. E con la scusa che non ha pranzato, alle quattro va al bar a comprare pure un gelato. Li hai sperimentati tutti, vero? Qual  il pi buono? Il calippo o il cornetto? Cuore di panna o quello con l'amarena?
Il cornetto con l'amarena mi fa schifo e non l'ho mai comprato. Stai dicendo un mucchio di menzogne. Vatti a fidare della migliore amica! dissi sbattendo il piede sulla sabbia.
State calme... esclam Paolo con fare bonario. Vittoria, lo sai che sei fortunata ad avere un'amica come Serena!  la ragazza pi intelligente che io abbia mai conosciuto. E ha pure delle tette magnifiche. Te l'hanno mai detto? disse rivolgendosi a me, con un sorriso. La sua lode mi emozion. I gemelli lo guardarono sorpresi e poi mi accorsi che stavano osservando me, intrigati. Sotto il sole gli occhi verdi di Paolo brillavano, resi pi intensi dall'abbronzatura. Pensai che avesse un aspetto buono, che era affettuoso, premuroso, attento.
In quel momento Matteo, il gemello che mi piaceva meno, si alz e mi raggiunse, abbracciandomi da dietro le spalle. Mi baci sul collo e io mi eccitai. Poi mi tornarono in mente le cicatrici nascoste sul petto di Paolo, e l'angoscia vinse su tutto, sulle risate, la pizza, i complimenti, l'erotismo.
...
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...
Elena.
...
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...
Era il giorno prima di Ferragosto quando Elena Gabrielli Monti, accompagnata in auto da un famiglio, varc con passo sicuro la soglia del Lido. Veniva a ringraziare noi, in particolare Paolo e i gemelli, per il soccorso prestato al giovane punto dal ragnuolo.
Ignoravamo l'esistenza di questa ragazza ventitreenne, a Giulianova era nota a tutti per il motivo che da secoli consegna la fama agli individui: era ricca e di ascendenze nobili, figlia di proprietari di una azienda agricola del luogo.
Elena studiava Economia a Roma, nell'universit privata della Luiss. Si preparava alla sorte gi scritta di privilegiata, e quel destino seppur dorato, a cui non le era consentito contravvenire, era anche una condanna. Una prigione con le sbarre di diamante. Forse per questo il suo volto appariva melanconico e opaco.
Raggiunse il nostro ombrellone e notammo che indossava un pareo firmato, stampato con degli uccelli, forse pavoni, che sarebbe piaciuto alle nostre mamme. In mano i sandali di legno, con un tacchetto rotondo. La borsa mare era griffata Chanel. Era alta e robusta, e io notai le ossa grandi del polso e delle caviglie. Da sotto gli occhiali da sole grandi e dritti spuntava un naso innaturale, probabilmente limato da un intervento chirurgico. Si present e ci presentammo, sventolando la mano.
Il giovane punto dal ragnuolo era il figlio del capo dei suoi contadini.
Una persona di famiglia per noi ci disse.
Come sta? chiese Paolo con sincero interesse, piazzandosi di fronte a lei.
Meglio. Temeva lo shock anafilattico, soffre di allergie. Fortunatamente lo avete soccorso in tempo.
Scusate se mi intrometto con una domanda... ma non ho capito cos' il ragnuolo... chiesi io, per spezzare i convenevoli.
Elena scoppi a ridere senza guardarmi. Aveva un timbro profondo anche nella risata. La sua voce non aveva accenti dialettali. Lui intervenne.
Ma come fai a non sapere cos' un ragnuolo! Ormai la fama del pesce assassino ha raggiunto pure il Sudamerica! Mi ha telefonato ieri Snia Braga che si voleva congratulare per il salvataggio... sentivo la musica di una salsa in sottofondo e lo splash della piscina...
L'abruzzese continu a ridere e il suo sguardo era fisso su Paolo. Non sembrava interessata ad altro.
Vittoria, come preda di un presagio, si avvicin ai due. Paolo la introdusse appellandola come la sua fidanzata ed Elena le rivolse uno sguardo rapido, ostentando disinteresse. Conoscevo troppo bene Vittoria per non capire che si stava innervosendo. Prese per mano il fidanzato e disse alla nuova arrivata: Bene, grazie di essere passata, io vado a fare un bagno. Paolo, accompagnami.
L'altra senza scomporsi rilanci: Domani, Ferragosto, faccio una festa, siete tutti invitati, vi lascio l'indirizzo.
Vittoria teneva per mano Paolo, quasi tirandolo verso il mare. Indietreggiando, lui disse: Grazie Elena, ma io so dov'. Forse non te ne sei accorta perch a casa tua sono arrivati tutti gli abitanti della costa adriatica, ma io sono gi stato a un ricevimento nella tua villa. Sorrise sornione. Elena lo guard con l'intensit di una sfinge, salut con la sua voce roca e si incammin verso la strada.
Quando la giovane donna si allontan, Vittoria esplose: Chi  quella?.
La spiaggia era affollata e chiassosa. Paolo rispose ammiccando ai due gemelli. La silhouette di Elena era ormai un puntino nello spazio.
Bona, eh?
Ah, tu la trovi bona replic Vittoria. Una culona con il naso rifatto.
Il fondoschiena di Elena era effettivamente pi ampio di quello di Vittoria, che era pi grosso del mio. Per un istante mi sentii magrissima.
Certo che voi donne siete davvero perfide. Delle iene. L'hai appena vista e hai gi deciso che  obesa e con il naso rifatto.
Non ho detto obesa. Ho detto culona.  diverso.
Ok, ok... per devi ammettere che  una bella ragazza, voi che ne dite, David, Matteo...
Bona si espresse Matteo, il pi sveglio dei due. Bona ma culona, ha ragione Vittoria. Poche tette, per ha un viso interessante, un'aria sicura.
Falla essere pure insicura una cos.  miliardaria...
Ecco, pensai io, sta arrivando un'altra balla. Adesso chiss cosa inventer, e il cuore mi si strinse, avrei voluto fermarlo, impedirgli di parlare. Ma lui continuava e tutti, intorno, lo ascoltavano.
La Elena che vi ho presentato  una contessa, ha due cognomi. La famiglia  originaria dell'entroterra, vivono a Pescara e lei viene sempre qui in vacanza nella villa di famiglia ereditata dai nonni. I Gabrielli Monti sono dei proprietari terrieri, hanno un'azienda agricola, producono vino. Do you know Trebbiano d'Abruzzo?
E tu come fai a sapere tutte queste cose se nemmeno la conosci? Arriva qui, senza che nessuno l'abbia invitata e vuole fare la smargiassa con noi... incalz Vittoria.
Ma quindi siete amici? E come mai non ce l'hai mai presentata? aggiunsi io, sinceramente curiosa.
Paolo accarezz la nuca di Vittoria e l'avvicin a s. L'una accanto all'altro le ossa del viso di Paolo parevano pi minute. Mi sembr di vedere due crani a confronto.
E secondo te nel mese che tu e la tua amica tummistufi vi sollazzavate come due dive a Londra, io dovevo stare chiuso in casa? Qualcosa dovevo pure inventarmi, per sopravvivere al dolore della tua assenza!
Vittoria afferr il braccio di Paolo e lo scaravent a terra, violentemente. Si alz di scatto e corse verso il mare. Guardai Paolo, che non aveva mai abbandonato quell'aria saputa, provocatoria. Mi alzai di scatto anch'io e corsi verso la mia amica.
Ci tuffammo insieme. Al largo, il lido e i suoi abitanti scialbi e pulviscolari.
Non andammo alla festa della contessa. Paolo non arrivava mai allo scontro con Vittoria. La faceva solo teneramente ingelosire, la teneva sulle spine, ma non le mancava mai di rispetto. A Ferragosto scelse una festa in spiaggia. Ci affollammo intorno a un fal e al concerto di cinque ragazzi con la chitarra. Cantammo in coro le canzoni di Lucio Battisti. Mentre intonavano Il tempo di morire, Matteo, il gemello alto, mi diede un bacio sulle labbra.
Quella sera pomiciammo a lungo, allontanandoci dagli altri che continuavano a cantare e ballare. Proseguimmo nei sedili posteriori della Maserati biturbo di Paolo, parcheggiata in centro paese, prima delle bancarelle, che Vittoria aveva voluto visitare. Abitanti e turisti erano riversi in strada e facevano inutili compere di braccialetti e sandali. Mentre baciavo Matteo pensai alle vie sconosciute di Roma dove era nato, alle tante Tor della capitale e ai tanti gustosi ragazzi che le frequentavano. Pensai a Giorgio e alle lacrime versate un anno prima. Pensai a Niccol e a quanto potesse essere stimolante essere la sua fidanzata. Ma pensai anche che sottostare alla sua ampia considerazione di s mi avrebbe richiesto un prezzo troppo alto. E poi pensai che David mi piaceva pi del fratello che stavo baciando.
Fuori i fuochi di artificio sul mare avevano cominciato a esplodere. In quel momento Matteo mi strinse il seno pronunciando parole di eccitazione che finsi di non capire.
...
.
...
Dialogo sull'amore.
...
.
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Chiusi la porta della nostra stanzetta con vigore e l'appendino a forma di pesce posizionato sul retro cadde rumorosamente a terra. Stai attenta, svegli tutti intim Vittoria. Perch sei sempre cos maldestra!?
Il suono sgradevole interrompeva la mia sensazione di sospensione, quasi che la pausa dai doveri contenuta nella vacanza fosse anche una pausa dalla vita. Eravamo davvero felici, o stavamo recitando? Mi addormentai a fatica, inquieta. Aspettavo l'arrivo di qualcosa che troncasse quello stallo di leggerezza svampita. Prima o poi, pensavo nella notte, dovremo fare i conti con la verit, e il tempo del risveglio dal sogno dipender solo da noi, come quando si svela una illusione ottica allontanandosi dall'oggetto che la procura. La consapevolezza che quei giorni fossero destinati a finire per sempre li rendeva ancora pi preziosi e meritevoli di cura.
La mattina incrociai la mamma di Vittoria. Si aggirava cupa e solitaria. Snobbata dal figlio, che si era imbarcato per la Sardegna, tradita dal marito, sulla testolina della signora Felici si addensava una nube di infelicit che la mia presenza e quella di Vittoria, colpevoli di troppa indipendenza e di rifiuto dei suoi consigli, non facevano che aggravare. La mattina cercava un'interazione, mi chiedeva se avessi bisogno di qualcosa. Poteva essere il caff o la crema solare, dei cerotti... Ma quando partiva la conversazione, su di noi planava Vittoria: Mamma, lascia Serena in pace!. Io replicavo educatamente che la mamma stava solo cercando di aiutarmi, poi andavo a vestirmi e non la vedevo pi fino al tramonto, quando io e la figlia arrivavamo con la pelle salata e bruciata dal sole, pronte per la doccia.
Non avevo dimenticato la sua immagine, sconvolta e piangente sul divano di mia madre, e ogni giorno mi sorprendevo che non mi rivolgesse domande su Paolo. La coltre di ipocrisia che ricopriva da sempre la sua esistenza si era estesa allo scandalo della figlia. Se non si parla di una cosa  come se non fosse mai avvenuta scriveva Oscar Wilde. Avevo letto la frase in una raccolta di aforismi e l'avevo fatta mia, trascrivendola nell'agenda delle citazioni, che coltivavo al pari del diario. Scrivevo tutto, le mie impressioni e quelle altrui, come se la saggezza di chi mi aveva preceduto potesse aiutarmi a superare il mio incerto presente.  l'espressione che d realt alle cose concludeva Oscar Wilde, e il concetto si addiceva a tante cose che vivevamo, a scuola e nel quotidiano. Avevamo sperimentato che era la parola a renderci libere, la possibilit di esprimerci, di raccontarci senza infingimenti. Una delle volte che ci eravamo sentite pi autentiche era stato quella sera nella cameretta del residence, quando avevamo accolto le confidenze di Carlo e lui aveva accolto le nostre.
Perch tua madre non mi domanda mai nulla di Paolo? avevo chiesto una sera a Vittoria, nel nostro consueto spazio confidenze prima del sonno.
Perch  una falsa. Non ti preoccupare per lei, lei sta benissimo. Ed  ben contenta di non frequentare la stessa spiaggia di Paolo, cos ha eliminato anche il problema di dover dare spiegazioni su di me alle sue amiche. Chi  Paolo lo sappiamo solo io e te. Sono fiera di non averlo dato in pasto a quelle galline.
Eppure Paolo era l, nell'appartamento azzurro mare, pi vivo e incombente che se ci fosse stato il suo corpo. Era uno spettro maligno per la mamma e un folletto benefico per noi. Il suo sguardo, d'amore verso Vittoria e di simpatia e affetto verso di me, ci aveva donato splendore. Stavamo per rientrare a Roma pi belle e pi sicure.
Il sole aveva schiarito i miei capelli e ispessito ancor pi quelli di lei. Il nuoto ci aveva rese pi asciutte. Vittoria aveva smesso di lamentarsi delle sue cosce abbondanti e io non misuravo pi il punto vita con l'angoscia di scoprirlo troppo largo. La bilancia era diventata uno strumento desueto.
Una sera, dopo cena e dopo aver salutato i gemelli, io, Paolo e Vittoria restammo soli nel ristorante pi noto del paese.
Era una vecchia trattoria con le mura foderate di legno e i quadri degli artisti locali appesi alle pareti, che serviva antipasti di mare e mozzarelle, insieme alle zucchine trifolate, nel buffet apparecchiato in fondo alla sala. Avevamo mangiato fritto di mare accompagnato da patate anch'esse fritte, perch la mia liberazione doveva avere una manifestazione plastica, visiva: divorare roba unta ne era espressione e godimento.
Paolo aveva bevuto un po' troppo ed era particolarmente allegro. Era impeccabile nella sua tenuta da sera marinara: pantaloni rossi, mocassini, maglia di cotone blu intrecciata. Dei braccialetti di stoffa portafortuna si avvolgevano intorno a quelli d'oro, di pesante maglia larga. Inizi a farmi domande su Matteo.
Allora, ti sei innamorata?
Replicai che non lo ero affatto, che era solo molto carino e baciava bene. E che in fondo il fratello mi piaceva di pi.
Lei  cos, non si accontenta mai... cerca la perfezione... aggiunse Vittoria, con l'aria di chi mi conosceva bene.
La perfezione non esiste. Esistiamo tu e io, e questa bella serata di agosto.
Paolo era diventato serio, quasi tenero. Seduto a capotavola, con Vittoria alla sua destra e io alla sua sinistra, afferr il mio polso e mi accarezz la mano.
Serena, dove sei? Talvolta ho l'impressione che tu sia altrove. Sei nel tuo mondo di figlia unica trascurata dalla madre e dal padre. Poi apri bocca e parli pi forte di tutti per farti sentire e riconoscere. Ma  come se tu stessi recitando una parte. Io non credo a una parola di quello che mi hai detto su Matteo, di quello che ci racconti sui ragazzi...
Era la prima volta che un uomo mi parlava cos e mi sentii come se fossi stata scoperta.
Tu hai uno smisurato bisogno di amore. Devi farci i conti, non respingerlo.
Uno stornellatore era entrato nel ristorante e intonava 'O sole mio. Poi pass tra i tavoli con il cappello in mano. Paolo gli allung mille lire e torn a girarsi verso di me. Guardai riconoscente la sua testolina e per la prima volta mi apparve bellissima.
Gli confidai quello che avevo patito con Giorgio, l'economista di Sabaudia. Non riuscivo a capacitarmi del perch mi avesse ingannata per poi scaricarmi senza nemmeno darmi un bacio. Forse non gli piacevo? Dopo un anno, sentivo ancora il peso dell'umiliazione che mi aveva inflitto.
Perch pensi di essere sbagliata? Perch ritieni di non essere abbastanza carina per lui?  lui ad avere problemi,  lui quello insicuro, confuso, sciocco. Non tu.
Era la prima volta che qualcuno ribaltava la percezione di me stessa in questo modo e mi faceva uscire dall'ossessione per le mie mancanze. Ero stata una bambina colpevolizzata da mia madre per il mio peso eccessivo. Trascorsi dieci anni e raggiunta la taglia quarantadue, continuavo a sentirmi una bambina grassa. Glielo confessai.
Si resta bambini grassi per tutta la vita. Io ne so qualcosa. So cosa vuol dire il giudizio dell'altro su di s. E so quanto dolore provoca. Poi arriva un giorno in cui capisci che devi essere te stesso, nonostante tutto e tutti. A qualsiasi prezzo.
Vers il vino bianco nei nostri tre calici. Pensai a cosa avesse dovuto significare per lui essere se stesso, e mi riapparve, feroce come l'immagine di un quadro espressionista, il foglio del certificato di nascita che lo catalogava come Paola. Ma lui, creatura cresciuta nell'indefinito, non voleva parlare di s, lui voleva parlare di me. Mi conosceva e riconosceva, e, sollevando il calice di vino, pronunci una profezia che avrei tenuto a mente per tutta la vita.
Brindiamo a Serena. Sei una ragazza preziosa. Un giorno un ragazzo se ne accorger e quel ragazzo sar il pi fortunato della terra.
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L'altra foto.
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Dimenticare era l'unico modo per sopravvivere al dolore o scacciare i pensieri ossessivi.
Nella scuola cattolica ci insegnavano che le sofferenze servivano a crescere. San Francesco chiamava sorella persino la morte. Nelle omelie della messa settimanale il celebrante cercava di convincerci che i patimenti erano un dono, un dono di Dio. Santi e asceti grazie a quel regalo avevano conquistato la vita eterna.
Ma erano gli anni Ottanta e nessuno di noi aspirava al martirio. Non avevamo ideologie, e forse neanche ideali. Le paure erano collettive e totalizzanti: la bomba atomica, le radiazioni nucleari, l'AIDS. Nel frattempo, la nostra generazione voleva solo divertirsi. Girls just want to have fun, cantava Cyndi Lauper e noi con lei.
Quello che non ci restituiva gioia o che non controllavamo, lo rimuovevamo. Non ci interessava. Vittoria amava Paolo, e non solo non voleva rinunciare a lui. Non voleva nemmeno discuterlo, indagarlo. Il sentimento che provava per lui la rendeva felice. Tutto ci che si opponeva a quella felicit, compresa la verit, doveva essere allontanato.
La verit per risaliva a galla, come al mare riaffiorano a riva i tronchi degli alberi, le bottiglie di plastica, i cadaveri. Era una verit che ci faceva star male e che forse lo stesso Paolo si era stancato di occultare. In psicanalisi si chiama: atto mancato.
Un pomeriggio di settembre io e Vittoria eravamo a casa di Paolo. Era un attico di Roma Nord, arredato come tutte le case di Roma Nord negli anni Ottanta. A terra la moquette marrone del salone si alternava al parquet color ciliegio delle stanze da letto. I mobili erano antichi, fine Ottocento. La lampada Castiglioni planava sul tavolo da pranzo dai piedi massicci e arrotondati.
Superato il salone, un corridoio portava alla zona letto. La stanza di Paolo era ancora quella di un adolescente. Sulla scrivania, abbandonata, c'era una fotografia in bianco e nero, grande come i fogli protocollo su cui scrivevamo le versioni di latino. Era il volto di una bambina, strappato tutto intorno ai lati. Il volto era ripreso di tre quarti, la bocca era socchiusa e gli occhi mostravano una espressione di stupore, tipicamente infantile. Da quell'ovale lacerato spuntavano dei capelli, che probabilmente nella foto completa dovevano essere lunghi. Era Paolo. Ma era una bambina. Era Paolo quando ancora era Paola.
Perch me l'aveva fatta trovare l? Perch non l'aveva nascosta? La foto mostrava la violenza dello strappo che aveva eliminato i segni del femminile: i capelli lunghi, un abito come si usava per le bimbe cresciute negli anni Settanta. Ma quella violenza non bastava a cancellare dallo sguardo un'essenza femminile. Che cosa doveva aver provato Paolo quando aveva ritagliato la sua faccia? Provai a immaginarmelo mentre con rabbia tirava via la parte di s che odiava. Anche lui stava rimuovendo quello che non gli apparteneva, che lo umiliava, che lo faceva star male. Non era bastato. Il passato esisteva e si rappresentava al di l delle parole.
Restai a osservare quel viso per qualche minuto, mentre sentivo salire un brivido di angoscia. Stavo male per Paolo, per quello che doveva aver provato. E mi sentivo in colpa per averlo ancora una volta smascherato. Smascherare lui era come smascherare me stessa. Lasciai la foto di scatto sulla scrivania.
Vittoria si affacci alla porta, chiamandomi, e io la raggiunsi senza dirle niente. Non ho mai saputo se l'avesse vista perch io non gliene parlai mai. Era un'immagine cos dolorosa che non sarei stata capace di raccontarla.
Negli anni, mi sono spessa chiesta come sarebbe cambiata la storia di Paolo se fosse vissuto oggi. La transizione non sarebbe stata qualcosa da nascondere, da rimuovere. Paolo sarebbe ancora con noi, e io avrei continuato a essere sua amica. Oggi mi guarderebbe con l'affetto di allora, e avrebbe commentato con la sua arguzia i miei amori infelici. Non ho mai dimenticato il suo oracolo: Un giorno un uomo ti scoprir e sar l'uomo pi fortunato della terra. Non si  mai realizzato, gli avrei replicato con aria disillusa. Ma lui mi avrebbe corretta: Non si  ancora realizzato....
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La cena dell'addio, ottobre 1987.
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Per me e Vittoria rientrare a scuola fu traumatico, era l'anno della maturit. Il privilegio di aver vissuto anni protetti stava per finire in un implacabile e ineluttabile intervento esterno. Tra le grigie mura dell'istituto sarebbe sbarcata una sconosciuta commissione esaminante con l'unico argine del professore nominato membro interno dell'istituto. L'acquario riscaldato nel quale vivevamo rischiava di essere inquinato dall'arbitrario giudizio di insegnanti frustrati o politicizzati, come dicevano allarmate le nostre mamme, parlando al telefono tra di loro e preparandoci al peggiore degli eventi infausti: una mannaia che poteva abbattere, con animo motivato da invidia sociale, il nostro diritto naturale a un brillante voto alla maturit.
Conoscevamo le ingiustizie, ma erano ingiustizie che scaturivano e si consumavano nel nostro ambiente. L'imprenditore delle ceramiche che rimaiolicava i bagni dell'istituto, ottenendo la promozione del figlio somaro. La bionda con lo stemma di famiglia impresso nei palazzi del centro storico romano, che si godeva una settimana bianca raddoppiata. Gli scontri sociali degli anni Settanta, le lotte di classe, le ideologie contrapposte: nel nostro acquario, erano oceani lontani.
Ora attendevamo anche noi i pesci piranha.
Io e Vittoria eravamo caratterialmente impavide: l'impatto con le evocate e temute professoresse trinariciute ci incuriosiva invece che allarmarci. Il nostro cruccio consisteva solo nella certezza della nostra separazione. Ne avevamo parlato spesso. Vittoria voleva studiare Storia dell'arte, io mi predisponevo alla facolt di Giurisprudenza, assecondando tristemente il volere di mio padre.
Ma perch non ti imponi e gli dici che vuoi studiare Lettere?
Perch con Lettere non trover mai lavoro... a parte qualche concorso per la scuola, ma mi ci vedi a fare l'insegnante? Dopo tre giorni, mi ritrovate appesa a una corda in bagno...
Oppure in galera per aver ammazzato tutti gli studenti. La mia cara amichetta Erode. Eppure... Sai che l'istituto mi mancher?
Non ci credo neanche se me lo ripeti tutti i giorni. Io questo posto lo detesto.
Un giorno, quando saremo vecchie, le tette calate e la cosce piene di pelle flaccida... ci ritroveremo a rimpiangere questi momenti.
No.
Perch no? mi chiese Vittoria, sinceramente incuriosita.
Perch io non voglio essere mai pi cos infelice. Te lo giuro, amica mia, far qualsiasi cosa mi porti un po' di gioia e divertimento. Ho vissuto dolore sufficiente per cinquant'anni.
Fucking bastard, ma davvero sei cos malmessa?
Non risposi. Non volevo addentrarmi nei dettagli. La mia non era una sofferenza paragonabile a quelle descritte nelle poesie romantiche che stavamo studiando. Un'infelicit tonda, motivata, a tratti eroica, sicuramente affascinante. Era il senso di disagio, di inopportunit, di inutilit, la trasparenza. Mi sentivo vittima di un malessere misero, scacciato a tratti da veemente allegria: la mia solarit era posticcia, esasperata, ostentata. Studiare mi annoiava, amavo solo storia e letteratura. Conquistavo ottimi voti con facilit e mi predisponevo ad agguantare una gratificante maturit. L'assenza di sfida era ulteriore tassello della mia infelicit.
Vittoria era diversa, e mi nutrivo del suo senso pratico e della sua vitalit cinica.
Ovviamente la versione, sia che esca greco che latino, me la passi tu!
Ovvio. Speriamo che esca latino, lo capisco meglio. Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?
Le scuole erano ricominciate da pi di un mese, quando, in una sera di fine ottobre, Paolo convoc tutta la comitiva abruzzese per una cena d'addio. L'aveva chiamata cos, con caustico humor nero. Mi aveva invitata personalmente, telefonandomi come faceva talvolta per raccontarmi un film o una storiella.
Devo partire per Lione. Mi opero.
Come al solito mantenni il riserbo e non gli domandai del tipo di intervento chirurgico a cui doveva sottoporsi e per il quale sosteneva, scherzando, di rischiare la vita. Nutrivo pudore e rispetto nonostante fossi curiosissima. Era stata Vittoria a raccontarmi cosa stava per succedere: Paolo andava in Francia, a Lione, per operarsi ai genitali e porre finalmente rimedio sia alla sua nascita sessualmente incerta che ai danni inferti agli organi riproduttivi dal padre malato.
Era davvero difficile credere alla storia del genitore con il cervello devastato dal tumore che rovina fisicamente il figlio adolescente. E infatti non avevo mai creduto a questo romanzo horror. Immaginai che si trattasse di un intervento di ricostruzione dell'apparato genitale da effettuarsi nella pi progredita Francia. Ma ancora una volta, non parlai. Scacciavo il pensiero tormentoso che sussurrava nel mio cervello: ero complice consapevole di una menzogna. Ero anch'io una carnefice di Vittoria? Anche io la stavo ingannando? O era lei che ingannava me, raccontandomi storie alle quali non poteva credere? Conclusi che, qualunque fosse la verit, le sapienti mani di un chirurgo della lontana Lione avrebbero sistemato tutto. La scienza compiva miracoli. La medicina si era evoluta. Mi sorpresi a considerare addirittura l'eventualit che Paolo e Vittoria potessero avere dei figli. Trasportata dalle mie elucubrazioni autorassicuranti, arrivai confortata al sabato previsto per la cena al mare.
L'estate sta finendo dei Fratelli Righeira risuonava a tutto volume nella Maserati biturbo che imboccava la mia strada. Dai finestrini abbassati le note risalivano fino ai tetti affrescati del quartiere Copped. Dai sedili anteriori spuntavano due gomiti, uno ricoperto di un blazer blu e l'altro di una camicia rossa. Dalla camicia pendevano i charms dei braccialetti. Paolo acceler fino al marciapiede dove lo stavo aspettando e inchiod letteralmente ai miei piedi, sfiorandoli. Io lo sfidai restando impassibile e sorridendo.
L'estate  finita da un pezzo fu la prima cosa che dissi.
 la stessa cosa che gli ho detto io si accod Vittoria, che sedeva al suo fianco.
Mi infilai in auto dietro di lei. Sto diventando grande, lo sai che non mi va... cantai insieme allo stereo dell'auto. Quel brano era ai primi posti della mia classifica personale della musica pop struggente. Cantare a squarciagola una canzone sciocchina costituiva un tassello di libert.
Paolo gir il viso verso di me guardando Vittoria, con la mano indic entrambe: Siete pronte a dirmi addio?.
Vittoria scand con voce furiosa: Pia-nta-la!. Io le feci eco.
Paolo guard il Rolex d'acciaio che aveva al polso (Submariner, il pi costoso tra i modelli maschili) e ci annunci: Sono gi le sette e mezzo, siamo un po' in ritardo, dobbiamo passare a prendere i gemelli e imboccare la Pontina, sperando che non ci sia troppo traffico.
Appena entr nel grande raccordo anulare, spinse il piede sull'acceleratore del motore. Intravedevo la lancetta del contachilometri. Stava continuando a salire. Al nostro fianco, sulle altre corsie, vedevo allontanarsi Fiat Tipo, Lancia Thema, Audi 80... tutte vetture degne di ammirazione, tutte surclassate dalla superiorit della Maserati e del suo pilota.
A quanto stiamo andando? chiese Vittoria con un sorriso eccitato sulle labbra. Si teneva ferma con una mano al parabrezza e l'altra alla maniglia sopra la portiera e ogni tanto lanciava dei gridolini di protesta.
Stiamo superando i duecento... Senti che musica questo motore... senti quando si innesta il biturbo!
Lo potevo riconoscere persino io, quel motore roboante di cui ignoravo tutto tranne che il suono. Era un suono maschile, una proiezione egotica.
Sembra la scena della corsa delle auto di West side story...
Certo rispose Paolo, urlando: E io sono James Dean!.
Gli occhi neri di Vittoria ricordano quelli di Natalie Wood, pensai. Stava accarezzando i capelli del suo pilota, sovrastando la testa piccola di lui con la mano inanellata. Sembrava una benedizione papale. Ero felice del loro amore che appariva protettivo e folle insieme.
Paolo si infil nella corsia di destra del Raccordo Anulare, tagliando la strada a un paio di Y10, che reagirono strombazzando il clacson. Il sole si stava ritirando e regalava uno di quei tramonti fiammeggianti che la capitale sapeva elargire a chi alzava lo sguardo.
Imboccammo l'uscita di Tor Vergata. Vittoria con in mano il TuttoCitt, la mappa dettagliata delle strade della capitale, forniva indicazioni di guida. Tra i palazzoni mi scoprii spaesata, ma la sensazione di essermi persa conteneva una vertigine. Ero altrove. Ero con loro ma non c'ero. Sperai che quella scissione passasse presto. I palazzoni lasciarono il posto a casette basse, scrostate, che sembravano disegnate da un bambino. Da uno di quei portoncini, leziosi come nella casetta di Hansel e Gretel, uscirono i due gemelli. Li osservai come un etnologo poteva osservare una trib del Borneo. Baciai sulle labbra Matteo e sulle guance David, pensando che avrei voluto fare il contrario. Continuava ad attrarmi di pi il gemello efebico, la cui grazia spiccava nella rozzezza di quell'ambiente: come spesso accadeva, era il contrasto, l'inaspettato a generare fascino. Continuavo a sentirmi estranea a quello che stava succedendo e la mia dissociazione diventava sempre pi sgradevole e angosciosa.
Mi accomodai in mezzo ai due gemelli e Paolo ripart quasi sgommando. I fratelli non avevano ricevuto dettagli sull'intervento chirurgico, erano solidali e discreti. Me ne accorsi dalle domande generiche e non invadenti che rivolgevano al pilota. Percorrevamo la via Pontina, come sempre trafficata, ed eravamo diretti ad Anzio, litorale romano sud, una mezz'ora prima di Sabaudia, dove trascorrevo abitualmente le vacanze nella villa dei miei genitori. Detestavo quella strada, paradigma di costrizione familiare mascherata da felicit domestica. Io non ero felice, e nemmeno i miei genitori, ma fornivamo all'esterno una rappresentazione di serena normalit borghese. Chi ero io? La figlia modello o la stravagante complice di menzogne? Che ci facevo su una Maserati biturbo con un bugiardo mitomane e due nullafacenti?
 la prima volta che viaggiamo insieme dopo il concerto di Madonna dissi per spezzare il flusso di pensieri. Il 6 settembre, poco pi di un mese prima, noi, nella stessa formazione, ci eravamo diretti a Firenze, per applaudire la divina cantante, per la prima volta in Italia. Tutta l'Italia era in fibrillazione per la tourne: la tappa di Torino era stata trasmessa in diretta sul primo canale Rai. Ciao Italia! Siete pronti? Siete gi caldi? Bene, anch'io aveva detto alla folla radunata nello stadio per osannarla, sbagliando l'accento delle ultime due parole.
Anchio stavo pensando la stessa cosa mi disse Vittoria. Incredibile.
Avevo visto Madonna dal vivo ma la mia vita non era cambiata. Accumulavo informazioni, eventi, storie, come in uno shopping forsennato che non ti appaga mai.
Paolo agguant la cassetta di Madonna, la infil nell'autoradio e tutti insieme cominciammo a cantare Who's that girl. Lei  un guaio, come avvicinarsi al fuoco dicevano le parole della canzone, ed era una strofa adattabile a ognuno di noi tre, compreso Paolo. Aveva alzato il volume della musica e ora guidava al ritmo delle note, inchiodando l'auto ai passaggi ritmici.
Vi preparo la migliore carbonara che abbiate mai mangiato in tutta la vostra vita.
Lo accendiamo il camino, amore? Voglio fare le bruschette al pomodoro domand dolce Vittoria.
Pensi sempre a mangiare!
Senti chi parla!
C'era l'auto, c'era Madonna, e c'era l'immagine che non riuscivo a togliermi dalla testa: Paolo nudo sotto ai ferri. Come funzionava un intervento di ricostruzione di un organo sessuale maschile? E mentre io pensavo cercando di riappropriarmi della mia identit, loro continuavano a parlare di cucina.
Ho comprato cinque chili di bistecche con l'osso, bistecche fiorentine dal macellaio di fiducia di mia madre, cos le cuociamo alla griglia.
Desiderai essere espulsa dall'auto, come un supereroe dei cartoni animati giapponesi, ma continuai a cantare e a sorridere.
Finalmente arrivammo. La casa di famiglia di Paolo, costruita dal padre, era in localit Lido dei Pini. Paolo rallent e si infil in una serie di vie strette, dai nomi romantici: via dei Mughetti, via degli Oleandri, via delle Rose. Le bouganvillee straripavano dai cancelli alti, diffondendo un profumo dolce. Mi ricordai che Vittoria mi aveva raccontato di aver perso la verginit proprio l, una sera, davanti al camino. Mi sembr un bel posto dove operare un cambiamento.
La villa era stata costruita sulla spiaggia, un chiaro abuso perpetrato negli anni Settanta.
Che meraviglia, Paolo! esclamai, leggendo negli occhi dei gemelli stupore e felicit infantile. Dal giardino si accedeva direttamente alla spiaggia tramite un cancelletto di legno. Aspirai il profumo del mare. Vittoria e Paolo si baciarono.
Nonostante la posizione unica, quella villa aveva qualcosa di cupo, che mi turb appena entrata. I miei stati d'animo avevano pi alternanze ritmiche di un'ouverture di Gioacchino Rossini. Il salone aveva uno scuro cotto in terra e le pareti erano color ocra, leggermente lucide. I divani erano ricoperti di pelle marrone, a elle, grandi e accoglienti. Il camino, tentativo di abbattere in modo naturale le crisi energetiche, rendeva l'ambiente pi montanaro che marino. Era in pietra e notai un grande attizzatoio di ferro, che in un film di Hitchcock sarebbe stata la perfetta arma del delitto. Un tappeto dal pelo alto e folto, marrone, era in mezzo ai divani, e immaginai Vittoria e Paolo abbracciati e stesi l sopra. Un lungo tavolo fratino di legno scuro e grave era l'ultimo tocco di pesantezza. Raggiunsi il padrone di casa in cucina. Una delle pareti era tappezzata di piatti del buon ricordo, quelli che i ristoranti territoriali regalavano ai clienti pi affezionati. Mi sembr una caduta di stile intollerabile.
Vittoria e Paolo iniziarono ad armeggiare in cucina, coordinati ed efficienti. Notai che la loro intesa si saldava nel cibo. Erano complici, ironici, ammiccanti. La tavola era un altro punto di congiunzione delle loro anime.
Passami il coltello. Paolo, indossato un grembiule da cucina a quadretti rossi, dava indicazioni alla fidanzata, come un chirurgo che richiede i ferri.
Taglia il guanciale. Lo sapete che la carbonara si fa con il guanciale e non con la pancetta, vero?  stato un insegnamento fondamentale della tata.
In casa tua cucinava la tata, non tua mamma? domandai.
Mia madre  troppo impegnata con il lavoro per cucinare, ma quando si applica non la batte nessuno rispose Paolo, orgoglioso di entrambe le donne.
La mamma  fichissima aggiunse Vittoria. Una donna bellissima e molto simpatica.
Si chiama Ginevra, no? Come la moglie di re Art che lo tradisce con Lancillotto. Pensavo a uno dei miti dell'amore romantico e tormentato. Anche Vittoria era un po' Ginevra, amava chi non poteva amare.
Paolo cucina benissimo... amore mio! aggiunse Vittoria baciando il fidanzato sulla guancia.
In salone Matteo aveva acceso il fuoco. Osservai il suo profilo, il naso leggermente adunco aveva qualcosa di nobile che contrastava con la parlata strascicata, romanesca. Ci accomodammo presto in tavola.
Paolo mise su un cd di Whitney Houston. Sia io che Vittoria la trovavamo troppo smielata, una bambolina nera dalla voce incantata che diffondeva panzane sull'amore eterno.
Da quando ti piace Whitney Houston? domandai. Secondo me  pagata dai Baci Perugina per spargere notizie false sull'amore.
Quando la smetterai di far finta di essere cinica sar sempre troppo tardi replic Paolo sorridendo.
Ma ora perch metti in mezzo me? Sto parlando della Houston. Comunque ha una bella voce.
Ed  anche una gran figa disse Matteo. Ovviamente tu sei pi figa...! continu indicandomi con un gesto del mento. Si avvicin, mi cinse la vita e mi schiocc un bacio sul collo. Whitney Houston era alta due metri, con un viso angelico e un corpo perfetto: mi sentii presa in giro e mi irrigidii. Vittoria, che mi conosceva, scoppi a ridere facendomi l'occhietto.
Decidemmo di non sederci a tavola, ma di mangiare seduti sui divani di pelle o per terra, su quel tappeto morbido, gi testimone di amore. Avevo portato la macchina fotografica e chiesi a Paolo di scattarmi una foto seduta per terra in mezzo ai due gemelli. L'idea puramente teorica di avere a disposizione due bei ragazzi continuava a eccitarmi.
Indossavo una minigonna jeans e un maglioncino blu con scollo a V, a scacchi, della Burlington. La mano di Matteo si adagi, senza toccarlo, sopra il mio seno. Anche David mi abbracciava.
Paolo stapp la bottiglia di Veuve Clicquot e ci porse i calici. Guard negli occhi Vittoria e la baci sulle labbra. Li osservavo pensando a quanto mi aveva raccontato Vittoria qualche giorno prima. Subissata dalle domande di lui, gelosissimo, gli aveva confessato uno dei tradimenti londinesi: i baci appassionati con il tedesco conosciuto in discoteca. Gli aveva taciuto la storia con Oscar lo spagnolo, forse perch a quel ragazzo con gli occhiali tondi aveva lasciato un pezzetto di cuore. Le rivelazioni si concentravano su quell'esemplare di maschio tedesco a cui non si poteva dire di no. Vittoria aveva raccontato che Paolo l'aveva perdonata, come si perdona qualcuno a cui non si vuole rinunciare.
Vedendolo l, dolce e premuroso, pensai anche che alla sincerit di lei, seppur imperfetta, si contrapponeva la finzione di lui. Ci aveva riuniti prima dell'intervento chirurgico che gli avrebbe assegnato il sesso in cui si riconosceva. Eravamo le sue vestali, i suoi sacerdoti, che gli avrebbero insufflato energie e buoni auspici. Ce lo aveva anche detto: vi voglio vicini perch so che mi volete bene. E io mi ritrovavo in quel salotto borghese a recitare la parte della credulona. Stavo anch'io preservando un'ipocrisia, proprio io che l'ipocrisia la temevo e la fuggivo. E lo facevo perch mi faceva comodo. Era comodo mangiare la prelibata carbonara, era comodo contare sul loro sostegno, era comodo voler bene, era comoda anche la Maserati. Era una prospettiva completamente diversa, che ribaltava la certezza che avevo avuto fino a quel momento: di essere dalla parte del giusto. Forse ero anch'io un'opportunista, e quel pensiero mi disturb, acuendo il pensiero dissociato. Desiderai porre fine alla messinscena e giurai a me stessa che, durante la permanenza di Paolo a Lione, avrei affrontato l'argomento con Vittoria. Dovevo prendermi la responsabilit di mettere la mia amica di fronte alla verit. Vittoria avrebbe scelto se continuare la sua relazione con Paolo, ma la scelta doveva essere consapevole, non minata dall'inganno, un inganno autoinferto, perch Vittoria, palesemente, negava a se stessa l'evidenza. La caduta del velo ci poteva portare fino alla conseguenza estrema, la separazione di quella coppia cos amata. Ma io dovevo fare il mio dovere, pensai, e quella risoluzione mi atterr.
Intanto, il sangue delle bistecche colava sulla brace e sfrigolava, il suono e l'odore acre si stavano dipanando per tutta la stanza.
Elena? Quella stronza rifatta! La smetti di parlare di Elena?
Paolo si era alzato in piedi di fronte alla mia amica. Rideva, con un guizzo di follia nello sguardo che non avevo mai notato prima.
Stava succedendo qualcosa, qualcosa che mi stava sfuggendo, distratta dai miei pensieri. Cosa c'entrava ora la ragazza abruzzese conosciuta in spiaggia di cui a stento rammentavo il viso?
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Whitney Houston.
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Mentre elaboravo coraggiose strategie di disvelamento per me e la mia amica, non sapevo che il mio eroismo, peraltro tutto teorico, sarebbe stato inutile. Gli eventi, come capita sovente nella vita, stavano decidendo per noi.
Niente meglio di un piccolo disastro per risolvere le cose: una frase di Blow-Up, che nel 1987 non conoscevo, ma che anni dopo sarebbe diventato uno dei miei film preferiti. Gli imprevisti possono essere molto confortanti. Ci liberano dalle responsabilit e dalle scelte.
Come nella sceneggiatura di un film, quella sera c'era qualcosa che non sapevamo. Non la sapeva Vittoria, quasi certamente non la sapevano i gemelli. Vittoria l'avrebbe scoperta qualche giorno dopo e io successivamente, dai suoi racconti. Bastava aspettare. Il tempo  galantuomo, dicevano le nonne.
Quella sera c'era un'altra cosa che non conoscevamo, insignificante per le nostre vite, ma non per questo banale. Ascoltavamo All at once e I'm saving all my love for you e immaginavamo che quella Venere, dolce e bella, fosse amata e appagata. Withney Houston era paradigma di femminilit e grazia. Non potevamo sapere che la sua vita fosse segnata dall'infelicit e dalla negazione di se stessa. Negli anni Ottanta una donna di spettacolo, in America, non poteva dichiarare la propria omosessualit pena la perdita di consenso e fama. Withney amava una donna, sua collaboratrice e amica. Ma l'industria discografica le aveva imposto il silenzio e poi addirittura il matrimonio patinato con un uomo, acceleratore di consenso, operazione commerciale.
La fragilit di Withney non era femminilit, era dolore.
Era la dipendenza dalle droghe di cui era vittima.
Avevo sempre detestato la melensa Whitney Houston, fino a quando non ho scoperto la verit. Forse anche lei detestava se stessa. Forse guardandosi allo specchio, la mattina, nonostante il successo planetario, non si riconosceva.
Mi piace pensare che Paolo, con la sua intensa sensibilit, quella sera a Lido dei Pini, ascoltando Whitney Houston l'abbia riconosciuta come una sorella. Forse anche lei cercava la strada per affermare la propria identit. Anche lei come Paolo voleva essere libera e autentica. Non riuscendoci, aveva distrutto la propria vita, mentre Paolo stava distruggendo la mia amica, la persona che amava.
La cantante era un'artista, baciata dal dono di una voce morbida e potente. Morir in una stanza d'albergo, annegata nella vasca da bagno, probabilmente in seguito a un infarto provocato dai farmaci e dalle droghe di cui abusava.
Anche Paolo stava compiendo e avrebbe continuato a compiere abusi, ma questo, n io e n Vittoria, quella sera a Lido dei Pini, lo sapevamo.
Per tutta la vita mi torner in mente un'immagine quasi filmica, irreale.
Sto tornando a casa dalla scuola, sull'autobus che percorre corso Trieste. Dal finestrone dell'autobus scorgo, del tutto casualmente, la mia migliore amica Vittoria seduta al tavolino di un bar con un'altra giovane donna. Lo sguardo fugace coglie un posacenere pieno di sigarette e un caff fumante. Intuisco che gli occhi di Vittoria hanno uno smarrimento e che la bocca  contorta in una smorfia di disgusto. Accanto a lei c' Elena, la giovane donna abruzzese che, qualche sera prima di quell'incontro,  entrata nelle nostre vite per una telefonata incauta.
Elena sta raccontando a Vittoria la verit su Paolo ed  una verit che fa molto male.
Ovunque tu sia, Paolo, vittima del perbenismo e poi carnefice di chi amavi, sappi che io ti ho compreso.
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La telefonata.
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Ero seduta per terra nel salone della villa di Lido dei Pini, addentando un pezzo di salsiccia fumante, attenta a posizionare le gambe esposte dalla minigonna di jeans.
Basta con quella! Una culona che se non fosse ricca sfondata non se la filerebbe nessuno. Vestita come mia nonna... E tu sei pi stronzo di lei, perch ti avevo detto che non me la dovevi nominare...!
Paolo ascoltava in piedi e sorrideva, e un istante dopo anche Vittoria lo raggiunse, dritta, altera, fronteggiandolo con un sorriso di sfida. I suoi occhi neri fiammeggiavano come fossero un'estensione del camino. Era una scena dantesca, passionale, un quadro romantico. Anche gli occhi di lui fremevano di passione. La gelosia di lei lo eccitava, aveva voglia che lei continuasse a urlare, a insultarlo, a insultare l'altra. Paolo si stava misurando con un topos amoroso che lo esaltava, il sospetto di lei rafforzava la sua mascolinit. In quel momento appariva bellissimo, ancora pi sicuro di s.
Mormor, ostentando pacatezza, lentamente: Amore... ma cosa ci posso fare se lei mi batte i pezzi?.
Battere i pezzi era un'espressione usata a Roma per indicare un corteggiamento.
Ero ignara di quello che stava per succedere e mi concentrai sulla forma e non sul contenuto. I gemelli seduti per terra accanto a me ridacchiavano sornioni. Sembravano gatti compiaciuti.
Potresti ad esempio dire a questa grandissima mignotta di smetterla di cercarti...
A quel punto intervenni io. Mi ero incuriosita.
Mi spiegate che sta succedendo? State parlando di quella Elena che era venuta in spiaggia per invitarci alla sua festa? Quella Elena mezza nobile che studia Economia alla Luiss?
Puoi chiamarla mignotta come faccio io, cos sintetizzi.
Paolo a quel punto inspir sonoramente, come un guru indiano, o come un padre saggio, e rivolto a me disse: S,  lei, mi viene dietro da mesi, mi cerca, mi invita a cena....
La calma serafica di lui fomentava l'odio di Vittoria. Non era tipo da lasciar cadere una provocazione. Guard la sua platea: me e i gemelli. Soprattutto pos il suo sguardo sul sorriso malizioso di lui e pronunci la sua sfida: Ora la chiamo e la rimetto al suo posto.
Mai nella vita avrei saputo fare niente del genere. Ero troppo orgogliosa, o forse troppo riservata. Telefonare a una rivale? E perch?
Davvero la vuoi chiamare? replic lui, sempre pi intrigato.
Ne dubiti? Pensi che io non abbia il coraggio?
Va bene, vado a prendere il numero di telefono.
Paolo si allontan verso la porta di ingresso della casa, dove aveva lasciato la giacca blu con lo stemma di Ralph Lauren sul taschino. Estrasse l'agendina con i numeri di telefono. Nel frattempo, Vittoria aveva agguantato il grigio telefono a rotelle, portandolo al centro del salone. Il filo che lo collegava alla presa era teso al massimo, come l'attenzione di tutti. Si sedette anche lei per terra, accanto a noi.
Paolo rientr dondolando, con la camminata antologica da maschio alfa, un po' Alberto Sordi, un po' John Wayne.
Si accomod vicino a Vittoria. Lo vidi aprire la rubrica cercando il numero di Elena. Ma notai che quel numero di telefono lo conosceva a memoria, perch lo dett senza leggere. Il particolare mi insospett. Se davvero rifiutava le sue avances, perch conosceva a memoria il telefono della rivale della mia amica? Era segno evidente che la chiamava spesso. Se invece quello che avevo notato era un particolare innocente - era possibile che Paolo appartenesse a quella categoria di persone che memorizzano tutti i numeri - perch fingere e andare a prendere l'agendina? Infine, perch recitare quel numero a memoria, correndo il rischio di essere scoperto - cosa che infatti era accaduta - mettendo a rischio la riuscita del suo piccolo inganno?
Perch Paolo continuava a sfidarci? A sfidare la nostra condiscendenza e la mia intelligenza?
Non ebbi tempo di elaborare delle risposte, perch Vittoria faceva roteare lesta la rotella del telefono, componendo il numero. Erano quasi le undici di sera ed Elena rispose quasi subito.
Pronto, ciao, sono Vittoria, la fidanzata di Paolo. Volevo dirti che lui ama me, quindi tu devi lasciarlo stare. Non chiamarlo, non cercarlo, lui  qui vicino a me ed  d'accordo con questa telefonata.
Dall'altro capo del telefono venne pronunciata una breve frase che non udimmo. Vittoria pronunci un rapido ok, salut, cortese, e agganci la cornetta.
A posto.
Che cosa ti ha risposto? le chiesi.
Niente di speciale, mi ha detto di non preoccuparmi.
Mi stup quell'assenza di dettagli, ma non chiesi spiegazioni. Non ero pronta. Lo spettro dell'intervento chirurgico aleggiava sul salone. Tutto, rispetto a quel passaggio importante e doloroso, mi sembrava futile.
Paolo era carico come un pupazzetto a molle: rideva, saltellava per casa, continuando a stappare bottiglie di vino. Tir fuori dei profiteroles, li divise nei piatti e imbocc Vittoria e poi me. Il cioccolato dipinse baffi neri sulle labbra di Vittoria, che Paolo pul con un bacio appassionato. Sembrava un personaggio dei cartoni animati, cos distonico rispetto alla normalit dei due gemelli. Era piccolo, sgusciante eppure dominante su tutti noi.
Quella serata termin con pi di un brindisi. Bevvi molto, l'alcol allagava le colpe della mia confusione, rendendola pi accettabile. Il vino divenne il capro espiatorio del mio malessere: mi autoconvinsi che non avevo bevuto per scacciare l'angoscia, ma che l'inquietudine che provavo fosse conseguenza dei troppi bicchieri.
Sospinta dal nettare rosso di un Amarone gran riserva, chiesi un bacio anche a David. Lui non si tir indietro e mi ritrovai a districarmi tra i due gemelli, inebriata da quel piccolo harem di occhi azzurri.
Tutto divenne indistinto: le bugie, la carbonara, i profiteroles, i baci con i gemelli, la telefonata minacciosa, i timori per l'intervento di Paolo... tutto si confuse e l'alcol giustific tutto. Era cominciato l'inizio della fine.
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L'appuntamento.
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La mattina del 20 ottobre 1987, nella prima trasmissione radio del mattino, accesa nel tinello della signora Felici, gli ospiti commentarono sgomenti il crollo della borsa di Wall Street. Vittoria beveva il caffellatte in piedi, mentre la mamma le domandava se avesse interrogazione di latino. L'aveva vista studiare nel pomeriggio e si augurava buoni risultati. Vittoria grugn e le rispose dandole la notizia che sarebbe andata a scuola con l'auto del fratello invece che con il motorino. Luciano era fuori Roma con il padre, per seguire dei cantieri.
Alle 7,50 scese da casa e sal sulla Volkswagen Polo del fratello. Ma invece di dirigersi verso l'istituto, imbocc la Salaria e poi la tangenziale. A quell'ora c'era sempre traffico, ma Vittoria aveva tempo. Il volo per la Francia sarebbe partito a mezzogiorno. Alle otto e mezzo arriv al quartiere Fleming, citofon a Paolo, lui scese, sal in auto, la baci e andarono insieme a fare colazione da Euclide a Vigna Clara. Cappuccino e cornetto. Il barista disegn un cuore con la schiuma del latte nella tazza di Vittoria. Paolo compr anche una mozzarella in carrozza e un tramezzino con i funghi, li fece incartare e li diede a Vittoria: Se dovessi avere fame... cos non devi spendere soldi in aeroporto.
Raggiunsero Fiumicino alle dieci. Il volo prevedeva una tappa a Parigi, Paolo sarebbe arrivato a Lione nel tardo pomeriggio. La mamma Ginevra era gi l, per sbrigare le pratiche di burocrazia relative all'intervento. Vittoria cerc un carrello per la valigia di lui, lo aiut a sistemarla e lo accompagn a fare il check-in. Alle dieci e mezzo si baciarono per l'ultima volta di fronte agli imbarchi. Poi Paolo, camminando all'indietro e mandando baci con la mano, svan risucchiato dai cancelli e dalle insegne luminose dell'aeroporto.
Ma Vittoria non lasci subito Fiumicino. Si incammin veloce verso un telefono pubblico e compose il numero di Elena, che aveva imparato a memoria la sera prima, mentre faceva scorrere la rotella del telefono grigio, nella villa di Lido dei Pini.
Era stato un pensiero quasi automatico, dettato da un presentimento. Mentre il telefono squillava libero nell'abitazione romana della rivale, aveva avuto una intuizione negativa. E ora, salutato il fidanzato, si sentiva avvolta da sensazioni contrastanti: il dolore della scoperta e insieme la soddisfazione di aver avuto ragione. Vittoria non sapeva ancora nulla, eppure la sua voce interiore le diceva che Elena le avrebbe consegnato il tassello fondamentale, il dato mancante da rimettere a posto.
La sera prima, quando aveva intimato alla ragazza abruzzese di non importunare il suo fidanzato, aveva ricevuto una risposta che mai si sarebbe aspettata. Aveva avuto la forza e la lucidit di tacere, e noi che assistevamo alla sua intemerata iniziativa non ci eravamo accorti di nulla. N io n Paolo, n i gemelli potevamo sapere che Elena le aveva consegnato una risposta lenta e sibillina che l'aveva messa in allarme. Quella frase risuonava pi o meno cos: Cara Vittoria, le cose non stanno come te le ha raccontate Paolo. Chiamami domani e saprai la verit.
Gelata da quella dichiarazione del tutto inaspettata, Vittoria aveva seguito il consiglio. Un presagio le intimava il silenzio, arma pi potente della parola.
Vittoria si incammin verso il costoso parcheggio dove aveva dovuto lasciare la Polo del fratello. Lasci Fiumicino alle 11,10. Le lezioni a scuola terminavano alla una e mezzo, pertanto aveva poco pi di due ore per conoscere la verit.
A mezzogiorno era seduta al tavolino di un bar di corso Trieste, luogo vicino alle case di entrambe. Una aveva parlato, l'altra aveva ascoltato. Cos, dopo pi di un anno dalla scoperta del certificato anagrafico, Vittoria aveva udito dalla voce di Elena, amante di Paolo, chi era il suo fidanzato.
I due si frequentavano da quasi tre mesi. Elena aveva ventitr anni, aveva avuto altre esperienze sessuali prima di Paolo e parlava con la pacata consapevolezza dell'et e della conoscenza.
Raccont a Vittoria che Paolo era ancora biologicamente una donna. Per la penetrazione usava un pene finto. La storia della nascita con due sessi era falsa. Paolo era nato donna. O meglio, uomo in un corpo di donna. Aveva iniziato la transizione dopo un percorso lungo e doloroso, subito dopo la morte del padre, che lo aveva umiliato e picchiato. Un primo specialista non gli aveva creduto e avrebbe voluto curarlo con dei farmaci, ma la madre era sempre stata dalla sua parte e lo aveva aiutato, fino a quando aveva trovato il medico giusto e poi il chirurgo che aveva praticato la mastectomia.
Tutte le sere, quando Paolo lasciava a casa la mia amica, andava a dormire da Elena, nel suo appartamento di studentessa fuorisede. Tutte le sere da quasi tre mesi, da prima che rientrassimo da Londra.
A paragone con questo tradimento, le nostre scorribande inglesi apparivano patetiche ragazzate.
Quel giorno, rientrando a scuola con l'autobus, per uno strano scherzo del destino, mi accorsi, guardando dal finestrino del mezzo pubblico, che Vittoria era seduta al bar di corso Trieste con un'altra ragazza. L'autobus rallent nel traffico e poi si ferm, proprio davanti al bar. Vidi Vittoria e vidi Elena, che riconobbi a stento. Notai che stavano fumando e che avevano uno sguardo serio, triste. Non capii cosa stesse succedendo. La sera prima Vittoria aveva telefonato a Elena, pronunciando parole aggressive: perch ora erano insieme? Cosa le aveva spinte a incontrarsi?
Elena stava dicendo a Vittoria che lei amava Paolo. Lo amava per quello che era, una persona fragile e coraggiosa, che aveva dovuto affrontare e superare il giudizio sociale. Un ragazzo desideroso di piacere a ogni costo. Elena amava Paolo nonostante sui documenti fosse ancora Paola, o forse proprio per questo. Lo aveva raccolto e accolto, perch con lei, lui poteva finalmente essere se stesso. Ascoltava i suoi racconti devastanti, sul dolore provato fin da bambino, nel percepirsi altro rispetto alla persona che la biologia imprigionava in sembianze femminili. Sull'orrore che aveva provato nel vedersi crescere il seno, che cercava di occultare coprendosi con delle fasciature.
Elena, una ricca ragazza di provincia, si era rivelata migliore di noi, perch aveva amato senza pregiudizio. Io questo non lo sapevo, ma quando l'autobus ripart mi girai a guardarle, insospettita e turbata, con il presentimento di una tragedia incombente.
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Via Pola, Roma, luglio 1987.
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Elena Gabrielli Monti abitava a via Pola, a pochi passi dall'ingresso dell'universit privata Luiss, che frequentava con successo.
Era la pi portata per gli affari di tutta la progenie, pi dei due fratelli maschi. Il padre la adorava ed era convinto che sarebbe stata lei la fuoriclasse che avrebbe guidato l'azienda agricola di famiglia, nel momento in cui lui avesse voluto riposarsi. Essere la cocca del pap era per Elena un privilegio nel privilegio, che affrontava con senso del dovere imposto dal legame familiare. Abituata a essere controllata e messa alla prova sia negli studi che nella quotidianit, aveva sviluppato come contrappasso sofisticati meccanismi di controllo sulla vita degli altri.
La prima volta che Paolo mise piede a casa di Elena io e Vittoria eravamo a Londra.
Elena era partita dall'Abruzzo la sera del giorno precedente, una domenica di inizio luglio. A Roma la attendeva una sessione di esami. Paolo citofon all'interno 7 di via Pola spostando tra le mani il mazzo di rose e la bottiglia di champagne che aveva comprato per lei. Sentiva ronzare la voce di Vittoria che gli diceva Ti amo.
Le aveva telefonato appena un'ora prima. Vittoria, dall'altro capo del telefono fisso del residence di Oxford Street, gli era parsa allegra e frettolosa. La consapevolezza deludente che l'oggetto del suo amore potesse essere felice senza di lui lo torturava da giorni. Nel corridoio del residence di Londra, mentre Vittoria parlava, Paolo udiva sovente il vociare degli spagnoli che la chiamavano. Chi erano quei ragazzi? Non riusciva a capire cosa stesse succedendo e l'angoscia della possibile perdita dell'oggetto amato lo tormentava. Cosa stava facendo, con chi usciva, come si divertiva...? Paolo teneva per s tutte le domande perch sapeva che verbalizzare il dubbio sarebbe stato controproducente. Cos, per insinuare sensi di colpa, aveva inventato la storia del cugino in coma dopo un incidente con la moto. A Roma ci sono tanti incidenti con automobili e motorini, aveva pensato, in tanti muoiono, entrano in rianimazione. Uno di loro, senza nemmeno che io lo sappia, potrebbe essere un mio parente... Era talmente abituato al mascheramento che non riusciva pi a distinguere la verit dalla menzogna.
Paolo vivisezionava la voce della fidanzata con acribia. Sapeva che si poteva dire Ti amo in tanti modi diversi. Sussurrandolo durante i baci, esclamandolo nel silenzio, trascinando le due parole con sciatteria. Erano giorni che Vittoria era sciatta e lui si arrovellava nella convinzione che perderla potesse avere come conseguenza perdere se stesso. Conosceva quella sensazione e la temeva pi del dolore fisico.
Di fronte al citofono di via Pola, un istante prima di spingere il pulsante dell'interno 7, Paolo si rivide in ginocchio, sul parquet color ciliegio dell'appartamento dei genitori al Fleming. Vide una ragazzina dai capelli corti riparare la faccia dagli schiaffi del padre. Aveva tredici anni e dopo lo shock provocato dall'aggressione paterna, stava per conoscere il significato della frase: spezzare il cuore. Erano trascorsi quasi dieci anni, eppure il ricordo di Marina, di quei primi baci appassionati era tangibile come il peso dello champagne che teneva in mano. Marina era stata insieme la consapevolezza e la ferocia. Marina lo aveva tradito con un ragazzo normale. Aveva ostentato quel nuovo innamorato in tutto il quartiere. Per mesi, Paolo, rinchiuso in casa dal padre, la vedeva sfilare sotto le finestre della sua cameretta, mano nella mano con quel ragazzino. Lui le toccava impudicamente il fondoschiena e lei lo lasciava fare, con una naturalezza disinibita che per Paolo rappresentava una doppia ferita. Era geloso di quel ragazzo ed era terrorizzato all'idea che, a lui, la naturalezza di mostrare l'amore per una ragazza non sarebbe mai stata consentita. Si immaginava che quella clausura imposta dal padre non avrebbe mai avuto una fine, come un ergastolo senza possibilit di ravvedimento.
Davanti al citofono di Elena, sent pulsare una delle minuscole cicatrici che si era provocato tagliandosi con le lamette del padre. Tornavano a farsi sentire nei momenti di maggiore agitazione, come se vivessero di una vita propria, ma collegata al suo cuore.
Quella sera di inizio luglio, mentre citofonava a Elena, Paolo aveva intuito che stava per prendersi la rivincita con il padre ormai morto da anni e con la ragazzina che somigliava a Sydne Rome e che gli aveva spezzato il cuore. La profezia di condanna non si era avverata. Era diventato un uomo libero, libero di avere una fidanzata e ora persino un'amante.
Buonasera, Elena le disse sorridendo, nascosto dal mazzo di rose a gambo lungo. Sono qui per farti trascorrere una serata indimenticabile.
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Transessualismo, 1985.
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Paolo stringeva tra le mani il certificato medico redatto dalla psichiatra Francesca Rosmini che lo aveva in cura. C'era scritta una diagnosi: transessualismo. Sono affetto da transessualismo,  una malattia incurabile, pens sorridendo amaro, rileggendo il suo nome scritto al femminile.
La prima volta che aveva incontrato la donna che aveva dato un nome alla cosa che avvertiva da quando aveva pochi anni di vita, si era sentito rassicurato e inquieto nello stesso tempo. Lo studio medico era a piazza Bologna, una rotonda su cui troneggiava un imponente palazzo fascista, sede delle Poste. Una struttura curvilinea e ingiallita dalla Storia che lo faceva sentire insignificante ogni volta che la costeggiava per arrivare allo stabile dello studio psichiatrico. Aveva inaugurato il 1984 entrando l il 3 di gennaio, accompagnato dalla mamma.
Mio figlio ha diciotto anni e da un po' di anni mi chiede di chiamarlo al maschile. Si sente un maschio. All'anagrafe  una ragazza e si chiama Paola. Ginevra si era presentata cos. Paolo la teneva per l'avambraccio, pi basso di lei che portava i tacchi.
 pi giovane di me, aveva pensato la mamma osservando il volto della psichiatra, che aveva i capelli biondi e corti e uno sguardo fermo. Non avr nemmeno quarant'anni.
Francesca Rosmini aveva cominciato a occuparsi di transessualit studiando i testi di Harry Benjamin, un medico tedesco nato nell'Ottocento e poi trasferitosi nei primi anni del secolo successivo a San Francisco, negli Stati Uniti. Benjamin era stato uno dei pionieri di quella materia. Nel 1968 era stato pubblicato anche in Italia il suo testo fondamentale: Il fenomeno transessuale. Rapporto scientifico sul transessualismo e sui cambiamenti di sesso. Ginevra not quel titolo, impresso sulla costa di un volume giallino, nella libreria dello studio della dottoressa. Chiese il permesso di consultarlo.
Certamente rispose la dottoressa. Ora per vorrei parlare con Paolo, da sola.
Francesca Rosmini era stata spesso accusata dai colleghi di avallare uno stato patologico, invece di contrastarlo curandolo. Chi si dichiarava donna in un corpo di uomo, o uomo in un corpo femminile, era considerato schizofrenico. Qualcuno era stato sottoposto anche all'elettroshock, perch farmaci e colloqui non riuscivano a produrre l'effetto sperato, di rientro nel genere biologico. In quanto portatori di discrasia tra mente e corpo, si riteneva che versassero in un delirio che li allontanava dalla realt e che dovessero essere ricondotti alla normalit attraverso terapie riparative. A Francesca le critiche degli altri specialisti dispiacevano. Perch lei amava il suo lavoro e sentiva che stava percorrendo la direzione giusta.
Questi pazienti sono funzionali in tutti i campi della vita, tranne che nell'attribuzione del genere. Sono soggetti che non presentano nessun altro disturbo. Sono lucidi ed efficienti. Perch dovrebbero delirare sull'identit? replicava Francesca e andava avanti, confortata da pochi altri colleghi.
Lo spieg anche a Paolo, dopo aver convocato in stanza anche Ginevra.
Iniziamo un percorso di psicanalisi per accertare la tua condizione.  un percorso che durer a lungo. Se lo desideri, questo cammino che condurremo insieme potrebbe giungere fino all'operazione chirurgica per il cambio di sesso e quindi del nome sui documenti. Il problema  che non esistono strutture in Italia, per ora. La legge sul cambio di sesso  molto recente,  stata approvata soltanto meno di due anni fa.
La dottoressa parlava lentamente, calma.
Quanto sar difficile il percorso? Quanto dovr soffrire? domand Ginevra, preoccupata, senza rendersi conto che Paolo le era seduto accanto. Aveva acconsentito alle stranezze della figlia per anni, senza contrastarla, ma vivendo costantemente con il dubbio dell'errore. Ogni mattina, quando vedeva quella ragazza vestita da ragazzo che corrispondeva a sua figlia uscire di casa diretta alla scuola, si domandava se stesse compiendo la scelta giusta. Avrebbe voluto avere il marito al proprio fianco, ancora in vita, solido, soddisfatto, senza mai un'esitazione esistenziale. Ma sapeva anche che Arnaldo non avrebbe mai acconsentito alle scelte di Paolo e, alla fine del ragionamento, Ginevra concludeva che tutto sommato era stato meglio che fosse morto. Da vivo, sarebbe stato solo un intralcio. Cosicch, mentre rivolgeva a quella donna pi giovane di lei domande ansiose sul futuro della figlia, cap che la stava interrogando anche su di s. La ascolt come fosse un oracolo e sper in un responso incoraggiante, che arriv.
Paolo soffrirebbe molto di pi nel negare la propria identit. Questa  l'unica cosa di cui lei, signora, pu essere certa. Se non avr paura, neanche Paolo l'avr.
Dopo la terapia psichiatrica, con la diagnosi ormai accertata, Paolo aveva un solo desiderio: operarsi. La vita era in debito con lui e, grazie alla chirurgia, poteva saldare i conti.
Nell'inverno del 1986, seguendo una amica transessuale, vol diretto a una clinica in Brasile per farsi togliere il seno. Al risveglio, nonostante il dolore e l'ottundimento dell'anestesia, sent che quello era il giorno pi bello della sua breve esistenza.
Quell'estate, a una festa in Abruzzo, incontr la mia amica Vittoria e se ne innamor.
Pi volte, nelle sedute di terapia, la dottoressa Rosmini spinse Paolo a raccontare la verit a Vittoria. Pi volte lo incoraggi a essere sincero. Paolo le mostrava le foto della mia amica, e la psichiatra sapeva anche che, dopo il suo trasferimento a Firenze, era Vittoria ad accompagnarlo alle visite.
Paolo stava quasi per cedere e rivelarsi, quando, in un giorno di primavera, Vittoria lo chiam per dirgli che la madre le stava facendo una scenata perch aveva recuperato un certificato di nascita dove c'era scritto che lui era una donna. Sent la voce della ragazza amata tremare per l'indignazione. Avvert la sua sconfinata fiducia, il suo amore cieco e incondizionato. Paolo si spavent, come un bambino nel tunnel degli orrori del luna park. Il terrore di perderla lo avvilupp in una morsa di disperazione. Vittoria lo amava perch era convinta che fosse un uomo, e se lui, Paolo, fosse riuscito a persuaderla che quel certificato di nascita era frutto di un errore, se avesse superato anche quell'ostacolo, con l'intervento chirurgico tutto si sarebbe appianato. Pervaso di infantile ottimismo, sal sulla Maserati e corse da lei.
Invent la storia della doppia sessualit alla nascita, del padre violento. Invent, avvolgendosi nelle parole come in una armatura. E quando Vittoria credette anche a questo, cap che non poteva pi tornare indietro.
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Quartiere Trieste, ottobre 1987.
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Vittoria era a casa, sola, in lacrime.
Arrivai da lei appena convocata. Pioveva. La trovai stesa sul letto che strappava fotografie. Infilzava l'immagine di Paolo con le forbici da cucina e poi le riduceva in pezzettini sottili. Prese un accendino e tent di dare fuoco a una foto che avevo scattato io, al mare, dove lei e Paolo si baciavano sulle labbra. Sventai l'incendio di casa afferrando le mani di Vittoria che si sbracciavano disordinatamente, come un posseduto davanti all'esorcista. Ripeteva come un nastro inceppato solo una frase: Sono stata una stupida, una stupida, una stupida.
In cucina, sul piano accanto al lavello, una bottiglia di vino rosso era aperta e vuota. Vittoria era anche un po' ubriaca. Il suo corpo maestoso sembrava accasciato come la poltrona di Fracchia, quella che si deformava sotto il peso di chi ci si sedeva.
Come ho potuto non capire? Come ho potuto farmi ingannare in questo modo?
Lo hai chiamato? Ci hai parlato?
Certo. Nega tutto. Dice che lei  una pazza innamorata, che lui l'ha scopata una volta sola quando noi eravamo a Londra. E siccome in seguito lui l'ha rifiutata, lei ha cominciato a perseguitarlo.
E non potrebbe essere vero? domandai con un filo di speranza. Nel mio universo valoriale il tradimento era la peggiore delle colpe. Ovviamente mi riferivo al tradimento altrui, perch quelli che aveva compiuto Vittoria non mi apparivano rilevanti. E poi Paolo li aveva gi perdonati, quindi era come non fossero avvenuti.
Mi focalizzai sulla questione pi semplice per non dover affrontare la pi complessa. Nel mio intimo, consideravo la sessualit ambigua di Paolo un argomento chiuso, non negoziabile. Non ce ne eravamo mai occupate davvero: n io n Vittoria avevamo mai considerato razionalmente l'eventualit che Paolo fosse davvero colui che ci veniva descritto e che avesse mentito.
Adesso tutto esplodeva.
Paolo  una donna! Non capisci? Ti rendi conto che sono stata pi di un anno insieme a una donna? E non me ne sono accorta? Lo capisci?
Vittoria mi guardava infuriata. Gli occhi neri sembravano quelli di un toro uscito nell'arena. La abbracciai e posando il capo sulla mia spalla, lei sembr rimpicciolita, inerme. Non avevo fatto nulla per aiutarla a decifrare i segreti di Paolo e ormai era troppo tardi.
Tutte quelle bugie sulla sua sessualit, sul padre che lo aveva ferito... capisci che questo stronzo mi ha raccontato solo fandonie? Un anno e mezzo di cazzate! E io gli credevo... credevo a tutto quello che mi raccontava.
Quindi a Lione sta facendo l'operazione di cambio sesso? Quindi adesso lui non ha il pisello...  questo che ti ha detto lei... come si chiama... Elena?
 proprio cos. Per questo non si voleva far toccare, per questo lasciava sempre le luci spente. E io non mi sono mai imposta, pensavo fosse una ritrosia perch lui era cicciotto e non voleva che vedessi la sua pancia...
Quindi tu non l'hai mai toccato... l? Mai?
Vittoria mi guard negli occhi senza rispondere. Scosse il capo in un no. Per quanto fossimo le migliori amiche l'una dell'altra, capii che si vergognava. Cercai di mitigare il mio sguardo di sorpresa e cacciai indietro le parole.
Conoscevo Vittoria da sempre e la consideravo una ragazza intelligente, acuta. Era la mia migliore amica e per questo era un po' folle, come me. Ma cosa doveva essere scattato nel suo cervello da impedirle di svolgere una ricognizione dell'apparato sessuale del suo fidanzato?
Mi compariva davanti agli occhi l'immagine di Paolo: un ragazzo sorridente, un po' sbruffone, curioso, simpatico. Sicuramente dotato di fantasia al limite della mitomania. Avevo sempre pensato che si fosse costruito una realt biografica romanzata, che fosse nato femmina per poi diventare, in un modo che ignoravo, uomo. Non avevo mai indagato, non solo perch non volevo rinunciare a lui, ma anche perch nel profondo pensavo che Vittoria fosse consapevole della natura di lui. Che avesse taciuto con me per pudore. Le concedevo di conservare uno spazio intimo, segreto, soprattutto perch la sua con Paolo era una relazione cos particolare.
Il suo pianto disperato era la prova che mi sbagliavo. Vittoria piangeva per il tradimento, ma piangeva anche per l'inganno perpetrato da Paolo. Piangeva per l'umiliazione subita.
La sollevai dal letto e la portai in bagno, lavandole la faccia. Entrai in cucina e le preparai una camomilla.
Seduta al tavolo da pranzo con la tazza fumante, soffiandosi il naso, aggiunse.
Sai, io sono grata a questa Elena. Non la odio, anzi, le sono riconoscente perch mi ha fatto aprire gli occhi. Come ho potuto non capire chi fosse quel mostro...?
Tir su con il naso e sollev il viso, tornando per un attimo la mia amica fiera di s. Vittoria non voleva essere consolata, n io avrei saputo come fare. La sua ingenuit era stata colossale. Pensai che l'amore dovesse essere una gran fregatura, se obnubilava il cervello fino a questo punto.
Una donna... Paolo  una donna.
Tornai a riflettere su questa frase. La stessa frase di mia madre, di sua madre. Per quel poco che avevo capito, Paolo non era una donna. Non era come noi. Paolo era un ragazzo nato per sbaglio in un corpo di donna.
Provai a dirlo a Vittoria, che mi rispose furiosa.
Adesso lo vuoi difendere? Dopo quello che mi ha fatto?
Non voglio difendere nessuno. Per degli indizi li avevi avuti... la cosa grave  il tradimento, la storia parallela. Si  forse voluto vendicare di quello che  successo a Londra? Perch io sono convinta che Paolo ti ami.
Paolo ama solo se stesso. Gliel'ho detto, al telefono, ma lui nega di avermi messo le corna e replica...
Vittoria si interruppe. Come se stesse pensando e analizzando le parole del suo ormai ex fidanzato.
Mi ha risposto con un tono quasi sprezzante: Ma tu lo sapevi chi ero, no?.
In salone, il telefono non aveva mai smesso di squillare, con intervalli di qualche decina di minuti.
Non rispondi?
No. Tanto so che  lui. Non voglio pi sentire la sua voce per tutto il resto della mia vita. Non voglio pi vederlo. Spero che muoia, che si impicchi, che lo ammazzino.
Il pacchetto di sigarette Philip Morris azzurre era quasi terminato. Mi accesi la decima sigaretta del pomeriggio.
A tua madre cosa dirai?
Non ci ho pensato. Non me ne frega niente. Non le dir nulla, non voglio darle soddisfazione.
Dovrai dirle prima o poi che non state pi insieme...
Con calma. Non sono tenuta a darle spiegazioni. Pensa a quanto godimento per quegli stronzi dei miei genitori e di mio fratello...
Era come se tutto l'universo relazionale di Vittoria roteasse in un girone infernale dantesco. Ero l'unica figura affettiva che si salvava. Le dissi che dovevamo inventare qualcosa da raccontare, perch Paolo non si sarebbe scoraggiato facilmente, non avrebbe smesso di telefonare a casa.
Hai ragione, dovr dire la verit. Un po' edulcorata. Dir di attaccare la cornetta quando sentono la sua voce.
Pensai a Paolo chiuso in una clinica, prossimo ad affrontare l'operazione che lo avrebbe traghettato verso una nuova vita. Stava nascendo e morendo nello stesso momento, perch la fine di un amore cos importante era un lutto. Eppure l'operazione era una resurrezione: l'avrebbe fatto finalmente entrare nel mondo dei maschi. Moriva Paola dopo lunga agonia, nasceva Paolo dopo lunga gestazione.
Nonostante tutto, non riuscivo a odiarlo.
Adesso usciamo. Ha smesso di piovere e tu devi prendere aria.
...
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Fleming, qualche settimana dopo.
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Paolo era ancora degente nella clinica di Lione, quando, dopo aver tentato disperatamente e inutilmente di farsi perdonare da Vittoria, chiam me.
Serena, amica mia, devi aiutarmi. Vittoria si  messa in testa una storia assurda: che io l'abbia tradita con quell'altra... cio, una volta  successo, quindi s, hai ragione, c' una parte di verit, ma in fondo anche lei a Londra mi ha messo le corna! No, non  vero che fosse una storia parallela... Elena sapeva di Vittoria. Ma no, aspetta, non  vero che durava da mesi... forse  successo solo due volte, due volte solamente. Questo per me  un periodo complicato, e poi la conosci la tua amica, non ha un carattere semplice... certo, non dovevo tradirla, ma siamo esseri umani. Io la amo. Amo solo lei!
Qualsiasi cosa gli replicassi per metterlo di fronte alla verit, lui trovava vie d'uscita. Lo immaginavo steso in un letto, attaccato a una flebo, le lenzuola sgualcite dai suoi movimenti intemperanti. Dell'intervento chirurgico non mi disse nulla, solo che l'aveva superato e che sembrava andare tutto bene.
Il ricovero dur due settimane e, quando Vittoria smise di rispondergli al telefono, lui, per tutta la durata della sua permanenza in clinica, mi telefon ogni giorno, anche pi volte al giorno. Quando era mia madre a rispondere al telefono parlava anche con lei.
Mia madre aveva sempre nutrito una certa simpatia per Paolo e saperlo ricoverato in una clinica, sofferente nel fisico e nell'animo, aument l'empatia verso di lui. La sindrome infermieristica, tipica di tante donne della mia e della sua generazione, comportava il non arretramento di fronte alle disgrazie altrui. Se qualcuno stava male, andava ascoltato. Con mia madre Paolo piangeva per ore, incurante del costo delle telefonate internazionali. Entr in campo anche la mamma di Paolo, una bionda signora sorridente che avevo incontrato di sfuggita una volta sola, nella casa del Fleming. Il figlio la incaric di spedirmi le cassette della segreteria telefonica su cui erano registrati i messaggi audio di Elena. Voleva dimostrarmi che era stata sempre lei a cercarlo. Le ascoltai con ritrosia. Mi imbarazzava violare l'intimit di quella ragazza. Ma poi cedetti alla curiosit. E mi stupii nell'ascoltare le parole di amore, la foga e la passione che lei gli indirizzava. Paolo aveva ragione: Elena lo adorava e lo desiderava. Restai interdetta. Come era possibile che una donna ricca, piacevole, brillante, si fosse consegnata a lui con tutto quell'ardore?
Quando neanche quella prova bast a farlo ricucire con Vittoria, Paolo rilanci.
Ho un cancro mi disse in uno di quei quindici giorni. Per me c' davvero poco da fare, ho i giorni contati... Hanno tentato di nascondermelo, ma la diagnosi  spietata.
Ascoltai attonita. Era palesemente una bugia. Non ebbi il coraggio di replicare: era la bugia di un mentitore disperato.
Devi avvisare Vittoria che questi potrebbero essere i miei ultimi giorni di vita.
Vittoria non solo era intenzionata a non vederlo mai pi, ma decise che gli avrebbe restituito tutti i suoi regali. In poco pi di un anno insieme aveva ricevuto diversi pezzi di valore: una veretta di brillanti, un paio di braccialetti d'oro, un ciondolo con incise le iniziali V e P e varia altra chincaglieria. Riemp una grande busta di carta e me la consegn.
Cos, qualche giorno dopo il suo rientro a Roma dalla Francia, andai a trovare Paolo a casa. Avevo con me, custodite nello zaino, le gioie da restituire.
Era un sabato di novembre e il grigiore della giornata collimava con la mia tristezza. Le palazzine di Roma Nord erano belle e finte. Mi ero sempre domandata perch la gente desiderasse vivere in questi quartieri, dove nulla rimandava alla storia e alla grandezza della capitale. Io e Vittoria sognavamo Campo dei Fiori: un luogo vivo dove si andava a bere un bicchiere di vino nell'unico locale della piazza e, siccome il bar non aveva il permesso per i tavolini all'aperto, si restava in piedi fino a quando le gambe non venivano meno per il troppo alcol ingurgitato. Nella piazza la statua severa, a capo chino, di Giordano Bruno, il filosofo che la Chiesa aveva messo al rogo tanti secoli prima, mi ricordava che a Roma, oltre agli imperatori e ai papi, avevano regnato precariet e ingiustizia.
La storia di Paolo mi aveva dimostrato che la vita era caos e Campo dei fiori era il luogo giusto per aderire alla brutalit dell'esistenza. Le palazzine accurate del Fleming, con gli ampi balconi innaffiati dagli irrigatori automatici, i portieri solerti e i marciapiedi puliti, erano solo un patetico tentativo di porre ordine al caos. Una facciata, leccata come le facciate degli immobili, che nascondeva imprevisto e fragilit. Avevo creduto che Paolo amasse Vittoria incondizionatamente. Ero convinta che la adorasse, che non potesse vivere senza di lei. Tutto avrei potuto immaginare, ma non un tradimento. Tradendo lei aveva tradito anche me. Nella mia morale personale, era imperdonabile.
Citofonai all'appartamento di via Bevagna pensando che sarebbe stata l'ultima volta che lo vedevo. La separazione era un evento ineluttabile, l'unico possibile.
Mi apr la porta la mamma, una signora bella, giovane, per niente somigliante a Paolo. Era bionda, con occhi e carnagione scura. Conservava un avanzo di abbronzatura probabilmente rafforzata dalle lampade. Fu gentilissima e, dall'accoglienza che mi riserv, intuii che stava sperando che, almeno io, non abbandonassi il figlio.
Paolo  in bagno, sta completando la medicazione... arriva subito. Vuoi qualcosa da bere? Una Coca-Cola? Abbiamo anche un po' di pizza calda presa dal fornaio... hai fame?
La sua premura mi intener. Non accettai nulla e rimasi in piedi, come sull'attenti, nell'attesa di compiere il rito espiatorio, la restituzione dei doni, la cesura definitiva. Quando arriv Paolo, la mia sicumera vacill.
Camminava lentamente. Mi sorrise e si accomod subito sul divano di velluto celeste. Mi sedetti di fronte a lui, imbarazzata.
Paolo era dimagrito e appariva ancora pi minuto del solito. Pareva rimpicciolito, come se fosse una versione ridotta del ragazzo che avevo frequentato per un anno. Indossava dei pantaloncini di spugna e una maglietta a maniche corte, che mostravano le due ampie ferite causate dall'intervento chirurgico. Sia il braccio sinistro che la gamba erano avvolti dalle bende. Pensai che i muscoli squartati fossero stati utilizzati per ricostruire l'organo sessuale maschile. Quale sofferenza emotiva poteva aver provocato una simile volont di mutilazione? Quanto dolore doveva aver provato per consentire un tale squarcio nel suo corpo? Paolo era un uomo dilaniato, nello spirito prima che nel corpo. Di fronte a quella devastazione, l'angoscia della mia amica pass in secondo piano. Quello che aveva passato Paolo non era paragonabile a nessuno dei nostri patimenti. Tutto mi sembr ridicolo: la mia infelicit amorosa, le incomprensioni domestiche, la pesantezza della scuola, persino il tradimento. Vittoria era giovane e avrebbe dimenticato in fretta. Ma le cicatrici sul corpo di Paolo sarebbero rimaste l, a ricordare quanto la vita possa essere ingiusta.
Gli chiesi come stava e mi rispose che stava bene. Non aveva pi fatto cenno alla storia del tumore incurabile e io tralasciai di riaprire quel capitolo. Non gli chiesi nulla sull'operazione chirurgica. Eppure Paolo, presentandosi in quel modo, mi aveva a suo modo lanciato un segnale di sincerit. Era l'ultima occasione che avevo per entrare nel suo mondo. Mi aveva aperto la porta, ma io non la varcai. Non ero sufficientemente forte, e forse nemmeno cos buona. Il disagio mi avvolgeva come una cappa soffocante: mi torn in mente il suo seno mutilato che avevo visto al mare, la foto scontornata di lui bambina. Quelle immagini si sommarono a quella attuale del braccio e della gamba fasciati. Sentii di dovermi proteggere. Pronunciai qualche frase generica e salutai mamma e figlio. La loro porta si richiuse per sempre.
Paolo prov a telefonarmi qualche altra volta, ma a ogni chiacchierata diventava sempre pi aggressivo e recriminatorio verso la mia amica. Lasciandomi mi ha dimostrato chi era davvero mi disse. Un'egoista non disposta a capire, una viziata... Sono stato uno stupido a pensare che mi amasse. Non potevo accettare quelle parole e quindi incaricai mia madre di rispondere al telefono e di negare che io fossi in casa. Dopo un paio di volte Paolo cap e non mi chiam pi. Di lui non ebbi pi notizie.
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I ricordi.
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Mind the gap dice la voce registrata che avvisa i viaggiatori della metropolitana di Londra di stare attenti al gradino. Lo dice a ogni fermata. Gap significa anche vuoto e forse per questo quel messaggio diventa filosofico, un monito per l'intera esistenza. Attenti al vuoto, cercare il pieno, ma come si riempie una vita? Figli, nipoti, un marito, uno o pi lavori, la casa, lo shopping, qualche lettura e un po' di film. Gli amici. Mind the gap, lo dice strascicando la i e atterrando sulla a di gap. Sembra un mantra ripetuto ogni volta che il treno della metropolitana si ferma. Il glorioso Underground di Londra, simbolo dell'efficienza anglosassone, spauracchio dei monaci buddisti che venendo in visita in Occidente nella prima met del secolo scorso ne rimasero impressionati: Viaggiano stipati in corazze di acciaio, al chiuso di tunnel senza via d'uscita. Gli inglesi sono degli insani, dei disperati, vanno aiutati commentarono con chi li aveva condotti l.
Mind the gap: quella voce l'avrei riconosciuta tra mille. Io e Vittoria ne ridevamo, a ogni fermata, facendo il coro all'annuncio. Quella voce non c' pi:  stata sostituita da una pi affabile e meno imperativa, come se, invecchiando, la metropolitana sotterranea di Londra avesse sentito il bisogno di ingentilirsi.
Quella voce sparita risuona ancora perfetta nelle mie orecchie. Come l'odore della citt, rimasto uguale, a distanza di decenni. Un odore di carne bruciata e di salsa agrodolce: lo avverti all'uscita dei negozi, per la strada, nei luoghi pi impensabili. Le citt italiane non hanno odori, neanche quelle francesi, Londra ne possiede uno, inconfondibile, perch io lo riconosco. O forse dipende dall'averlo annusato da adolescente?  cos quindi che funzionano i ricordi? Una voce, un suono, un profumo, la lunghezza della scala mobile della fermata di Oxford Circus, che mi spaventava da ragazzina, circondata dalle pubblicit dei musical. Cats c'era negli anni Ottanta e c' ancora, come il baracchino a Leicester Square che ne vende i biglietti.
L'ho imparato negli anni: la memoria  selettiva, non  l'hard disk di un computer. Ma cosa ci fa conservare un ricordo ed eliminarne un altro?  il 2017 e passeggio per Londra.
Perch ricordo l'insegna del grande negozio di musica HMV, il simbolo della Voce del padrone con il cane che ascolta il grammofono? E perch ho dimenticato l'indirizzo di Selfridges, e ricordo invece che in quei grandi magazzini io e Vittoria andavamo a truccarci, scroccando i tester posati sul bancone delle migliori marche di maquillage? Ogni giorno un ombretto diverso, la mattina un rossetto, il pomeriggio un lucidalabbra, fino a quando le commesse si avvicinavano chiedendo: May I help you? e capivamo che ci avevano scoperte, che stavamo esagerando. Le insegne di Chinatown. Il Trocadero a Piccadilly: ricordo che quando ero ragazzina lo avevano appena riaperto, ma non ricordo cosa c' dentro. La fontana a cui ci davamo appuntamento. C'era un piccolo parco dove andavo a rilassarmi e a fumare sigarette, ma non riesco pi a localizzarlo. Torno a Londra nel 2022: perch camminando mi ricordo di Argyle Street, che  una via stretta, non particolarmente interessante? Cosa ci trovavo? Chi ci ho incontrato? Sono su un taxi e riconosco la stazione di Great Portland Street, ma non la collego a nessun indirizzo. Perch ricordo le confidenze di Carlo, il ragazzo di Padova, e quante parole, racconti, intimit invece ho dimenticato?
Ci sono tante vite dietro di me, in un'altra epoca sarei stata considerata una donna anziana. Chiudo gli occhi e vedo. Vedo il volto pacioso dei monaci buddisti che ho incontrato in un monastero sperduto della Cina, e lo sguardo aggressivo di un venditore del Sud del Marocco. Vedo quella collega che vestiva fuori moda e che noi crudelmente prendevamo in giro. Ricordo quel ragazzo che incontrai in discoteca e le sue parole sprezzanti quando lo rifiutai: Pensavo che ci saresti stata. E il mio bruciante e ridicolo senso di colpa. Ricordo una vigilessa che era venuta a casa a consegnarmi una multa e aveva deciso di raccontarmi tutte le sue disgrazie, finendo con il piangere sul divano. Ma non ricordo il compagno di scuola con cui trascorsi una vacanza. Per la verit non ricordo nemmeno la vacanza. Che senso ha vivere, anche intensamente, se poi i file della memoria si intasano, e volti, immagini, sapori, profumi si dileguano? Sar questo il destino dell'invecchiamento, assistere allo sgretolarsi delle nostre esperienze, tentare miseramente di riannodare fili sbrillentati?
Chiudo gli occhi e ascolto: l'aria di Don Ottavio del primo atto del Don Giovanni cantata da Alfredo Kraus e ora come sempre immagino un amore potente. Chiudo gli occhi e mi appare Paolo dopo l'operazione, seduto sul divano di casa della mamma, gli arti fasciati. Non riesco a ricordare le sue parole, perch ora come quando lo vidi mi sento sopraffare dall'empatia e dalla compassione. Crescendo, ho imparato a fare sempre una domanda in pi. Ho imparato che porgere l'orecchio all'ascolto  il pi bel regalo che si possa fare agli altri e a se stessi. Che il concetto di inopportuno  spesso utilizzato per fuggire dal malessere altrui. Se avessi parlato con Paolo quel pomeriggio, sarebbe cambiato qualcosa nella sua esistenza? Avrei potuto essergli di conforto? E sarebbe stato un flebile pannicello, o l'inizio di una rinascita?
Se mi concentro mi rivedo con Vittoria commentare il tradimento di Paolo: lei con i jeans scuri sulle scarpe da ginnastica, la cintura in vita, un maglioncino rosso con la manica a palloncino, i capelli neri scalati ai lati e gonfi in cima. Mi sta davanti e mi dice, con il labbro fremente: Come posso essere stata cos stupida? Perch ho creduto alle sue bugie?.
Perch eri innamorata. Una donna innamorata si trova al pi basso gradino della scala intellettuale.
Era una citazione da Io ti salver di Hitchcock. Ingrid Bergman, psicanalista innamorata di un bellissimo e patologico Gregory Peck.
E forse lo volevi salvare dalla sua vita cos tragica.
Ma perch mi ha tradita? Perch?
Perch, nella tradizione maschile, l'uomo tradisce. Paolo voleva essere uomo e si  comportato da maschio.
Da maschio stronzo.
S, da maschio stronzo.
Tale e quale a mio padre.
Ma tu non sei tua madre.
Forse sono lesbica. Ho amato una donna.
Non era una donna.
No?
Non ricordo che poche frasi e invece ricordo perfettamente Paolo che mi dice: Sei una persona speciale, un giorno un uomo lo scoprir e quell'uomo sar la persona pi felice della terra.  allora che apro gli occhi e il mondo mi appare sempre uguale, nei giorni antichi, in quelli attuali e futuri: bellissimo e crudele.
Per decenni non ero pi voluta tornare a Londra. Era come non voler vedere un fidanzato che avevi tanto amato per la paura di restarne delusa. E passeggiando per i luoghi che riconosco come miei, comprendo che, come quando l'amore ci rende ciechi dei difetti o delle inadempienze dell'oggetto amato, cos nel nostro breve passaggio sulla Terra il cervello e il cuore immagazzinano quello che pi ci serve a restare vivi.
Dimenticare  la soluzione pi efficace per sopravvivere al male di vivere. Tuttavia, quale anima potrebbe riconoscersi, senza proteggere il ricordo della tristezza? Senza il dolore come fattore identitario, che ci rappresenta la differenza tra gioia e tormento, cosa ne sarebbe della lotta quotidiana per la ricerca della felicit?
Spalanco gli occhi sul cielo e faccio riaffiorare la sofferenza che ho sconfitto. Coccolo l'angoscia provata come dono di forza, o di fragilit. La amo, perch  mia, fa parte di me e la mia storia sono io, con tutta la mia approssimazione.
E cos, ricordo il dolore provato quando l'uomo che amavo usc dal mio appartamento, perch se non lo sentissi pi presente in me vorrebbe dire che ho amato invano, e quello s che sarebbe davvero intollerabile.
...
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Todo cambia.
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In una notte di aprile, il giorno della festa dei cento giorni prima della maturit, Vittoria riusc a portarsi a letto Gianfranco. Mi telefon la mattina dopo:  tutta un'altra cosa. Non c' proprio paragone. Nemmeno alla lontana. Che stupida che sono stata.
Non fece nemmeno il nome di Paolo. Non ce n'era bisogno. Di lui anche il nome doveva essere sepolto. Una coltre di oblio la pi spessa possibile stava cadendo sulla sua memoria, perch Vittoria voleva solo dimenticare, cercando di scolorire quella che giudicava la macchia nera della sua candida biografia: aver amato un transessuale imbroglione e fedifrago. La scoperta delle gioie del sesso la aiut. Gianfranco fu un ponte verso l'amore successivo. Gli uomini ponte sono in generale una categoria assai utile per attraversare il fiume limaccioso della vita amorosa.
Dopo quella telefonata infilai una cassetta nello stereo: conteneva una canzone che adoravo, Todo cambia, cantata da Mercedes Sosa. Se questo concetto, simile a quello del panta rei degli antichi filosofi greci, era vero, anche la mia infelicit non era destinata a durare per sempre. Intanto, era Vittoria a essere cambiata: lo shock del tradimento e della menzogna l'aveva resa pi sospettosa e insieme bisognosa di rassicurazioni. I preparativi per i cento giorni alla maturit erano stati la principale occupazione degli studenti di tutta Roma. Erano una pratica esorcizzante dell'ansia dell'esame, apotropaica e preziosa.
Come da tradizione, un sabato pomeriggio ci demmo appuntamento con tutti i compagni di classe, allo scopo di raccogliere soldi. Significava girare per il centro storico, preferibilmente via del Corso, densa di movida, con una scatola di cartone in mano e importunare i passanti chiedendo un obolo. Il ricavato era necessario a finanziare l'acquisto di alcol per la festa. La modalit di raccolta fondi, che noi sperimentavamo per la prima volta, serviva anche a mostrare indipendenza dalle famiglie, anche le pi munifiche.
Gianfranco offr l'appartamento, opportunamente svuotato dei genitori, esiliati nella casa al mare di Porto Ercole. Todo cambia, cantava Mercedes Sosa, ma per me non era cambiato nulla: ballai fino a tardi e poi acchiappai un passaggio per casa, ubriaca. Vittoria rimase. Non le chiesi se a Gianfranco avesse raccontato la verit sul suo ex fidanzato, ma dal suo racconto mi parve di capire di s. Era stata una scopata didattica, quasi curativa. Pensai che anche un idiota presuntuoso come Gianfranco potesse avere una funzione sociale, e me ne rallegrai. A questo mondo c'era posto per tutti.
Passai la maturit con il massimo dei voti, sessanta/sessantesimi. Vittoria con un buon cinquantadue. Ovviamente feci copiare la versione di latino a tutta la classe, nascondendone una copia nel bagno.
Todo cambia. Quell'estate ci fidanzammo.
Vittoria fu la prima: si mise con Leonardo. Era forse uno dei ragazzi pi brutti che avessi mai incontrato: un naso ingobbito pendeva su una bocca sottile e troppo larga. Era gi mezzo pelato. Non alto, non magro, le gambe corte e legnose. Guidava una Spider Alfa Romeo decappottabile. Era ricco e di simpatie fascistoidi. A causa di un sentimento di tenerezza misto alla necessit di piacere e di accontentare il prossimo, io cedetti al suo migliore amico, un compagno di scuola di Leonardo che non mi piaceva. Mi aveva corteggiato con un romanticismo talmente insistente che mi feci travolgere dalla sua possessivit, scambiandola per amore. Vittoria sapeva che io non lo amavo, come io sapevo che lei soffriva per l'aggressivit di Leonardo. Non riuscivo a capire la ragione della sua passione per quel mostriciattolo.
 molto premuroso, attento, generoso... ma...
Cosa?
Mi tratta male. Mi rimprovera. Vuole sempre aver ragione.
E allora con te non deve avere vita facile ridevo.
Ti stupir: non riesco a reagire. Sono molto innamorata e le sue continue reprimende mi umiliano. Sto male, piango... ho paura di non piacergli. Sono terrorizzata che mi lasci.
Ma che ci fai con uno cos?
Te l'ho detto:  molto protettivo... e poi mi piace, facciamo molto sesso.
Mi venne il sospetto che Vittoria si tenesse quel tipo arrogante solo perch incarnava uno stereotipo maschile. Leonardo era un maschio dominante, ruolo che Paolo aveva cercato di interpretare in modo maldestro e con esiti disastrosi. Leonardo si era incuneato nella debolezza di Vittoria, esercitando il potere su di lei con il suo comportamento alternante tenerezza e prepotenza.
E poi i genitori di lei lo adoravano, anche perch era figlio di un collega del padre. Tutte le speranze familiari, illuse e poi deluse da Paolo, erano ora concentrate su Leonardo. Vittoria, che era stata una figlia intemperante, invece di essere irritata dall'entusiasmo della sua famiglia per il bruttone, ne era rassicurata.
Frequentavamo tutti l'universit, ognuno facolt diverse. Io e Vittoria non ci vedevamo quasi mai da sole. Lo spazio per la confidenza si stava via via assottigliando, in un modo indolore e sciatto, che nessuna di noi aveva previsto o realmente voluto, ma che nessuna delle due stava evitando.
Leonardo aveva invitato me e il mio asfissiante accompagnatore, suo amico, a trascorrere il week-end dell'8 dicembre nella casa di montagna di famiglia a Roccaraso. Partimmo tutti insieme la mattina presto, con l'Alfa Romeo di lui. All'uscita dell'autostrada imboccammo la salita che ci condusse all'Altopiano delle Cinquemiglia e Leonardo e il mio fidanzato montarono rapidamente le catene sulle ruote della Spider. Di fronte ai miei occhi si spalanc una distesa di neve e di luce. Era l'ingresso in una fiaba: i paesini si intravedevano lontani e inspirai con gioia il profumo del silenzio. L'incanto dur poco, perch, come l'orco cattivo delle favole, Leonardo rovin tutto. Il contrasto tra la magia romantica del paesaggio e la sua rabbia scatenata da una scempiaggine fu offensivo e io, ragazza infelice, non sopportai che si sporcassero quegli attimi di felicit.
In che senso hai comprato il pollo al supermercato e non nella macelleria che ti avevo detto? sbott lui.
Non ci ho pensato, ero al supermercato e ho preso tutto l... replicava lei.
Te lo avevo anche ricordato. Ci tenevo. Io il pollo del supermercato non lo mangio. Mi fa schifo.
Magari troviamo una macelleria aperta a Roccaraso...
Ma cosa stai dicendo? url lui, interrompendola. Sei proprio una mongoloide. Mongoloide e cicciona.
Vittoria ammutol per la vergogna e l'imbarazzo. Nell'auto il silenzio non era pi mistico, ma infernale. La reprimenda spropositata e volgare di Leonardo era incommentabile. Io, seduta scomodamente nei piccoli sedili della Spider, con accanto un ragazzo che non mi piaceva, sentii salire nelle viscere un disgusto talmente potente che non fui in grado di tenerlo a bada. Invece di tacere e mediare, come ero abituata, sbottai, facendo esplodere tutta la rabbia e il disprezzo che avevo in corpo.
Tu la mia amica non la tratti cos. Perch se insulti la mia migliore amica insulti anche me.
Tu cosa cazzo vuoi? Fatti gli affari tuoi.
Sono affari miei. Vittoria  infelice e se lei  infelice lo sono anch'io. Quindi ora la pianti di comportarti male con lei.
Leonardo bofonchi delle invettive che non decifrai, mentre il mio ragazzo, attonito, mi bisbigli di stare zitta. Per i dieci minuti che mancavano alla casa di Leonardo nessuno pi apr bocca. Neanche Vittoria, neanche il mio fidanzato. Io mi ero esposta per difendere un'amica, ma nessuno stava difendendo me. Rimuginavo, pensavo, soffrivo, e quando arrivammo alla villetta di Leonardo, il pensiero si tramut in azione.
Scusate... io voglio tornare a Roma.
Vittoria mi lanci uno sguardo strano, che non riuscii a decifrare. Conteneva un sentimento di fastidio che mai le avevo visto negli occhi rivolto a me. Mi disse: Ma dove vai? Come torni? Piantala!.
Torno a Roma. Non voglio stare qui. Detesto la montagna. Ci sar una corriera, un pullman, l'autostop...
Leonardo stava scaricando le valigie e non mi degn di uno sguardo. Il mio fidanzato mi tenne per un braccio balbettando delle parole che volevano essere tranquillizzanti, ma che mi irritarono ancora di pi. Mi divincolai e gli dissi: Quando torni a Roma ci sentiamo cos mi riporti la valigia.
Scesi in piazza e aspettai la prima corriera. Ero sola, ma ero libera.
Qualche giorno dopo, il mio fidanzato rientr a Roma e mi riconsegn il bagaglio. In quel week-end, Vittoria non mi aveva telefonato neanche per sapere se fossi riuscita ad arrivare a casa. Interrogai il mio fidanzato, ignaro del fatto che stesse per diventare ex. Mi conferm un dubbio che serpeggiava nel mio inconscio: Vittoria e Leonardo durante quel week-end si erano coalizzati contro di me. Leonardo gli aveva detto che doveva lasciarmi, che ero troppo indipendente e rompicoglioni. E Vittoria, di fronte a quel comizio machista, era stata in silenzio.
Al termine della conversazione, mi liberai del fidanzato. Ebbi pi volte la tentazione di telefonare a Vittoria per chiederle spiegazioni su cosa fosse successo. Sarebbe stato naturale: Ciao, come stai?, una chiamata simile alle migliaia di comunicazioni che avevamo avuto in lunghi anni di amicizia. Potevo chiamarla, ma non lo feci.
Qualche giorno dopo, mentre facevo il bagno immersa in una coltre di bagnoschiuma profumato, riflettei in modo ultimativo. Avrei forse dovuto chiedere spiegazioni a Vittoria, dopo tutti quegli anni di dedizione e di confidenze? Ma perch dovevo essere io a fare il primo passo di riavvicinamento? Non era stata forse lei a esiliarmi, lasciando che il fidanzato mi ingiuriasse? E quanto era cambiata la mia Vittoria, se per tenersi un maschio, peraltro brutto e presuntuoso, sacrificava la sua migliore amica?
Il dolore era forte e io volevo bene a Vittoria, era un pezzo della mia vita. Ma qualcosa mi diceva che la sua non era sciatteria. Vittoria aveva voluto scientemente estromettermi, perch una nuova stagione della sua esistenza era iniziata e perch io ero troppo collegata a quella passata. Io ero la testimone della sua vitalit e ardimento, e soprattutto ero la testimone della storia con Paolo. Insieme a lui, Vittoria aveva espulso anche me. Perch avrei dovuto rincorrerla?
Mi alzai dalla vasca sgocciolando schiuma. Soffrivo, ma mi sentivo sollevata perch avevo preso una decisione. Io e Vittoria non ci sentimmo mai pi.
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Epilogo, 1993.
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Una sera d'autunno di qualche anno dopo mentre ero stesa sul letto del mio monolocale in affitto nella Prati pop, ossia le palazzine popolari delle vie limitrofe del costoso rione Prati, ricevetti una telefonata da un collega che stava andando a bere con altri amici in un pub di nuova apertura. C'era anche musica dal vivo. Anche se non avevo tanta voglia di uscire, mi lasciai convincere.
Andavo in analisi da un anno. Stavo imparando a convivere con la casualit, cercavo di placare i sensi di colpa e il sentimento di inadeguatezza. Il monolocale con giardino nel condominio popolare rientrava in questo processo di emancipazione. Lentamente e con curiosit verso la vita, cercavo di essere libera.
Uscire tutte le sere era una parte della terapia che mi ero imposta, tentando di vivere con leggerezza. Non volevo perdermi nulla. Nel pub incontrai Vittoria, che non avevo pi visto dal giorno della scenata di Roccaraso.
Mi venne incontro senza sorridere, come un ex fidanzato da cui ti sei separata male. Del resto, neanch'io fui molto cordiale.
Dopo pochi futili convenevoli, Vittoria mi comunic freddamente: Paolo  morto. Infarto. No, non mi ha fatto pena. Pare si impasticcasse... se l' cercata.
Non replicai, ma il mio cuore si strinse in una morsa di dolore e di rimpianto. Tornai a casa e cominciai a scrivere, in lacrime.
Scrissi su un quaderno scolastico, con una penna dall'inchiostro blu. Sentivo il bisogno di dare un corpo alla storia, come se la parola scritta potesse restituire un senso a quello che provavo in quel momento e a quello che avevo vissuto. Volevo che Paolo avesse un'identit, quella che nella sua breve vita aveva rincorso con determinazione, facendo soffrire se stesso e gli altri.
Negli anni ho continuato a scrivere di loro e di me. Avevo bisogno di raccontarli e, attraverso loro, di raccontare me stessa. La fine tragica di Paolo cambiava la percezione della sua storia: dopo essere uscito di scena come carnefice, tornava tra noi con la dignit della vittima. Per questo scrivevo: per farmi perdonare.
C'erano domande alle quali non trovavo risposte. Come aveva trascorso quegli anni? Aveva amato ancora? Aveva smesso di dire bugie? Era morto da solo, in compagnia, nel sonno, per una overdose? E come era entrata la droga nella sua vita? Cattive compagnie, o l'estremo atto di autolesionismo?
La tragedia di quella morte assurda e crudele, appresa in modo casuale, mi ha ossessionato per tutta la vita. Se non fossi uscita quella sera, non l'avrei mai conosciuta.
Quanto a Vittoria, non sono mai riuscita a recuperare notizie su di lei. Dopo il nostro allontanamento, anche le nostre madri smisero lentamente di frequentarsi. Da una telefonata sporadica della signora Felici a mia madre seppi che si era sposata e aveva due bambini. Quando arriv Internet, Vittoria Felici fu uno dei primi nomi che digitai nei motori di ricerca. E ancora oggi, se parto alla sua ricerca, in rete mi appare solo una breve e scarna biografia nel sito di un'azienda di comunicazione. Niente social, niente foto. Vittoria si  dissolta come Paolo e non riesco a pensare a lei senza associarla a lui. Credo che questa sia la peggior condanna che potessi riservarle: legare la sua identit a quello dell'uomo che la fece soffrire.
La sua, di vendetta, si comp quella sera. Non dimenticher l'espressione di scherno che aveva sul viso quando mi comunic la morte di Paolo. La frase: se l' cercata, spietata. Nel pub di Prati, Vittoria era molto pi attraente di come la ricordassi. Aveva almeno dieci chili in meno di quando la frequentavo.
Il pensiero di lei si era spesso affacciato alla mia memoria. Era un pensiero triste, mi domandavo cosa avrebbe pensato di un fidanzato, di un film, di un abito. Percepivo la sua assenza, anche se non avevo mai voluto cercarla. Ma da quella sera nel pub, cess anche la mancanza di lei.
Chi se ne va che male fa cantava Caterina Caselli in una canzone che amavamo. Allontanarmi da Vittoria mi insegn che, per conservare sincerit e dignit, potevo rinunciare anche a chi credevo essere la persona pi preziosa. Per crescere, dovevo separarmi. Scrivere  stato l'ultimo atto d'amore nei confronti della mia adolescenza. Ora posso finalmente diventare adulta.
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La salvezza.
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Non ho mai amato i film di animazione ma quando, all'inizio del nuovo millennio, vidi al cinema Toy Story 2 mi sentii molto fiera. Nel film i giocattoli vivevano nell'angoscia di essere gettati via perch inservibili e mettevano in azione un piano per salvarsi. Era la conferma a bizzarre teorie che nutrivo da bambina. Credevo che le cose, gli oggetti avessero un'anima e che soffrissero il momento in cui venivano messe da parte. Ancora oggi, se rompo una tazza, quando apro lo sportello della cucina per gettare i cocci nel sacco della spazzatura avverto la loro flebile vocetta che mi implora di risparmiarli. Poi chiudo l'anta e provo a cancellare il senso di colpa.
Per tutta la vita ho coltivato l'ossessione di salvare gli altri. Volevo rimettere le cose al loro posto, ristabilire un ordine nel disordine, sentire che ero importante per qualcuno. Ho attratto fidanzati depressi e amiche lamentose. Avevo bisogno di essere utile, come se la mia utilit pratica nel sistema psicosociale dell'universo fosse l'unico modo per definirmi. Mi sono chiesta se dipendesse da bont d'animo o da manie di grandezza. Cercavo di aiutare gli altri senza desiderare alcuna contropartita, perch la ricompensa era gi contenuta nella crescita della mia autostima.
Un'estate, all'inizio degli anni Novanta, trascorsi una settimana a Praga. Il muro di Berlino era caduto. La citt era intonsa, incontaminata. Non esistevano insegne al neon, le automobili erano poche e vetuste. I praghesi vendevano vestigia del comunismo a ogni angolo di strada: colbacchi, spille, statuine. Quella attitudine frenetica volta a sbarazzarsi del proprio passato mi sembr feroce. Comprendevo che era una vendetta: quegli oggetti erano odiosi simboli di repressione. Monetizzare la paccottiglia ideologica doveva essere per loro fonte di doppia soddisfazione: guadagnavano con quello che per decenni aveva impedito loro di emanciparsi, anche economicamente. La rivincita del mercato era anche rivincita di libert. Un giorno, mentre perlustravo la bottega di un rigattiere, notai un grande album di pelle. Lo spalancai. Era pieno di foto di famiglia, tutte risalenti ai primi decenni del Novecento. C'erano bambini neonati stesi su ridicole pelli lanose. Fanciulli con al fianco una ruota, bimbe con in braccio una bambola, giovinette al pianoforte e sposi novelli, intere famiglie con genitori imponenti al centro. Mi guardavano. Ogni singola posa mi restituiva un momento prezioso della loro fuggevole esistenza. Erano tutti morti, eppure le foto mi parlavano. Li immaginai nel momento in cui avevano deciso di recarsi dal fotografo. Sicuramente era stato un giorno solenne, preparato con cura. Sicuramente avevano scelto il vestito da indossare con attenzione legata alla moda e al gusto personale, perch quella era l'immagine di s che volevano lasciare ai posteri, quando non sarebbero pi stati su questa terra. Pensai alla gioia o all'emozione che doveva aver accompagnato quel loro mettersi in posa di fronte all'obiettivo del fotografo, alla sorpresa e al piacere di vedere la propria immagine riprodotta sul cartoncino. E poi li vidi l, buttati per terra in un negozio polveroso, dimenticati, inutili. I loro occhi trasudavano opulenza borghese, distinzione sociale, persino una vaga protervia. Ora giacevano sulle mie ginocchia, le ginocchia di una sconosciuta. Dovevo salvarli. Acquistai tutto l'album.
Nel corso degli anni ho comprato foto antiche in qualsiasi luogo d'Italia e del mondo mi trovassi. Ho salvato ragazze berlinesi, cocotte parigine, notabili cinesi, vistose madrilene, professori londinesi, persino un ladro americano, perch in un mercatino di New York vendevano anche foto segnaletiche. Ho raccolto bimbi di tutte le et e proporzioni: grassi, magri, belli e brutti. Quando li guardo immagino e ricostruisco le loro vite. Nel mio sguardo compartecipe assolvo alla mia missione: li salvo.
Una sera salendo nella mia auto dopo aver assistito alle Nozze di Figaro, con le note di Mozart che ronzavano nelle orecchie, mi sono accorta che una chiocciola si era adagiata sul parabrezza. Pioveva. Forse l'animaletto prudente doveva aver pensato che il grande vetro, liscio e spiovente, potesse essere un punto di controllo del territorio. Forse sperava di proteggersi dal fluire dell'acqua. Ho cercato di staccarla dal vetro senza riuscirci e allora ho guidato fino a casa con lentezza. Vedevo poco perch le gocce di pioggia riempivano la superficie del parabrezza, ma non potevo azionare i tergicristalli perch insieme alla pioggia avrebbero spazzato via la chiocciolina. La lumaca nel frattempo era uscita dal guscio e pareva guardarsi intorno curiosa, attratta dalle luci artificiali della citt notturna. Mi sembr che mi scrutasse. Ho pregato che sopravvivesse e quando ho parcheggiato l'auto mi sono sentita felice. L'avevo salvata.
Quella sera, a casa, nel mio appartamento pieno di oggetti e ricordi, ho pensato a tutti coloro che avevo cercato di salvare. Mi sono apparsi davanti agli occhi, vivi e morti, presenti e scomparsi nel pulviscolo del grande mondo. Poi ho visto Paolo. Aveva ancora vent'anni e i jeans scesi sui fianchi. Sorrideva. Ho ripensato al motivo per cui volevo preservare la sua memoria: farmi perdonare non solo di non averlo capito, ma di non essere stata capace di salvarlo.
Contessa, perdono, cantava il Conte di Almaviva alla sua sposa, nel tenero e potente coro finale dell'opera che avevo appena ascoltato. Nella mia testa echeggiarono quelle note salvifiche, e l'angoscia di non essere riuscita a salvare Paolo improvvisamente si addolc. Dovevo prima perdonare me stessa, accogliere la mia inadeguatezza, come il mio amico mi aveva insegnato. Quello che non ero stata capace di fare in vita, potevo farlo ora scrivendo. Potevo ricomporre i cocci della sua breve e tragica esistenza, che era stata importante per me e poteva esserlo ancora per gli altri. Volevo restituirgli quel corpo che gli era stato negato. Volevo che sopravvivesse all'incuria e all'astio che aveva lasciato dietro di s, riscattare il suo dolore. E ora che ho raccontato la sua storia, Paolo non  pi un puntino scolorito impresso nella memoria. Paolo cammina accanto a me, guarda la chiocciola al sicuro sul mio parabrezza e mi prende in giro, ridendo. Me lo immagino finalmente in pace, volare nell'amore, sopra l'ipocrisia e l'incomprensione, per il tempo in cui chi legger questo libro gli vorr rivolgere un pensiero gentile.
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Ringraziamenti.
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Ringrazio chi ha letto le prime bozze di questo romanzo, dandomi coraggio e in particolare quel genio dell'accoglienza che  Mario Desiati.
Un ringraziamento speciale alla fondamentale Barbara Castorina e grazie per la fiducia e la cura a Manuela Galbiati e Massimo Turchetta. E ancora Stefano Coletta, Barbara Cornacchia, Giovanna Pensabene e Giusi Robilotta, grazie per esserci stati anche questa volta. Grazie a mio fratello Pierpaolo, mio orgoglio.
Grazie a coloro che mi hanno aiutato a capire cosa volesse dire essere un ragazzo transgender negli anni Ottanta e in particolare grazie a Massimo D'aquino, Andrea Filannino e Gioele Lavalle. Se sono arrivata alla fine di queste pagine  anche merito vostro, e spero di essere stata in grado di rendere giustizia al vostro vissuto. Grazie per l'aiuto nelle ricerche a Porpora Marcasciano, anima e presidente del Movimento Identit Trans, e alla psicologa Anna Rita Ravenna, che mi ha illuminata sul difficilissimo percorso di affermazione degli studi sulle identit transgender.
E infine grazie a te, che mi hai amata e sostenuta mentre scrivevo questo libro, perch l'amore non  mai invano.
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FINE.